Venice in ogni stagione.

La prima volta che ho corso a Venezia stavo andando verso il traguardo della Maratona. O i confini del mondo o nulla. Frequentavo Venezia da meno di un anno, di tanto in tanto. Lunghe passeggiate, disperso per le calli, in cerca di scorci e di Corto Maltese. Prima non ci andavo, forse ci stavamo cercando. Era l’edizione numero 30 della Maratona e a 195 metri della linea finale mi sono innamorato.

Ogni volta che posso, torno a Venezia ora. Spesso ci sono tornato a correrci, da solo o in compagnia. O per partecipare a qualche evento. L’ultima volta ho corso il Venice Night Trail, 16 chilometri spalmati lungo 51 ponti. Il periplo della Serenissima, di notte, con la città che viva. Un trail urbano che trasforma Venezia in un parco giochi per i runner, nel pieno rispetto della città e delle sue acque, luci, segreti. Ho incontrato Lorenzo Cortesi, che è il segretario generale della VeniceMarathon Club, l’organizzatore della Venice Marathon e tutti gli eventi correlati.

Arsenale, Venice Night Trail. Credit #4piedi

Il Venice Night Trail è arrivato alla seconda edizione. Come è andata?
“Veramente bene. Credo sia un evento unico al mondo, perché la città è unica. E questo è semplice da intuire, ma le 3mila lampade sulla fronte dei partecipanti fanno dire Wow a chi è a Venezia quella sera.”
Come è nato il Night Trail?

“Abitavo a Venezia e correvo spesso lungo quel percorso. Sembra che sia fatto di sera per cercare la scenografia a tutti i costi, in realtà è per rispettare la città, i turisti, chi ci vive e chi crede nell’idea e sceglie di correre e di sera può fare più strada possibile senza le grandi folle che ci sono durante il giorno.”

E’ possibile pensare ad una winter edition del trail notturno?

“Ci stiamo pensando, però è difficile, da un punto di vista organizzativo, garantire i servizi all’altezza in caso di maltempo, specie nel dopo gara quando farà freddo e se piove per chi corre è ancora più disagevole. Poi il trail chiede una macchina organizzativa di 300 volontari, che non sono semplici da reperire.”


E ora è già tempo di Moonlight, sabato 27 maggio, la mezza Maratona a Jesolo, che quest’anno è all’insegna dei colori.

“Voglia che la Moonlight abbia un taglio ludico. Intendo, non è la performance, il tempo che si deve inseguire, ma è l’intera giornata di festa. Ecco perché le magliette del pacco gara avranno tanti colori diversi tra loro: la Moonlight è una festa colorata.”

Obiettivo numerico?

“Dico 7mila partecipanti, distribuiti tra i 5mila della mezza Maratona e i 2mila della dieci chilometri.”


Tra la Moonlight e la Maratona in ottobre ci sarà il fine settimana della Primiero Dolomiti Marathon, il 1º luglio: come mai questa scelta di portare il vostro marchio sui monti del Trentino?

“La Maratona da sola non basta, perché la macchina organizzativa vive per 365 giorni l’anno e dobbiamo cercare idee fresche da proporre. L’idea della Dolomiti Marathon è venuta all’Union sportiva Primiero che abbiamo abbracciato subito. Puntiamo ai 3mila iscritti. Oltre alla Maratona, c’è anche la 26 chilometri e il mini trail da 6 chilometri e mezzo. Ogni tracciato è su strada bianca, sempre accessibile, la può fare chiunque. Anche in questo caso ci interessa unire sport, natura, festa e la corsa diventa la scusa per scoprire una zona, in ogni lato. Non si può mancare al post gara con prodotti tipici della Dolomiti.”

La Venice Marathon ha superato i trent’anni. Un vita, che ha visto imporsi sempre più i social nella promozione e nel racconto dello sport. Come raccontate la tradizione della Venice 32 anni dopo l’esordio?

“Coinvolgiamo molto la nostra community. Effettivamente la comunicazione è stravolta e tutti possiamo comunicare, nel bene e nel male. Tutti siamo diventati editori e quindi noi abbiamo un piano editoriale vero e proprio che scandisce i contenuti che proponiamo via social. Il nostro ufficio comunicazione ha all’attivo 5 persone.”

Qualche anticipazione sul pacco gara della prossima edizione della Maratona il 22 ottobre, che anche quest’anno avrà il prologo con il Garmin Tour di 10 km?

