Valencia, la città del running!


Ho ricordi fantastici legati a Valencia, in un’estate azzurra e bellissima di qualche anno fa. È frizzante, moderna, innovativa. In continuo fermento tra la scia dei locali di Hemingway sul lungomare, la Velocità, le architetture da viaggi interstellari e il relax vivo del centro. E mi incuriosisce la sua Maratona, che nel 2018 si correrà il 2 di dicembre.

Luca l’ha corsa due volte, è letteralmente entusiasta, e gli ho chiesto se mi raccontava come è. 

Ecco il suo racconto.

La passione per la corsa ci porta a correre in compagnia, è inevitabile. Anche il runner più solitario si trova, volente o nolente, a partecipare alle corse amatoriali domenicali per poi passare alle 10k, mezze Maratone, Maratone ecc., quelle cose lì serie coi pettorali, giudici, rituali, che col passare del tempo diventano un mondo famigliare. E più passa il tempo e più ti piace tutto il contesto che disegna un’importante sfondo tutt’attorno alla corsa fatto di sportivi, sponsor, associazioni e tanta gente sia dentro che fuori il percorso dove corriamo. Tutto un mondo del quale prima o poi ci sentiamo parte, che ricerchiamo.
E’ un attimo che questo desiderio di partecipare alle gare (continuiamo a chiamarle corse, ma ogni tanto ci ricordiamo che sono vere e proprie gare) diventi la scusa buona per visitare nuovi luoghi, per fare una piccola vacanza. Chi corre lo sa bene e non serve spiegarlo, chi non corre invece non lo sa ed è impossibile spiegarglielo facendola sembrare una cosa ovvia come lo è per noi.

In tutto questo, l’appuntamento di Valencia è imperdibile per il Maratoneta.

Senza aver paura di peccare di presunzione, la Maratón Valencia ti sbatte in faccia la sua grandezza e snocciola numeri importanti: 18mila pettorali a cui si aggiungono i più 7500 sulla 10k. Circuito veloce (nuovo record di 2:05:15), partecipanti da 90 paesi nel mondo, certificata IAAF Gold Label – Valencia es orosi gonfia il petto per dare grandi aspettative senza paura di deludere, autoproclamandosi con apparente presunzione città del running

E diamine, lo è!

L’ho fatta l’anno scorso vincendo il pettorale ad un evento Brooks e ne ho parlato così tanto e bene che la mia compagna me l’ha regalata anche quest’anno. Con l’occasione ci siamo presi un paio di giorni in più per vivere al meglio l’evento e la città, perché da quando si arriva a Valencia e fino alla partenza sembra che tutta la città giri attorno al running. 


La Maratona ed i suoi eventi collaterali sono richiamati un po’ ovunque, dai manifesti per strada alla pubblicità nelle riviste, dagli shop e musei convenzionati agli alberghi, che sembrano vestiti a tema, anche se si viaggia senza gli specifici tour operator del settore. E poi c’è sempre gente che corre, corre, corre a tutti i ritmi e a tutte le ore del giorno. Wow!

Il quartier generale della maratona è la Città delle Arti e delle Scienze, la famosa opera architettonica di Calatrava dove hanno sede l’expo e l’arrivo della maratona. L’expo risiede nello stabile del Museo della Scienza, è grande come sono grandi quelli delle grandi Maratone, con pochi stand di corse e più espositori tecnici per fare acquisti. Qui, poco prima del porto, finiscono i Giardini del Turia, un lunghissimo parco che attraversa la città, l’ex letto del fiume Turia (deviato all’esterno della città a seguito di rovinose esondazioni) intelligentemente convertito a parco, con piccole attrazioni, ma soprattutto con piste ciclabili e pedonali, estremamente apprezzate vedendo quanto vengono utilizzate. Una città verde, nella città circondata dal mare.


Nell’attesa della domenica mattina si possono vivere gli eventi organizzati ad hoc tra feste, giochi, concorsi, musica e paella party (solo il sabato). La domenica dopo la corsa no, chissà perché), comunque si respira aria di maratona in tutta la città grazie ai numerosi maratoneti e relativi accompagnatori, soprattutto italiani. Per strada è più facile sentire parlare italiano che spagnolo.


Il periodo dell’anno scelto per la gara è ideale, con un clima secco ed una temperatura tra i 12 e i 17°C di media se non erro, fresco alla partenza e piacevolmente caldo all’arrivo. Il percorso inoltre è pianeggiante, le strade iniziali molto larghe, i ristori ampi. Insomma, ci sono tutti gli ingredienti per correre a proprio agio anche se tra migliaia di partecipanti, o addirittura per cercare di fare il personale. Non esiste solo Berlino, eh.

Alla partenza bisogna arrivare con giusto anticipo, lo stradone diviso per gabbie occupa tutte le carreggiate lasciando solo il marciapiede al pubblico e a chi cerca il proprio cancello, creando inevitabilmente una bolgia che rende lento l’ingresso in griglia. Le partenze sono scaglionate lasciando spazio prima ai top runner, poi agli amatori veloci ed infine al resto dei filippidi.

Subito il panorama è mozzafiato, attraversando un grande cavalcavia sopra il lungo parco tra l’Opera e l’Hemisferic, per poi girare a destra lungo lo stradone che corre verso il mare. Da lì e per i primi chilometri ad essere sincero il panorama non è niente di che, non brutto assolutamente, direi piuttosto “normale”, tra i palazzoni della parte della città più lontana dal centro storico ed il pubblico che comunque si fa sentire. E il pubblico non molla mai il percorso, cosa che in Maratona mi piace un sacco. Spesso c’è musica suonata live o riprodotta da DJ (piccolo inciso: i DJ non “suonano”, fatevene una ragione o prendete in mano uno strumento musicale), gruppi di tamburellisti, gente che incita attraverso slogan incomprensibili per il sottoscritto e via dicendo, dando l’impressione di gran coinvolgimento della città.

I ristori sono presidiati da un discreto numero di volontari che facilitano la presa delle bottigliette al volo, e, lungo il percorso, si trova del personale con in mano delle bombolette spry magiche da spruzzare all’occorrenza sulle gambe di chi è in sofferenza, un ottimo servizio che si vede sempre più presente man mano che i chilometri aumentano.