“Diciamo che ci sarà un innesto di tecnicità elevata per ogni partecipante, grazie ad una maglia tecnica progettata da X-Bionic appositamente per questa Maratona.”

Lorenzo, come è fare il tuo lavoro nello sport?

“Vengo da un’esperienza nell’organizzazione di congressi, sia nel marketing che nella formazione. Mi sono appassionato allo sport e ho iniziato a correre, ed è stato sempre più coinvolgente. Ho corso l’ultima edizione della Maratona di Tokyo, prima New York, magica. Ho finito da poco il mio primo Triathlon e entro l’estate punto al Triathlon olimpico. Credo che fare sport permetta l’aggregazione delle persone, e tiene uniti corpo e mente, tra un impegno e l’altro. Poi correndo si possono visitare i luoghi in modo inedito. E mentre corri si producono ricordi.”

Alberto

(@per4piedi)

Quelli che… il ritmo di corsa.

 Più faticosa la salita o la discesa? Soprattutto, qual è il ritmo corretto per non trasformare una corsa in una arrostita epica?

L’ho chiesto a Daniele Cesconetto, che i chilometri li pesa con l’unità di misura del viaggio.

“Dunque le pillole del Corso di corsa oggi riguardano il ritmo di corsa. Una condanna per i più. Per trovare quello giusto, cioè quello che fa per te, te lo devi sudare, letteralmente, e non poco

Ci sono una miriade di fattori che influiscono sul ritmo, così è stato da sempre e così sarà per sempre. È la natura stessa del camminare o correre. E, in tutti i casi, è la fatica che la fa da padrona. 

Il ritmo di corsa poi divide il popolo del podismo in due categorie.

Quelli che “è troppo forte per me” e questi li capisco, perché ho provato quella sensazione tante volte sulla mia pelle. Non è piacevole, mai, ma se visto in chiave positiva è la palestra più utile che possiamo fare. 

E poi ci sono quelli che “ah no, andiamo così piano? Che fatica !!!

Sarà che sono fatto male e a modo mio, ma a correre lentamente ho sempre fatto molta meno fatica che ad andare forte. Che poi, il piano e il forte è sempre tutto relativo.

Negli ultimi venti anni, cioè metà della mia vita, la cosa che ho fatto di più è stata correre. 

E dopo quasi 70mila chilometri corsi ho capito una cosa: se vuoi andare veloce, non c’è problema, ma devi andarci da solo, se vuoi scoprire posti nuovi, e dunque in definitiva andare lontano e aprire gli orizzonti, viaggia in compagnia.

Buona corsa e, come sono su Per 4 Piedi, “ognuno con suo il ritmo ognuno col suo stile”.

Daniele

#4piedi

Il Giro del Cesco.

Se rinunciamo a madama Pigrizia, ognuno può essere Leonardo. Non la tartaruga ninja!

Le pillole del Corso di corsa di Daniele Cesconetto oggi non parlano di corsa a piedi, ma danno la soluzione per sopportare la fatica e continuare il viaggio. Si chiama Passione, con la P bella grande.


Era il 1490, quando Leonardo Da Vinci, tra un disegno e l’altro, tirò fuori dal cilindro un mezzo spinto da pedali, costituito da ruote, nel numero di due, un manubrio, un sellino e una catena, il tutto tenuto insieme da assi di legno. Senza saperlo quel giorno aveva inventato la bicicletta. Poco prima aveva inventato anche il cilindro. 

La bicicletta è il mezzo di locomozione più economico di sempre. Dopo i piedi. Ma questi già li usiamo, per una cosa o per l’altra. 

Visto che non le so nemmeno io, in queste righe non vi voglio insegnare tempi e metodi di allenamento in bici per integrare le vostre preparazioni atletiche podistiche, bensì parleremo semplicemente del piacere di muoversi con il nostro velocipede in alternativa all’automobile. 


Ma perché devo far fatica in bicicletta per andare al lavoro quando sotto casa ho una comanda macchina che mi aspetta? Perché devo alzarmi dal divano, per fare delle commissioni, con lo zainetto in spalla quando posso avere tutto lo spazio che voglio nel bagagliaio della mia auto? E se piove?