Mentre corro mi accorgo che dentro mi cresce l’entusiasmo, quest’anno come l’anno scorso. Passata la metà corsa ci si dirige verso il centro città per poi fare dei passaggi panoramici nel centro storico. La folla aumenta, sembrano tutti divertirsi, tanto che qua e là si scovano nel pubblico bambini vestiti in maschera. Magari questa cosa sembra scontata o non dovrebbe sorprendere, ma ahimè son troppo abituato alle marce dove l’automobilista sfoga nel clacson la sua ira o, ancor peggio, la urla ai corridori perché per qualche minuto non ha l’esclusiva della strada, oppure quando sento le classiche chiacchiere da bar, dove sguardi vuoti scuotono il capo con disappunto commentano quanto male ha fatto tal amministrazione a chiudere una strada per una corsa… a Valencia no, la città è consapevole e vive questo giorno come una grande festa, magari con la lungimiranza nel capire che ogni anno arrivano soldi che fanno bene a tutti. Chissà. 

Il divenire in crescendo di questa Maratona è un aspetto che mi ha piacevolmente colpito nel 2016 e che fortunatamente ho ritrovato nel 2017. Più ci si avvicina al traguardo e più il pubblico ti spinge, veramente una bella sensazione. Gli ultimi 3-4 km sembrano l’arrivo di una tappa del Giro d’Italia con la folla che in assenza di transenne stringe la strada, fino a quasi l’ultimo, perché l’ultimo pezzo è una passerella sull’acqua di poco meno di un km tra le piscine della Città delle Arti e della Scienza. Un arrivo che più scenografico non si può, provare per credere.

 
L’anno prossimo la data slitta da metà Novembre ai primi di Dicembre, non conosco il motivo, magari è per non sovrapporre altri eventi vicini, magari in Spagna hanno una Federazione che lavora (ops… mi è scappato!). 

Come dicevo all’inizio, le corse in giro per il mondo sono anche la scusa per viaggiare, in autunno ce ne sono diverse e sicuramente bellissime da scoprire un po’ ovunque, Valencia l’ho già fatta due volte, quindi, magari, ecco, potrei… non so, temo che tornerò a correrla almeno un’altra volta. L’ultima, lo giuro!

Ciao,

Luca

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#RuntoNYC: un capolavoro a New York.



New York si fa scoprire e raccontare per immagini e frammenti, e non può essere mai una cosa sola alla volta. L’aria ti scivola sul collo e ti alza un brivido, mentre sollevi lo sguardo dove il sole e la luna giocano a braccio di ferro, giorno dopo giorno senza sosta, tra grattacieli e strade, regolari nella forma e tumultuosi nel resto. Eppure ci sono angoli di quiete assoluta, quasi parentesi distese tra l’adrenalina e il prisma di possibilità che c’è a New York.

E poi c’è la Maratona.


Bisogna svegliarsi molto prima dell’alba e lasciare la stanza con la voglia di tornarci diversi. Staten Island è lontana circa un’ora di corriera. Pian piano in cielo è il turno del sole. Devi aspettare tre ore prima di iniziare a correre. L’attesa si vive tra prato, ciambelle e liquidi zuccherati offerti dagli sponsor, il miele che spari nel pane degli hamburger già diviso in due fette nel sacchetto, noccioline, bagni chimici ordinatissimi, coperte e felpone, che lasci in beneficenza. Fa freddo e l’emozione non serve del tutto a scaldarti. Se vuoi, quello è il momento per la concentrazione, che per me è fondamentale prima di ogni corsa, anche quella sotto casa. Entri nelle gabbie di partenza secondo un percorso che mi ha ricordato quello dei gladiatori verso l’arena. C’è l’inno nazionale statunitense, c’è la voce di Frank Sinatra, ci sono più di 50mila persone che correranno come te. Ma quando vedi l’ingresso di Verrazzano, sembra che il ponte stia guardando solo te e New York dietro dica:“Benvenuto, da qui in poi non puoi tornare indietro. Vediamo chi è più forte.” E senti lo sparo e ti trasformi in corsa. Percorri tutto il ponte, inizia subito in salita. Lì ci sono solo runner e così via per tre chilometri. 


Alla fine, ti aspetta Brooklyn. Piove, ma la luce è stupenda e la gente è tutta per noi. Ci dedicano la loro gola e restano senza voce. Siamo perfetti sconosciuti, in quel momento siamo fratelli. I newyorkesi rispettano chi corre in modo totale. E chi sta correndo la Maratona delle loro città è un essere umano da venerare e far sentire accolto. Le endorfine si sentono a casa dopo poche miglia. Tu non devi fare altro che correre, divertirti, respirare la città e dare il massimo. Al resto ci pensa la gente di New York. Si dice race day, il suono mi sembra un ruggito

Ed è così anche nel Queens, dove trovi chi ha fatto la spesa dal fruttivendolo per regalarti banane e frutta secca. La musica non smette un attimo. Viene dalle band lungo le strade e dai ragazzi che si sono radunati agli angoli e ballano e cantano. C’è il jazz, il rock, l’hip hop. Hai “Ita” scritto sulla maglia e la risposta della città è un urlo:“Go Italia go”. Quando incontri un gruppetto di italiani ti senti di correre con la maglia della Nazionale addosso. E leggi ogni genere di cartello. Sono parole piene di ogni cosa che la corsa possa esprimere. Passione, birra, sesso, amicizia, fatica, gioia, abbracci, sudore, sorrisi, baci, carezze, politica, fuck you. Per loro siamo “tanto stanchi quanto sexy”, rockstar, sista and bro, amici eterni per lo spazio di pochi passi. “In una scala da 1 a 10, voi siete a 26.2!”, che in miglia sono i nostri 42 chilometri e 195 metri. 


Arriviamo alla mezza Maratona e un maxi schermo proietta l’arrivo del vincitore a Central Park. E lì mi sento in tre dimensioni: sto vivendo appieno un evento che non fa differenza tra chi vince e chi arriva quando il sole è tramontato. Capito il senso della Maratona di New York? Qui del tempo se ne fregano, stai correndo la loro Maratona, hai dedicato mesi della tua vita per essere lì. Tutta quella gente ti sta ringraziando perché stai diventando un Maratoneta nella loro città che, ho capito, è qualcosa di diverso dall’essere un Maratoneta e basta. Al 25esimo chilometro il Queensboro Bridge punta due dita verso ognuno di noi e ci sfida a percorrerlo. 

Ma quanto dura questo ponte? E che pendenza ha? Sembra in discesa, poi mi volto per cercare qualcuna delle mie compagne di squadra di #RuntoNYC e vedo che, in realtà, la strada è in salita, con un tipo di terreno che ti frena. La discesa arriva quando le cosce stanno per scoppiare e il cervello inizia a dire “Sei sicuro che ci riusciamo?” “Sì! Ci riusciamo. Corri, non pensare.”.


C’è una nebbiolina leggera che svela i tetti dei grattacieli. Sembra un quadro surrealista del MoMA, eppure siamo solo noi che corriamo sopra la città. New York si sta inchinando alla nostra corsa. Ecco, a questo non ero pronto. E mi pulisco sudore e lacrime dalla faccia, senza che tu te ne accorga. Per fortuna c’è il ruggito del Bronx. Torna la musica, quella rude, piena di grinta e determinazione. Qui chi dà il cinque a bordo strada ti sbatte contro tutta l’energia violenta che ci vuole nelle ultime miglia. Qui è nato il rap più pesante, quello che urla di alzarsi in piedi e tirare fuori la voce e allargare le spalle perché da lì in avanti la Maratona farà quello che fa in tutte le città del mondo. Ti morderà senza pietà, ti spaccherà i polmoni, ti ingannerà il cervello se tu non sei più incazzato di lei. 


Dopo il 32esimo chilometro, ne mancano 10, sembra un conto alla rovescia dolce, sarà la prova di testa e di corpo più dura che affronterai. Qui si lotta e basta. Abbiamo due milioni di persone a fare il tifo. Nessun dubbio e spingiamo dentro le Blushield. Balliamo. E arrivano Manhattan e Central Park, godiamoceli. Qui la gente rallenta per la fatica e perché il numero di persone che c’è si prende tutte le forze rimaste. Per fortuna tutta la mia squadra, ovunque sia in questo momento lungo il percorso, arriva lì lucida e il merito è delle strigliate e del lavoro che ci ha fatto fare quel campione olimpico che ci aspetta al chilometro 39, facendo un tifo indemoniato per i metri finali. Sono i più tremendi, perché un sacco di persone cammina, bisogna andare a zig zag, e così la Maratona si allunga. Bisogna tirare fuori i superpoteri per spostare con i muscoli la gente. Cambio di passo, l’abbiamo provato tante volte. In dieci passi, il ritmo diventa di un minuto più veloce. Zuccheri, tocca a voi bruciare adesso. Se ci siete, diventiamo definitivamente divinità. Se non ci siete, sveniamo per terra. La differenza tra una Maratona da sogno e una da incubo è negli ultimi 3 chilometri. Abbiamo negli occhi l’energia che ho sperato e che credevo. 

Quanti ne stiamo superando?

Qualche volontario oltre quella linea ha già in mano la medaglia che ci metterà al collo.

Ognuno di noi 50.000 ha la pelle ricoperta di brividi, l’anima di lividi e agli angoli della bocca lecca via il sale di lacrime e sudore e pioggia.

La gente di New York ha ragione: siamo bellissimi così!

Quella gente è lì per noi e ci ha inciso addosso un giorno che non dimenticheremo mai.


Quanto durano 195 metri?

Chiunque tu sia, adesso te lo dico.

Un passo.

E mancano quattro metri.

Ti dico che se abbiamo fatto tutto questo percorso fino a qui, io e te siamo uguali e ci completiamo, altroché no.

Mancano tre metri.

Ti dico che non saremo mai perfetti, ma visto che qui e ora stiamo bene, allora va bene così.

Solo due metri.

Ti dico: hai mai guardato un sogno in faccia come sta accadendo ora?

Un metro.

Ti prendo per mano e ti dico che siamo arrivati nel luogo dove ci sentiremo per sempre a casa.

Alberto

(@per4piedi)

#RuntoNYC: l’ultimo prima di cambiare.


A New York può capitare di sentirti un top runner mentre fai una corsetta semplice semplice a Central Park. Anzi, in quel momento sei davvero un top runner se corri dove stanno allestendo l’ultimo miglio della Maratona che tutti sognano e ti muovi dentro un gruppo sorridente e colorato di arancione. Tanto che le persone che ci incrociano urlano:“Orange is in da house” e applaudono le ragazze della squadra di #RuntoNYC di Diadora

Domani è il giorno della Maratona. 

Domani non si scherza. Domani tutto cambia: perché che tu sia alla tua prima Maratona o all’ennesima, questi giorni qui hanno fatto capire che questa sarà una Maratona straordinaria, perché si corre in una metropoli fuori dall’ordinario.
La Maratona cambia sempre chi la vive. C’è un prima, c’è un dopo. Naturale sia così, credo sia anche giusto e bello sia così.
Quindi oggi è il giorno prima di cambiare. Ci sono scelte da prendere, decisioni da continuare a considerare giuste mentre le si mette in pratica, strade da costruire e altre da modificare. Ci sono spazi da colmare e vuoti che semplicemente sarà giusto lasciare andare così. Ci saranno nuovi progetti, sogni, idee da andarci a prendere. E nuove strade da correre, magari con le stesse persone che sono arrivate fino a qui e, di certo, anche con persone nuove. Ma questo sarà dopo.


In questi mesi mi sono chiesto quale canzone avrei associato a questa Maratona e ho deciso che la canzone che mi suonerà in testa sarà Halellujah dei REM, che qui e lì dice:“The world is an oyster, the bitter refrain / I am the action / You make me to stand in the square on scene”. Parole che per me riassumono tante cose di questi mesi.

Ragazze, abbiamo affrontato un viaggio immenso, che ci ha cambiati tutti. Nulla di eroico, piuttosto di molto umano. Ora ci sono gli ultimi 42 chilometri e 195 metri davanti, ogni passo che faremo sarà un conto alla rovescia verso quella linea dove abbiamo corso ieri. La linea d’ombra tra prima e dopo, la linea della luce più delirante e totale.

Dobbiamo diventare i nostri passi dentro questa metropoli, i battiti verso la luce che spunta tra i palazzi, l’Oceano che cambia il cielo in ogni istante, dobbiamo diventare le due milioni di persone previste lungo le strade, da Staten Island a Central Park, che adesso è un po’ più nostro. Dobbiamo diventare noi stessi più che mai, con il coraggio e la voglia di andare oltre, perché la Maratona è una festa, è un gioco, è una battaglia, è un’intuizione, è strategia di testa, di pancia, di cuore.