Anni fa tutto questo me lo chiedevo anch’io. Poi ho iniziato ad andare al lavoro in bicicletta, in tutte le stagioni, e giorno dopo giorno le risposte sono filate via veloci sotto i copertoncini. 
Troppo facile sarebbe se ve le elencassi qui di seguito. Come dice il detto: “il mondo è bello perché è vario”, quindi ognuno di noi può trovare le risposte sulla propria strada, che si costruisce percorrendola. Ogni giorno un po’.

Pigrizia permettendo.

Ho imparato anche un’altra cosa dalla bici:”Devi continuare a muoverti per rimanere in equilibrio.”


Daniele

(@per4piedi)

Trail de le Longane: quassù c’è una luce meravigliosa.

Dell’importanza di scegliere ne ho già parlato qui. Che c’entra questo con correre un trail? Lo vediamo tra un momento. 

Lozzo di Cadore, 15 chilometri di bosco, erba, san pietrini e sterrato per 1.100 metri di dislivello positivo. Riassunto: tanta roba.


Tanta roba davvero il trail de le Longane, sotto ogni punto di vista: il paesaggio, l’atmosfera, l’organizzazione, le facce allegre ai ristori, la lotteria finale, la maglietta del pacco gara della Karpos, che mi fa due spalle così.

Correre nella natura non è il mio ambiente: mi viene sempre da fermarmi e guardare il paesaggio, fotografare, respirare. Però volevo provarci. Poi alla partenza accade qualcosa. Incontro il mio amico Moreno Pesce, che a 20 anni ha perso una gamba in un incidente in moto e non si è lasciato cadere. Se la vita gli è andata in testa coda, lui ha preso la coda e l’ha riportata in testa. Gioco di parole per dire che Moreno è uno skyrunner, un campione di vertical e trail con una protesi in carbonio alla gamba sinistra, con un pesce disegnato sopra. E tra i sentieri fila. Come si fa? Si chiama tenacia, di quella grande come il mondo che riesci ad immaginare. E un po’ di più. 

Non era da solo, con lui c’era Diego


Diego è un montatore industriale, un trasfertista. Di quelli che trovi un giorno in India, due giorni dopo in Brasile. Poi sbucano in Cina e ripartono dall’Africa per la Russia. E’ di Longarone e la sua ragazza è originaria di Mosca. Come tutti gli uomini di Longarone che conosco, all’inizio è schivo, parla poco e mi sembra che si porti negli occhi la malinconia della tragedia del Vajont. Diego ha girato tutto il mondo e nei lunghi viaggi ha coltivato la grande passione per la fotografia. Dopo anni di analogico e diapositive, qualche tempo fa è passato al digitale. Ha una Canon e una collezione professionale di lenti ed obiettivi. Diego, cinque mesi fa, mentre stava montando qualcosa, si è trovato il mondo addosso e si è rialzato senza una gamba. Dalla coscia in giù. Quattro mesi durissimi, tra senso di ingiustizia, letti sudati, una vita da rifare, da zero. Mentre il peso aumenta, come aumenta l’ansia. 


Poi basta e riprende per mano la sua vita e la riporta in giro, con la prima protesi. E fa un trail, dopo un mese che ha ripreso a camminare. Io volevo raccontare questa storia e volevo camminare con loro due chilometri al massimo e poi fare il mio trail con il mio ritmo.

Il trail de le Longane parte in mezzo al paese di Lozzo, con un suggestivo anello tra i mulini restaurati, da cui si vede dritta in fondo la valle. Poi ci sono i vicoletti tra le case e il museo del latte. Si ritorna in piazza, per uscire dal paese e prendere la strada per sparire nel bosco. Diego mi colpisce perché ha una forza d’animo massiccia che trasuda dalla maglia tecnica e dai pantaloni lunghi che indossa. Al collo la sua macchina fotografica e la voglia di trovare l’equilibrio dalla protesi che prende confidenza con il terreno in salita di Lozzo. Con noi c’è anche Claudia e il suo sguardo dolcissimo. 


Al giro in piazza, abbiamo molti occhi addosso, curiosi, imbarazzati, sorpresi. In quel momento scelgo di restare con Moreno e Diego e di fare tutto il percorso con loro, ovunque ci porterà. La corsa: le montagne non si spostano, le ritrovo la prossima volta e le Longane sono sagge e furbe, amano gli avventurosi e ci aiuteranno.

E le Longane ci hanno aiutato.