Dobbiamo diventare ciò che si è svegliato in cima ai nostri sogni e ci ha portato fino a qui.

Il mondo è un’ostrica, un ritornello dolceamaro / Io sono l’azione / Tu mi fai stare al centro della scena”.

Dobbiamo diventare la Maratona a New York City.

Qui. Ora.

Un abbraccio.

Alberto

(@per4piedi)

#RuntoNYC: come brividi sulla pelle.


Dunque, ragazze ci siamo.

Per me oggi è la vigilia del volo verso le strade di New York City, per voi la partenza sarà nelle prossime ore. Questa mattina ho indossato la maglia con cui correrò la Maratona, dice “Alberto Diadora Team” e con lei ho messo addosso tanti brividi di vita.

La Grande Mela ci aspetta per farsi mordere. E’ un morso iniziato a marzo e, in verità, anche prima. In questi mesi avete corso ovunque ci fosse un tratto di strada che potesse ospitare i vostri passi. Se non c’era, lo avete trovato. E avete corso dentro orari che non immaginavate a ritmi impensabili. Abbiamo tutti imparato che la corsa si misura nel tempo che passi con lei. Resistenza e velocità sono una conseguenza. Come i brividi sulla pelle.

New York è già vestita con il set della Maratona. Più di sessantamila persone a correre, milioni di occhi e di mani, lungo quelle strade e in tutto il mondo, a fare il tifo, ad ammirare, ad nutrire un sogno. Ci sarà un primo, ci sarà un ultimo. E saranno il primo e l’ultimo di New York. Sono convinto che ci sia un prima in ogni Maratona e poi un dopo. La Regina ti guarda e scava in te finché trova qualcosa. Ti prende più o meno tutto per ridartelo più forte, più potente, pieno di energie nuove. La Maratona è un gioco serio, pieno di rispetto, pieno di leggerezza. Le zavorre dentro sono l’unica cosa che non ci servono

Prima di raccontare il vostro viaggio, la corsa quest’anno mi ha regalato spazi enormi. Ho raccontato un Guinness dei Primati, 62 Maratone in 62 giorni consecutivi sul tapis roulant, ho raggiunto un obiettivo personale e incontrato Ötzi sfiorando il cielo. Ho corso con chi non può muoversi, dicono. Sono andato giù da una pista da sci e e ho corso il mio primo trail: avevo una motivazione più forte della mia paura della discesa. E ho immaginato cosa senta il ragazzo jamaicano sembrava non si dovesse fermare mai.

La prima volta che voi ed io ci siamo conosciuti, ho provato a raccogliere il più possibile della vostra storia in 15 minuti di domande da sconosciuto perfetto. Spero di esserci riuscito. Poi ho messo in gioco le mie parole, e tutta l’energia che mi ci vuole per metterle sulla carta, per raccontare un viaggio denso di vita e di battiti, di respiri, di consapevolezza, di cambiamenti, di scelte, di tentativi, di provare a fare e rifare meglio, di passi messi a terra, di braccia che ondeggiano disegnando un binario invisibile, di nodi che si allacciano sulle Blushield e che si sciolgono in gola. Perché, in questo viaggio chiamato #RuntoNYC, in fondo e lentamente, ognuno ha trovato qualcosa di nuovo dentro di sé che chiamerà per sempre casa. Ecco il vero significato di fondo lento.

New York ci aspetta, vestita dalla Maratona che ognuno sogna. Tutto il viaggio vissuto non ce lo toglierà più nessuno.

E questo non è un sogno.

Alberto

(@per4piedi)

#RuntoNYC: la Mezza di Treviso, appena prima di NYC.


Ammetto che non avevo in programma di scrivere questo post. Poi, al traguardo della Mezza di Treviso, ho visto una ragazza toscana che si commuove solo perché vede le persone arrivare felici alla fine della corsa. Ho pensato a Massimo che non ha ancora finito la sua di corsa e si ritrova a dover vincere la gara più importante. E ho pensato alle ragazze di #RuntoNYC di Diadora, che tra meno di un mese sfideranno le strade di New York e che, per 48 ore, hanno avuto Treviso come casa e le strade della Mezza come ultimo allenamento prima della Maratona che tutti sognano. E ho pensato a quanto tu, correndo, stia portando te stessa ogni giorno un po’ più in là, per vedere quanto ancora sia inesplorato il mondo che credi di conoscere già. 
Mentre pensavo a tutto questo, mi è arrivato un messaggio. Un grazie inaspettato, vivace, per aver regalato una manciata di istanti di corsa, che io nemmeno sapevo di aver dato.

A quel punto, le parole hanno preso a scorrere, con un ritmo lento all’inizio, che poi è salito, si è fatto rapido, agile, costante. Senza forzare, è diventato veloce. Una progressione. Assomiglia alla corsa delle Bordin Girl, un passo dopo l’altro. Da mesi. Lunghissimi a volte, rapidi adesso che il volto di New York sta apparendo deciso dall’orizzonte sopra l’Oceano. 

Con un po’ di fantasia, nemmeno tanta in realtà, l’acqua del Sile che accompagna il tracciato della Mezza di Treviso è la stessa che arriva al mare Adriatico. Scivola fino al Mediterraneo e, dalle parti di Tarifa in Andalusia, supera il confine con l’Oceano Atlantico. Da lì raggiunge New York. Dicono che l’acqua del mare di questa parte del mondo impieghi più o meno un mese per toccare l’altra parte laggiù. Come dire, quello che le ha portate fino a Treviso, le ragazze lo troveranno al traguardo a New York. 

Penso che in questi mesi ognuna di loro abbia cambiato il modo di vivere le giornate. Ecco perché è così importante scegliere le scarpe che si indossano. Bisogna stare comodi mentre si affrontano i cambiamenti. Credo abbiano capito fino in fondo le differenza tra tanti allenamenti e una gara. Magari qualcuna ha cambiato lavoro, in questi mesi, città, colore delle pareti di casa o taglio di capelli. C’è chi sta capendo a che punto si trova del proprio romanzo personale e chi ha imparato che l’emozione è meglio scioglierla in una risata, perché piangere fa perdere liquidi e se poi nessuno raccoglie le lacrime è un bel casino. 

E che se tra te e la corsa si mette di mezzo un muscolo sconosciuto chiamato soleo, questa è solo una motivazione per tornare più forte di prima. Penso che tra un mese di tutto questo resterà solo un ricordo magico. Quel giorno lo vedo ancora lontano e poi c’è tutta l’adrenalina di New York ad attenderci. Mi piace pensare che la notte dopo la fine di #RuntoNYC, ogni luogo che ha ospitato questo viaggio si fermerà un istante per dire: “Brave ragazze, avete volato.” 

Tra le molte cose che ho imparato raccontando questa grandiosa storia e’ che una squadra non è fatta solo dalla maglia che indossa. Una squadra è fatta di attese comuni, prove di resistenza collettiva e svariati bicchieri di birra o di prosecco. Un runner non è fatto dai tempi che fa o di quanti se ne lascia dietro prima del traguardo. Credo che un runner sia fatto di passione, lealtà, coraggio, determinazione, istinto, strategia e sudore e lacrime e sorrisi che si possono vivere liberi tra il sole e la luna. E uno queste cose non le improvvisa: o le hai nella vita o non le hai proprio. E’ come una Maratona, non si improvvisa.

Ecco, oggi ho capito che non bisogna avere zavorre nelle tasche o nelle scarpe. Anzi, le zavorre vanno lasciate cadere vicino al cancello, prima di uscire.

Bisogna volare verso l’alto.

E farlo forte.

Ragazze, ci vediamo a New York.

Alberto

(@per4piedi)

Questa sera ho battuto George.

Questa storia inizia l’8 marzo del 2015. E non pensavo avrebbe mai avuto il seguito di questa sera. Perché questa sera ho battuto George.

Chi è George?

George è uno che corre forte e mi ha insegnato molto sulla corsa. E’ uno che impasta la farina per fare il pane, ogni notte. E insegna anche a preparare il pane. Ama sua moglie Gillian e i suoi due figli.

George mi ha insegnato la lealtà (“se uno è leale nella vita, cioè non ti racconta bugie e non ti lascia da solo, lo è anche nella corsa. Se non è così, tu cambia strada”) e ha contribuito ai movimenti delle mie braccia. E’ del Camerun e correva con la nazionale del suo Paese. Come ho incontrato George lo trovate qui.

Il martedì sera è tempo di allenamento collettivo al parco. Una di quelle cose non organizzate, che si replicano da anni, e diventano tradizione. Si parte, tutti insieme. Dieci chilometri. Ognuno con il suo passo. E si accende la gara. Nessuno vince nulla, nessuno perde nulla. E George stacca tutti. Sempre. Subito. Giusto così. Ha una corsa che incanta. Estetica, leggerezza, potenza. Resta dietro persino il vento.

“Come fai George?”, gli ho chiesto una volta.

“Ho sempre corso piano, quando non dovevo correre veloce.”

Anche ora George è già lontano. Gli altri, cioè noi, ci guardiamo per capire come siamo messi questa sera. Io parto lento, ma mi sento bene. Il respiro è calmo, le braccia fanno il loro lavoro. Le gambe scorrono fluide. Ho in testa un nuovo mantra che è già diventato musicale. E mi lascio trasportare. Cerco il ritmo. Il mio ritmo. L’unica cosa che ricordo è che mi sorprendo ad accorgermi che ho la mente libera. Il resto segue, sereno. E agile. Potente. Sì, provo la sensazione di potenza. Sento il piede che spinge indietro il terreno e l’altro segue. Il corpo segue la ritmica della leggerezza. L’altro giorno ero stanco, adesso mi diverto.

Il mio orologio dice che siamo a metà corsa e un po’ di più. George è lì davanti, puntino verde e nero, con i pantaloni lunghi, sempre. Dietro un buon numero del gruppetto di corridori. Attorno ne ho meno del solito. Strano. Non ho sete, non ho fame. Ho solo voglia di ascoltare le Blushield suonare il parco in un tam tam da tamburo africano

E nell’ultimo chilometro e mezzo accade qualcosa che non mi aspettavo.

Ecco Gianni, il dentista. Provo a stargli dietro. Lui corre veloce. Raggiungiamo una ragazza in bicicletta, la affianchiamo io a sinistra, Gianni a destra. Però non lo vedo più quando superiamo la bici. Mi volto e Gianni è dietro. Proseguo. C’è una curva che si perde tra gli alberi, con un breve salita di terra battuta. E c’è Luciano, capelli bianchi, occhi azzurri, pochi anni più di me. Non si accorge che arrivo e lo supero in discesa. “Ma cosa ti hanno dato a Trento?”, ride.

Mancano trecento metri ai dieci chilometri. E sono secondo della garetta improvvisata del martedì. E George? Sarà già arrivato. Un’altra curva e vedo il panettiere del Camerun ad una manciata di metri.

Cosa?

Ma che succede? A quanto stiamo andando? Piedi ma che fate? Non mi ascoltano e proseguono. Voglio prendere George. E tiro le labbra indietro. Scopro i denti e aumento ancora. Curva secca a destra, da un lato il parco, dall’altro le mura del palazzo ducale. 

Rettilineo. George ti prendo. 

Aspetta, Alberto, aspetta

Mancano ancora cento metri. Manca ancora un sacco. Resto un po’ all’interno della curva e pesto il piede sinistro sul terreno, alzando il ghiaino. E pesto il piede destro come un leone, portando “avanti il bacino e verso l’alto” come mi ha insegnato George, come corrono in Africa. Altra curva a destra, l’ultima e non vedo più George dove la coda dell’occhio può arrivare.

La linea del traguardo passa tra un lampione e una statua. E la tocco per primo. 

Arriva George e mi abbraccia “Fratello”, urla. “Te l’ho insegnato io quello scatto.” Ridiamo. “Frequenti troppo gli africani, hai imparato il nostro ritmo. Adesso te li puoi sbranare tutti. E questo non te lo toglie nessuno. Sguardo in avanti e ridi quando perdi e quando vinci.”
Sarà anche la corsa al parco, ma questa sera ho battuto un africano, che quando si alza sui piedi fa qualcosa di diverso dalla corsa. George usa la corsa per scrivere danze potenti.


Sono contento e vado dove tutto è iniziato. Nella parte del parco con un laghetto. Sta arrivando il tramonto e il martedì se ne va. Qui è nata la mia corsa, il blog, i sogni. Gli incontri, i progetti, sempre più grandi, potenti. Qui sono rinato io, qui vorrei portarti, prima o poi. La superficie del lago sembra ridere per il solletico del vento.