La salita fuori dal paese trasforma le case e l’acciottolato in roccia e radici. E Diego sale. Moreno è nel suo ambiente, lo guida, gli dà i suggerimenti che il professionista dà al novizio. Diego ama la montagna, poi c’è una luce molto buona per fotografare, ma adesso la macchina fotografica è meglio rimetterla nello zaino e tirare fuori le racchette. E su. Piano, veloce. Rapido, lento. In un attimo il tempo si annulla. Procediamo, parliamo, ci raccontiamo. E ci ritroviamo a fare una cosa fragile, potente. Claudia, Diego, Moreno ed io ridiamo. Siamo quattro sportivi in gruppo. Una staffetta che si muove insieme. Le Longane ci aiutano anche perché al primo ristoro, al quinto chilometro (al quinto chilometro…) in mezzo al bosco c’è una festa ad aspettarci. Vino, salame, cipolline, formaggio e pane. Se con una protesi alle gambe sei arrivato lì, non ti stupisci di trovare un convivio sotto gli alberi e due falchetti che segnano il confine del cielo. Qui ridiamo molto e poi ripartiamo. 


C’è un sali e scendi degno del Signore degli Anelli: radici ovunque, ma il sentiero è ben pulito. Bisogna aiutarsi, restare in equilibrio. No, bisogna trovare l’equilibrio dentro di sé per aiutarsi. E proseguiamo. Incontriamo qualcuno che cura le api dentro le arnie. E vediamo i segni dei corridori che ci hanno preceduto. Alle Longane ci si muove con piedi di capra. E i piedi di capra possono avere molte forme. 

Diego è sfinito, di quella stanchezza che genera gioia. Di quella stanchezza che ti fa amare talmente tanto ciò che fai che non ti fermeresti più. Cinque mesi fa è successo qualcosa di irreversibile. Ci vorrà tempo, tanto, nessuno dice sarà facile, anzi. Sarà doloroso, insensibile, esaurirà a volte ogni forza, mentale prima ancora che fisica. Ma tu in quel momento sei lì. In mezzo ai mondi a trovare il tuo nuovo equilibrio, il tuo ritmo. Diego dice:“Che bello che è quassù.” Io, su quel quassù, che spicca come una roccia sotto il cielo azzurro, ho visto la mia Longana, fiera e sorridente.


Lasciamo il tracciato, ormai la mattina è finita. Per una scorciatoia ci riavviciniamo a Lozzo e all’arrivo del trail. Lo superiamo nel senso contrario rispetto al tracciato, tra applausi commossi e di festa. Il gps dice che abbiamo fatto quasi 10 chilometri. Ci abbiamo messo 4 ore.

Io in 4 ore copro la distanza di una Maratona.


Non è il mio ambiente correre in mezzo ai sentieri. Non è l’ambiente nemmeno di una persona senza una gamba. Ho pensato che nemmeno le strade sono l’ambiente di una persona a cui il destino ha mangiato un arto. E quando diventi uno skyrunner come Moreno Pesce, ogni cosa è da conquistare e quei 10 chilometri in compagnia di Diego e Moreno sono state 4 ore di sport, durante le quali loro hanno accompagnato me. Moreno con la sua esperienza, Diego con i suoi primi passi, letteralmente, in una nuova dimensione in cui lui vivrà per tutto il resto della sua vita. Ho imparato un casino di cose. Sportive: ho imparato come si corre o come si cammina in salite. Ho capito a non aver paura delle discese. Ho capito che sia che tu perda, sia che tu vinca sei sempre tu a decidere la strada che ci sarà dopo, perché il risultato che dipende da te, non è altro che la conseguenza delle tue scelte. Ho capito che tenacia deve essere un vocabolo scolpito in titanio dentro di noi. Ho capito che il carbonio è talmente tanto fragile da essere uno dei materiali più potenti in circolazione. Ho capito che 4 ore non sono nulla né per fare la Maratona né per fare 10 chilometri. Ho capito che il tempo esiste, non ti guarda in faccia e scorre, ma ti permette di scegliere come lo utilizzi. Diego è partito da Lozzo con i pantaloni lunghi, perché la protesi doveva restare lì. Ad un certo momento del trail, quando era sfinito e avevamo ancora due chilometri e mezzo davanti, ha deciso di restare con i pantaloni corti, perché la gioia che stava provando per essere arrivato in fondo alle Longane gli stava dando un nuova prospettiva. Ho visto un uomo rinascere. 


E ho capito che prima di essere uomo di risultato, che cerca di fare il tempo, devi essere uomo, che quassù cerca di sentire in faccia il vento.

Longana mia, quanto sei bella!