E questa storia finisce così con le mie mani nell’erba, i piedi nudi sulla terra battuta.

Vorrei bere una birra, abbracciarti e raccontarti questa storia. E mi affido a questo tramonto mica male e al ritmo che ho nei piedi e nelle mani.

Alberto

(@per4piedi)

I muri vanno presi a spallate.

Ammetto che non avrei voluto scrivere un post sulla 30 Trentina. Non perché non sia stata una bella gara o una bella giornata, anzi, ma perché, semplicemente, per una volta non avevo voglia di scrivere.
I 30 chilometri attorno ai laghi di Levico e Caldonazzo li vedevo più come un allenamento intenso, di quelli che ti dicono a che punto del percorso sei arrivato e quanta strada ancora c’è da fare per arrivare a correre una Maratona nelle prossime settimane.


E poi capitano alcune storie che fanno la differenza e, credo, meritino di essere raccontate qui. Sono storie che non c’entrano nulla l’una con l’altra, sono proprio slegate, quindi è anche difficile trovare un filo per collegarle. Però mi dispiaceva non raccontarle e tenerle per me. Come tre fotografie belle, che finiscono nel buio di un cassetto. Ho deciso di non pensarci e scrivere. Punto.

Colazione. La colazione è importante per qualunque corsa, specie per una corsa di 30 chilometri a ritmo lento, lungo la quale non bisogna arrivare a bruciare gli zuccheri, ma usare solamente i grassi. Dove l’acido folico è importante e quindi bisognerebbe evitare il caffè ed il tè, come dicono i coach più bravi. Io al tè non rinuncio. E poi vedo che al buffet dell’albergo di Levico c’è una meravigliosa ciotola piena di nocciolata. Penso che l’abbinata perfetta siano dei toast. Faccio scorrere due fette di pane nel fornetto elettrico. A me quel momento ricorda sempre chi corre sul tapis roulant. 

Mi si avvicina un uomo, su una carrozzina. Noto che indossa la maglia della Maratona di Berlino 2017, che si è svolta nella stessa domenica della Trentina. E questo particolare mi colpisce. Non resisto e gli chiedo come mai abbia quella maglietta. Sono domande da runner, queste.

Mentre ascolto la sua storia, faccio scorrere altre due fette di pane nella tostiera per lui. Lo faccio perché il fornetto è troppo in alto, troppo scomodo per lui. Questo uomo, di cui purtroppo non conosco il nome, mi racconta che era un triatleta, di quelli forti. Poi un giorno il mondo va in testa coda e lui si sveglia in carrozzina. 

Un muro davanti. 

E ora? E lui decide di non lasciare il triathlon e di diventare allenatore. Alla Trentina sta accompagnando alcuni ragazzi che correranno per la prima volta la distanza di 30 chilometri. Scalare un muro per aiutare ad abbattere un muro. I toast sono pronti e ci salutiamo.

Torno al tavolo e vedo che qualcuno aveva già pensato a me e mi aveva preparato dei toast.

La seconda storia avviene lungo una salita di un chilometro esatto, poco dopo metà corsa.

Qualche passo dietro di me, sulla destra c’è Romina e sulla sinistra Daniela. Entrambe stanno correndo per la prima volta i 30 chilometri, tappa fondamentale verso la loro prima Maratona: una a New York, l’altra a Venezia.

Le ammiro tanto, davvero. Perché ad ogni passo, da mesi, si stanno mettendo in gioco.

Tutti e tre odiamo le salite. Anche se le salite sono quelle che fanno rimanere nella storia e allenano mente e corpo. 

E allora decido di fare una cosa, solo per il gusto di aggiungere sfida alla sfida e ingannare quel chilometro di asfalto. 

Allungo il braccio destro verso Romina. Tre passi e sento che lei mi prende la mano. Corriamo insieme. Prima ci teniamo per le dita, temo di perdere il contatto e allora allungo la dita verso il suo polso e lei fa lo stesso con il mio. Ora il contatto è più stabile. Allungo il braccio sinistro e Daniela lo afferra. E via, ridendo. Forte. E’ una risata collettiva e contagiosa. E’ una risata in faccia alla salita. Ho il cuore che sale tanto quanto la pendenza.

Alla fine della salita, le due ragazze mi lasciano e io mi sento come spinto in avanti. Le risate continuano e credo che ora abbiamo capito che la salita può essere ingannata. Che i limiti sono spesso solo nella testa. Che se sorridi mentre combatti e metti passione nelle scarpe e intelligenza nelle mani, ogni nemico può essere abbattuto.

La terza storia si svolge in curva.

 Sono seduto a guardare il lago di Levico ripensando alla corsa. Mi giro a destra e, in lontananza, vedo un punto biondo che si sta avvicinando. 

E’ Federica. Ha un sorriso grande come la luna che c’è in cielo in questi giorni e sta correndo verso il traguardo dei suoi primi 30 chilometri. Anche lei sta preparando la sua prima Maratona, anche lei a New York, nel giorno del compleanno numero 40.

Affronta l’ultima curva sciolta, stanca, sicura. “I miei primi 30 chilometri”, urla, amplificando il suono delle parole con le mani al cielo, quasi a dire: “E ora questo non me lo toglie più nessuno.”.

Federica sta preparando la sua prima Maratona, ma ha già vinto una gara che a confronto l’Ironman di Kona è un giro di una pista di atletica.

Seguo la scena con lo sguardo e la riprendo con il telefonino perché quel momento va ricordato. E in quella curva urlata, scalciata, vedo tutta la vita che c’è dietro alle mura che la vita ti può mettere davanti.

Nel viaggio di ritorno da Levico guardo le montagne in cui si specchia la sera. Continuo a dire che meno male che c’è la corsa, e tutto il mondo che mi sta facendo vivere, anche se non ho tanta voglia di correre ultimamente

Paradossale, vero? 

E, ti dico, che in certi giorni non è questione di ritmo, velocità, chilometri da coprire. Anzi, queste sono tutte cazzate. 

Piuttosto, è questione di riscoprire il gusto di mettersi alla prova, di resistere a tutto per raggiungere ciò che si vuole, di capire quanto bello e importante sia prendersi cura di qualcosa e di qualcuno, e della dedizione che questo ti permette di avere.

Ed è questione di passione, quella che ti fa correre per trenta chilometri anche se davvero non ne hai voglia, quella che ti fa dire dammi la mano che andiamo oltre quel muro, quella che mi fa dire “Io sono qui.” Punto.

Alberto

(@per4piedi)

Godetevi la stanchezza.

Ho aspettato che fossero le 16 e 16 del primo sabato di autunno. Poi ho iniziato a scrivere.

Non c’è un motivo, mi piace il suono che fa il numero 16 quando lo si pronuncia.

Benvenuto Autunno

Mi piace sempre più questa stagione. Parte malinconica e poi dà la carica alla forza rigenerante dell’inverno, dentro cui si schiude sempre una nuova primavera.

Vorrei parlare di due argomenti: la stanchezza che provo in questi giorni e l’importanza di passeggiare.

Mi rendo conto che quest’anno, e ogni suo giorno, per come li sto vivendo, mi hanno regalato moltissimo, il mondo intero, e ancora non si fermano. Ma in cambio, hanno preteso e pretendono tante energie.

È normale, naturale, perché sono un essere umano.
Sono a Levico, domani c’è la Trentina, una gara di 30 chilometri lungo un tracciato stradale bellissimo, attorno ai laghi di Levico e Caldonazzo. 

E poi ci saranno alcune delle ragazze della squadra di #RuntoNYC di Diadora, c’è la SPA in albergo, 10 km corsi agilmente attorno al lago, birra ghiacchiata presa al chioschetto e bevuta con i piedi nell’acqua del lago. E c’è tutto il luna park delle gite fuori porta.

Io avrei dormito tutta la mattina perché sono stanco. 

Per vari motivi, più un anno.

E almeno fino a metà novembre devo tirare come un bufalo.

Perchè bisogna averne di energia per stare sulle montagne russe.

L’altra questione è passeggiare.

Ecco, ieri sera ho fatto una bella passeggiata, ho chiacchierato, ho bevuto qualcosa da una ciotola di rame, mi sono goduto la compagnia e la luna.

Sono stato bene. 

E anche se ero molto stanco, mi sono goduto il momento presente. 

Per andare oltre bisogna rallentare.

Il mio qui e ora ha tanti impegni e molta stanchezza, però credo che abbiamo un obbligo verso noi stessi: dare un senso alla nostra stanchezza.

Perché noi siamo vivi e siamo stanchi, ma siamo vivi e stanchi di cuore, per tutta la passione che pulsa dentro forte.

Dare un senso alla propria stanchezza significa riconoscerla, accettarla, accoglierla, capire che dietro a lei ci sono tanti meriti. 

La stanchezza ci permette di avanzare crediti nei confronti della Vita. Ma bisogna godersela e ogni tanto staccare.

Quindi vi auguro e mi auguro di goderci la stanchezza e di staccare la testa pur non abbandonando mai quei sogni e progetti che danno senso al cielo sopra queste parole.



Alberto

(@per4piedi)

Rewind: risparmia energia quando è possibile.

Romina ed io ci sorridiamo e ci guardiamo, sopra uno dei ponti di Bassano. Non quello famoso.Abbiamo percorso fianco a fianco dodici chilometri, ne rimangono otto davanti. Abbiamo corso lentamente, come da piano di allenamento. E siamo fluidi come due api.

“Te la senti?”

“Sai che è tosta. Non pensavo così tanto”, dice lei, guardando la strada dall’altra parte del ponte.

“Possiamo scegliere.”

“Per una volta voglio essere obbediente”.

Bevo un sorso d’acqua e le passo la bottiglietta. Beve anche lei.

Anche per me è tosta rinunciare, perché ci sono tutte le famose condizioni ideali per correre oggi.

Sbuffiamo e sorridiamo ancora.

“Dai facciamolo”.

E con uno strano sorriso negli occhi, tutto dedicato alla strada che rinunciamo a percorrere, giriamo le Blushield e i nostri quattro piedi tornano sui passi appena percorsi.

Rewind


La strategia di avvicinamento alla Maratona di New York oggi prevede di correre un’ora e mezza, a passo lento. Oggi questo è il mantra. Mettendolo in azione, la nostra strada ci ha portati fino a quel ponte.

Percorrendo la strada al contrario, da quel punto alla linea del traguardo ci sono 2 chilometri. Le sfide piacciono a Romina, non molla di un centimetro e, anche quando procede lentamente, è inesorabile. Una goccia frantuma intere montagne. Ed è insofferente alle regole. Specie quelle che limitano la strada. 

Ma oggi no. 

Oggi la scelta corretta è rinunciare a proseguire la Mezza del Brenta e ritornare all’arrivo. Così avevamo deciso, così siamo riusciti a fare.

Ma ci vuole un pizzico di coraggio, a volte, per rinunciare ad avanzare. Uno dei tanti consigli che ho sentito su come prepararsi a correre la distanza della Maratona, mi sembra applicabile ad ogni ambito della vita attiva: “Risparmia energia quando è possibile”.

Le settimane che mancano alla Maratona si contano su due mani, questo consiglio bisogna urlarselo dentro ogni volta che possiamo.

Mentre stiamo ritornando indietro, non ci parliamo per duecento metri.

Duecento metri di pensieri.

Forse in quello spazio condiviso in silenzio, Romina ha capito la stessa cosa che mi sono ricordato io. Prepararsi a correre una Maratona ti cambia il modo di pensare, di alimentarti, di bere, di dormire

Di gestire le giornate. 

Di approcciare le cose. 

Mai e poi mai io e Romina ci saremo fermati su quel ponte se non ci fosse un ponte più grande ad aspettarci, dall’altra parte del mondo.

E’ una questione di stile. Tutto il resto non c’entra nulla, oggi.

La differenza tra una Maratona esaltante ed una infernale sta in due chilometri di strada. A volte anche molto meno. 

Migliaia di chilometri di allenamento, mesi e mesi di dedizione. E tutto può essere mandato all’aria da piccoli errori in un fazzoletto di asfalto. E’ questo il fascino del non ritorno di quella distanza.

Finito quel tratto di duecento metri per le strade di Bassano del Grappa, riprendiamo a parlare e a correre sciolti. 