Alberto

(@per4piedi)

 

Come ti allacci le scarpe?

Che scarpe usi per correre?

Quante volte abbiamo sentito questa domanda.

Come ti allacci le scarpe?

Quante volte ci siamo fatti questa domanda?

Oggi, con le sue pillole del Corso di corsa, Daniele Cesconetto prova a dirci come lui si allaccia le scarpe.


Oggi rispondiamo ad un cruciale quesito che attanaglia le menti e informicola i piedi di numerosi podisti.

Come si allacciano le scarpe e che sensazioni devono dare? 

Prima di tutto: vi siete mai chiesti perché le scarpe si allacciano? 

Per non perderle “strada facendo” ovviamente. 

Quindi non devono sfilarsi autonomamente. 

Fatto questo, cerchiamo di non andare nell’estremo opposto e cioè: non stringete le stringhe come se non ci fosse un domani!

Pensate sempre che ad una certa ora dovete anche toglierle e non tenervele addosso per il resto dei vostri giorni. I piedi non devono andarvi in cancrena per scarsa circolazione. 

Sulla parte anteriore del piede (il collo del piede) le sentite aderenti senza costrizioni? 

Bene, non vi nient’altro che andare a correre.

Tenete presente che correndo i piedi si possono gonfiare quindi prendete in considerazione che l’allacciatura va allentata quando la comodità viene meno.

Buona corsa!

Daniele

(@per4piedi)

Il paradosso di Monza e #breaking2. 


Il nostro amico Eliud Kipchoge questa mattina, sabato 6 maggio 2017, ha corso la distanza della Maratona in 2 ore e 25 secondi. L’evento si è svolto all’interno dell’autodromo di Monza.
Tanta roba. 

La sfida, organizzata da Nike e chiamata #breaking2, puntava a correre 42 km e 195 metri in 1 ora 59 minuti e 59 secondi. 

Quindi: missione fallita

Io che sono uno spaccaballe (sempre #breaking2…), dalla prospettiva del mio divano, ho calcolato che Eliud ha tenuto in media il passo previsto, 2′ e 51 a km, per raggiungere l’obiettivo. 

Il paradosso di Monza!

E allora? 

E allora, oggi ho capito che … ha sbagliato il geometra 😂

La conclusione è che la Nike ha realizzato un’altra operazione di marketing planetario perfetta, ha lanciato un messaggio motivazionale, forse oggi molto necessario: migliorati ogni giorno, sfida i tuoi limiti, sogna… ops: just do it, e, soprattutto, Eliud rimane il grande campione olimpico, pieno di stile e sorridente che è: oro nella Maratona ai Giochi Olimpico di Rio2016. 


#4piedi #Makeitbright 😜

Alberto

(@per4piedi)

Cesconetto, di corsa. Agli ordini! 

Mi arriva una email al blog.

“Alberto, vorrei iniziare a correre, mi hai convinto che è una bella cosa. Cosa devo fare per prima cosa? Quali scarpe e orologio mi consigli di acquistare?”

Dunque, la corsa e lo shopping non sono proprio la stessa cosa. Però ho trovato la domanda interessante. La corsa mi ha insegnato che è più utile togliere che aggiungere. Dunque, bisogna tornare agli inizi. E ho girato la domanda al mio amico Daniele Cesconetto, che detiene il record del mondo di Maratone corse su tapis roulant: 62 in 62 giorni consecutivi. 


E Daniele ha risposto così:

Ma vi ricordate il primo giorno che siete andati a correre? Io sì. Pensandoci bene, la prima volta mi è stato ordinato. E senza neppure tanti giri di parole o frivolezze varie. Eravamo alla Scuola Allievi Carabinieri di Fossano e insieme a tutti gli altri componenti del mio plotone si girava intorno alla piazza d’armi, ossia un gran piazzale asfaltato. Tuta di ordinanza, maglietta di cotone con tanto di fiamma ardente e scarpe ginniche in dotazione, che non le avrebbe indossate neppure Abele Bikila da tanto scomode erano. E via si correeee. E guai a farsi vedere stanchi, altrimenti flessioni. Praticamente di male in peggio … a quei tempi. Poi però acqua sotto i ponti ne è passata e nessuno mi ha più ordinato di correre. Credo che chi vuole iniziare debba chiedersi:“Ma perché voglio andare a correre?” Ecco. Trova una motivazione, uno scopo, un obiettivo che ti permetta di fare fatica e divertirti allo stesso tempo. Solo così è l’inizio di una meravigliosa avventura. A cosa devi stare attento? All’orologio. Se usato in malo modo è un cattivo compagno di viaggio. Un consiglio? Lascialo a casa, non ne hai bisogno.”

Ciao,

Alberto

(@per4piedi)

#RuntoNYC: … e se? 

La formula magica sembra essere passi brevi, senza fretta, ma costanti. La salita è molta e oggi ho il vento contro e pioviggina. Qualcuno mi ha detto che nella storia entrano gli scalatori, non i discesisti. Intendeva che ci sono alcune prove necessarie per arrivare dove la meta è ancora nel mondo dei sogni. E la strada, la corsa insegnano che a volte è necessario saper aspettare, a volte è opportuno accelerare. In entrambe le situazioni, se lo fai con la consapevolezza di te stesso sei invulnerabile. In caso contrario, è un bel casino.
La salita oggi è tanta, ho il vento contro e piove. Devo trovare un pensiero che mi distragga…


Ecco. Qualche giorno fa era una calda giornata primaverile. Era il quarto giorno consecutivo che andavo a correre: una volta molto lento, un’altra veloce, una volta una ventina di chilometri da solo. Quel giorno non avevo in testa nulla: andare e poi si vedrà. L’aria mi invitava a correre e anche il paesaggio. Campi stiracchiati dopo l’inverno, il cielo di un azzurro nuovo, il percorso con la vegetazione alta che sembra darti il cinque come il pubblico a bordo strada, durante una gara (il concetto di gara ancora mi sfugge…). E i miei piedi vanno. Vanno bene. Vanno proprio bene.

Ma a quanto stiamo andando, piedi?

Ma cosa ti importa? Oggi vai e basta, che non ti succede nulla, al massimo ti diverti e ti senti vivo.

Il sole scalda il giusto e il venticello accarezza ogni cosa che il mio sguardo coglie. Bip. L’orologio dice che sono al quinto chilometro e ci ho messo meno di 25 minuti.


… e se? E se oggi scelgo di provare a correre 10 chilometri con la voglia di correre veloce come non mai? Se oggi mi sfido, mi affido all’istinto e vado, fino anche a scoppiare, ma provo a spostare un mio confine appena un po’ più oltre? Se la smetto di puntare romanticamente a correre diecimila metri in meno di 50 minuti e lo faccio davvero? Oggi sono una macchina perfetta. E penso a New York, perché in fondo, essere al quarto giorno di corsa consecutiva non è una risposta ad una domanda. Piuttosto è preparare la cassettina degli attrezzi per una Maratona. É lasciarmi scorrere dentro un sogno, che poi non è nemmeno New York o la sua Maratona, ma è provare la sensazione di realizzare un viaggio. Partire da un “Come sarebbe se…?” e arrivare al “Hai visto che bello!”.


E allora oggi ho voglia di vincere. E vado, vado, vado, mi lascio correre, oggi sfido il tempo. 

Dentro le mie scarpe, con calzini buffi alla Andy Warhol, con la testa nel presente e il cuore nell’altrove. Perché ogni battito, tutti i respiri danno vita al movimento che sta per accadere, sono già dove io sto arrivando. E’ questa la sensazione che rende umani i sogni. Il resto viene da sé, non lo so. 

Bip. 

L’orologio dice che sono al decimo chilometro e ci ho messo 49 minuti e 30 secondi. Oggi le dimensioni del tempo sono importanti, ho scelto. Oggi ho espanso i confini del mio regno fatto di lacci, scarpe, pantaloncini, piedi, magliette, sudore, bandane, frutta secca, tanta acqua e birra alla fine. Oggi ho vinto.


La strada per New York è ancora lunga, ed in mezzo ci saranno tante altre cose, ma scalpito come un cavallo e questo non me lo toglie nessuno.

Il pensiero svanisce e ritorno alla mia salita, alla pioggia e al vento. Anzi, mentre pensavo a quella corsa al tramonto, la salita è alle spalle e io sorrido.

Ciao,

Alberto

(@per4piedi)


Alba di pilates sport e caffè. 

Immaginate il posto dove abitate prima dell’alba. Quasi tutto ancora dorme. L’aria è assonata, con le pieghe del cuscino stampate lungo il viso. Poi c’è chi fa pilates. Pilates sport per l’esattezza: esercizi e posizioni del pilates proposti in modo da stimolare energia.