Nel chilometro e poco più che ci manca riusciamo a discutere e litigare, a ridere, a giocare, a stare in silenzio. Le insegno a bere mentre si corre e lei riesce a non soffocare. Diamo il cinque a due bambini e riusciamo a rispondere con una battuta alla domanda stupita di una volontaria:“Ma avete sbagliato strada?”

Riusciamo persino a sprintare sulla passerella che porta all’arrivo. 

Oggi quel traguardo non è il nostro, ma rappresenta qualcosa di importante. La Mezza del Brenta è una tappa fondamentale della corsa verso New York City. 

Il ponte di Verrazzano e quello di Brooklyn sono iniziati dal ponte di Bassano dove ci siamo fermati, abbiamo sorriso e, per una volta, abbiamo deciso di fare i bravi.

La complicità è anche sapersi fermare, con il traguardo già vicinissimo, per centrare un traguardo più grande.

Alberto

(@per4piedi)

#RuntoNYC: New York nei brividi di chi l’ha corsa.

Alessandro è un runner che definisco “d’impatto”. E spesso da come si vive la corsa, così si vive punto

Mi ha mostrato una fotografia della Maratona di New York che ha corso anni fa con Deborah. Eccola. 


E gli ho chiesto di raccontarmi il resto. Eccolo.
Boomm!

Deborah spalanca gli occhi e salta un metro a sinistra, spaventata dal colpo di cannone della partenza.

Sorrido, si riprende. Ci siamo.

Prima.

La sveglia è suonata alle 4,30.

Freddo, corriera, freddo, battello, corriera, attesa, the caldo, freddo, aria. Aria gelida.

Siamo a Staten Island, il primo dei cinque quartieri di New York, dovremmo toccarli tutti.

Ci muoviamo. Sono già le 10.

Intorno, urlano, fischiano come solo gli americani sanno fare.

 

Frankie canta New York New York e tutti si uniscono al coro fino alla linea di partenza, è una gioia collettiva, una liberazione dopo quattro ore di vento gelido che ha costretto gli organizzatori a togliere tende e ripari. 

Wave 2, corral E: dichiarano tutti un tempo sotto le 3h50, ma non faremo altro che superare altri corridori.

Qui qualcuno bara. Tanti, troppi. Siamo partiti coperti come per andar a sciare e sul Ponte dì Verrazzano è come stare in seggiovia. Aria, freddissima che taglia viso e gambe. Folate improvvise talmente forti da spostarti i piedi.

Vento che fischia e fa sbattere il pettorale come fosse una vela lasca. Volano teli, guanti, antivento e tutto quel che prima non si aveva avuto il coraggio di togliere.

Il sole finalmente si presenta. E scalda.

La discesa dal Ponte dà ritmo e respiro. 

Sembra che la giornata sia ideale. Maledettamente ventosa, ma sarà ideale.

 

Finita la rampa che ci fa scendere dal ponte si entra a Brooklin. Giriamo l’ultima curva del cavalcavia ed esplodono due muri di folla: urlano e ti incitano come fossi a lottare per il podio.

A  occhio e croce siamo intorno al 25.000 posto, ma per loro sei tu il top runner.

Lascio il mio antivento ad un bambino che sorride dandomi il cinque. Finiremo che il muscolo più indolenzito sarà il braccio sinistro, a causa di tutti i five che devi regalare a grandi e piccoli lunga la strada. Sono colorati, festosi, pieni di cartelli che incitano il papà “Go Daddy Go“, che ti regalano abbracci “Free Hug For Runners“, che ti fan sorridere “No Beer in Central Park, Stop Here!“… 

Sono commoventi. Roba da sorridere e buttar qualche lacrima. 

Guarda il cronometro solo al 10 km.

 

Stiamo bene ed andiamo bene. Abbiamo programmato una gara tranquilla sulle 4 ore, per goderla tutta.

Ad ogni strada poliziotti e pompieri. Nei primi chilometri sono seri, sorvegliano e forse sono preoccupati. Dal passaggio della mezza Maratona in poi applaudono, sanno che sta andando tutto bene e anche loro partecipano.


Le canotte hanno la scritta Italia ed il nostro nome. Chi le legge ti chiama, ti incita “Go Italia Go”, “Deborah looking good”, “Alessandro you are my hero…”. Sono folli, eccitanti, più intensi di una RedBull.

La strada è tutta un leggero saliscendi, manteniamo il ritmo dove sale e allunghiamo in discesa.

Go Italia Go, Ittallia Maccheroni, Brava Ittallia Bella Ittallia. Sembra di stare in un film di Scorsese.

Ristori ogni miglio: ogni 1600 metri ci sono decine di volontari pronti con acqua e sali, una postazione medica e migliaia di bicchieri di carta per terra.

Welcome to Queens, leggo nell’enorme cartello retto da un altrettanto enorme donna di colore.

Qui la passione contagia anche chi non corre.

Alla mezza c’è uno dei temutissimi ponti, tanti già camminano. Rallentiamo sì, ma passiamo con leggerezza.

Sul ponte silenzio, stranissimo. Non parla nessuno. Poi discesa, brusio in lontananza. La rampa scende veloce ora, curva a sinistra e si entra a Manhattan: il rumore che aumenta. Sembra un temporale in arrivo, invece appena torni in piano è di nuovo un’esplosione di colori e urla.

Sono in decine migliaia lungo un rettilineo che sembra infinito. Siamo circondati da grattaceli vetrati enormi che finiscono in un blu purissimo. Spettacolare ed intenso il passaggio sulla Seconda Avenue.

In fondo c’è il Bronx, di nuovo strade larghe, mattoni rosso passione.

Giriamo intorno e giù verso l’eleganza della Quinta Strada.

Qui corri come in paradiso fino a metà e vai all’inferno nei quattro chilometri in cui sali a Central Park. Ma ormai ci siamo, due collinette che ti ricordano che te la devi ancora guadagnare e finalmente il cartello dei quaranta.

Lato corto del parco, diamo il cinque a tutti. Faccio foto e video. Salutiamo.

A destra per ancora cento metri in salita, ma chi la sente? Braccia e occhi al cielo. 16millesimo e qualcosa in quattro ore e qualcosa…

Applausi da tribune piene.


La ragazza mi mette al collo la medaglia sorride e dice “Well done Alessandro, good job“.

Non è un traguardo come gli altri.

Ci abbracciamo.

Che enorme emozione.

Well done New York,

thank you,

thank you,

thank you!

Alessandro