Ho deciso di accettare l’invito del SinergyMED 2.0 (ci tengono al 2.0) di Conegliano a partecipare ad una lezione di pilates sport, un venerdì alle 6 e 15. Se riesco a correre alle 5, perché non dovrei fare pilates prima del sorgere del sole?

Il Sinergy è una palestra con gli spogliatoi che mi ricordano le descrizioni delle stanze in cui si preparavano gli atleti nell’antica Grecia. Essenziali, bianchissimi. Sembrerà cosa da poco, ma un ambiente che trasmette relax inizia dal modo in cui ti accoglie.

La lezione è guidata da Valeria (la Valeruz della Maratona di New York), che oltre ad essere una ultra runner è anche un’istruttrice di pilates e panca fit e altre cose, e fa anche un altro lavoro. Ecco, i miei compagni di lezione vengono qui prima di andare al lavoro, quasi tutti, perché c’è anche chi si gode la pensione.


Nove esercizi, divisi in tre gruppi, focalizzati su tre aree di allenamento: forza, propriocezione ed equilibrio.

Mentre la mattina si stiracchia, dentro si suda. Ognuno dosando lo sforzo secondo la propria flessibilità e resistenza. Tappetino per lo yoga sotto i piedi (una volta ci ho dormito sopra uno di questi tappeti, ma questa è un’altra storia) e si esplorano le possibilità del fisico con il supporto di elastici, un pallone, manubri, il mio amico bosu e a corpo libero.

C’è la disciplina attenta nei movimenti, c’è la dolcezza di far esprimere il corpo con naturalezza. 

Valeria dà molta importanza alla respirazione: mi sembra quasi che il movimento degli arti inizi dal respiro prima ancora di diventare azione. 


Non c’è un muscolo o un’articolazione che non siano sollecitati e messi alla prova. La sensazione che provo, dopo un’ora di esercizi, mentre il sole dice buongiorno e la voglia di caffè sale, è di completezza e di energia.

All’uscita del Sinergy c’è un boccione dell’acqua e mi fa venir voglia di correre

L’associazione ha poco di razionale, lo so, o forse è la fluidità che mi sento dentro che mi spinge a sfruttare il giorno di ferie, mettermi le scarpe e proseguire la mia mattina di sport. 

Fate mai sport al mattino presto?

Ciao,

Alberto

(@per4piedi)

Francesco non prende più l’ascensore.

Francesco prende l’ascensore. Le scale non gli vanno giù. La stazza è massiccia, i piedi sostengono un buon peso. È una buona forchetta e si dedica un sacco al lavoro. C’è un futuro da costruire a partire dal presente. Ed è già così da un numero di anno, sufficienti per essere abbastanza.

Però un giorno, Francesco decide che lo stile di vita è importante per accompagnare il futuro. E poi, la leggerezza intelligente con cui vive vuole iniziare ad esprimersi anche nel movimento. Le scale è meglio farle, almeno una volta al giorno. E pace se c’è il fiatone, il sudore e le prime volte sembra di soffocare e lo sguardo si appanna.

Un passo per volta.

Poi Francesco sceglie di mettersi a correre. Come si fa? Si cercano le vecchie scarpe da ginnastica: sembrano ancora buone e ci si mette in strada, all’ora in cui la città dorme ancora. Perché? Perché gli impegni lungo la giornata non cambiano, sei tu che devi cambiare. L’approccio soprattutto. 

Così il protagonista di questa storia inizia a correre. Cerca il suo movimento, il respiro giusto, lo sforzo adeguato. È un matematico di indole e formazione, scaricare un’app per registrare le statistiche di quella nuova dimensione è naturale per lui. Segna e misura tutto, gli piace così. E confronta. 


Un giorno si accorge che è già trascorso un mese dalla prima mattina che si è alzato presto ed uscito per le strade. Ha cambiato le scarpe, ha cambiato alimentazione. Gli sembra di dormire anche meglio. E allora prosegue. 

Dopo un altro mese si accorge che la linea azzurra del gps diventa sempre più dritta, netta. Il passo più sicuro, il fisico più coerente.

E si sta avvicinando a correre 10 chilometri senza fermarsi. 

E così un giorno mi chiede:”Ma che ne dici se in ottobre corriamo insieme la 10 km di Venezia, quella di cui mi parlavi?”

Perché no?

Ciao,

Alberto

(@per4piedi)