La pace, senza chiedere nulla di più.

Domenica pomeriggio e fuori c’è un’atmosfera che fa alzare dal divano. La strada mi chiama.

Indosso una maglietta azzurra, con disegni tribali sul petto, e sotto una termica, perché non tornerò prima del tramonto. I nodi delle scarpe sono stretti il giusto.

Ho in mente un percorso tra colline e vigne: un bel parco giochi nella mia terra, ritornata tranquilla. Parto, rispetto la traccia, il ritmo è quello di una corsa per divertirmi.

Poi, forse per la voglia di seguire il giallo autunno che puntella la strada, mi lascio scorrere verso un’altra direzione.

Il tragitto improvvisato abbandona la via principale e mi propone una discesa di asfalto misto foglie fino ad uno specchio d’acqua color alluminio. Il lago si apre tra gli alberi sempre più e mi distende le guance tiepide con i versi dei suoi abitanti nascosti attorno.

La pace, senza chiedere nulla di più.

Alberto

#4piedi

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Venice Marathon: la Regina delle acque.

Mentre scrivo sembra che l’acqua stia ritornando a guardare Venezia dalla laguna.

Oggi si è corsa la Maratona. Oggi l’autunno ha mostrato quanto possa essere piovoso ed avvolgente.

credit photo Romina Zanchetta

Ho seguito l’edizione numero 33 della Venice Marathon al calduccio, alternandomi tra la diretta Rai, i social e le varie chat che riempiono di punti rossi lo schermo del cellulare.

Ho corso tante volte a Venezia, o lungo il percorso della Maratona, sulla riviera del Brenta. È una città che ho scoperto tardi, rispetto alla distanza che ci separa, e ne sono ammaliato e affezionato in modo indelebile.

E Venezia, quando piove, ricorda a tutti che lei è La città sopra il mare, che vuole essere rispettata, perché in quella malinconia serena, c’è qualcosa che se ti tocca, poi non ti lascia più.

credit photo Romina Zanchetta

E a questa magia importa poco se ci sono 13mila persone che corrono per arrivare al traguardo della Maratona.

Così, dopo che i top runner hanno chiuso la loro prova tra le 2 ore e 13 e le 2 ore e 40 dal via, quando già l’acqua lungo la Riviera degli Schiavoni copriva le caviglie, ho pensato ai miei amici e compagni di squadra che erano dentro quella atmosfera, come in una palla di vetro con la gondola dentro, che se capovolgi, si riempie di neve.

Ho guardato le previsioni, ho pensato che, nonostante la fatica, i partecipanti non avrebbero goduto della passerella attorno a piazza San Marco, con la gente che urla il tuo nome e ti fa dimenticare la fatica più i quattordici ponti finali.

Bella beffa davvero. Eppure il Maratoneta prosegue, è fatto così.

I miei amici e compagni di squadra proseguono, lo so.

Allora sfrutto la tecnologia, apro l’app di TDS, uno dei siti internet che si usa per iscriversi alle gare, cerco nella sezione notizie, quella che individua dove sono i partecipanti, grazie al gps. Del resto, penso, il gps è nato per trovare e mantenere la rotta in mezzo alle acque.

credit photo Romina Zanchetta

E così, scrivo il nome della mia squadra “Fuel to run” e compaiono i nomi dei Sette Samurai rosso crociati che stanno correndo a Venezia. C’è anche Paola, che ha corso la gara di 10 chilometri, dopo tre mesi di stop ed è contenta delle belle emozioni che ha vissuto.

Vedo che Carlo ha già terminato la sua Maratona: un fulmine in mezzo all’acqua in poco meno di 3 ore e 40. Lo racconto agli altri ragazzi del gruppo di Whatsapp (a volte i gruppi di Whatsapp sono utili) e inizia un gioco, una cronaca in diretta degli ultimi chilometri della Maratona.

La chiamiamo Whatsapp-cronaca?

Gli altri 6 sono al passaggio dei 30 chilometri, al parco San Giuliano, prima del ponte della libertà, nome perfetto, dal significato mistico quando lo attraversi durante la Maratona, immagino cosa deve essere stato oggi.

Tra i sei c’è anche Andrea V., che in meno di due mesi ha corso 8 mezze Maratone e una 30 chilometri, e Stefano che sta per diventare Maratoneta. Un battesimo davvero, il suo.

In chat, scherzo sull’arrivo di Carlo: “Carlo ha finito, spettacolo. Gli ultimi metri è andato a pagaia“.

“Mitticcoooo”, risponde iSeven.

Nel frattempo noto che Andrea F. è entrato negli ultimi due chilometri e ipotizzo che il pubblico urli “Prova a rana, a rana!”.

credit photo Stefano Damo

E intanto Andrea F. arriva, tra il tripudio della squadra via Whatsapp.

Dico:”I runner, dopo la passerella sopra il Canal Grande, vengono dotati di pagaie, se di altezza superiore al metro e sessanta, di trampoli a molla, se inferiori.”

Sui social vediamo video e foto che raccontano come l’acqua sia arrivata all’altezza delle ginocchia di chi corre e mi chiedo se sia ancora corsa, mi chiedo quali forme possa assumere la Maratona, che per definizione presuppone una strada terrestre ed una meta, dove portare un messaggio.

Poi il gps sparisce. Non trovo più gli aggiornamenti, così per una buona mezz’ora. In mare succede.

Un po’ mi preoccupo.

Credit photo Venicemarathon Club

Poi il segnale si riattiva e ci racconta che anche l’altro Andrea V. è arrivato e in chat arriva la sua tradizionale foto di tre quarti con le medaglia in bocca.

La medaglia di questa edizione della Maratona ha una gondola cesellata dentro: coincidenza beffarda, ma oggi la gondola era necessaria davvero.

Questa è una Maratona che è già entrata nella leggenda dell’almanacco della corsa, credo sostituendo quella del 2012, anche quel giorno era il 28 di ottobre.

Statistiche da cronista sportivo a parte, ecco che appare all’arrivo il numero 2933. E scrivo dal divano agli altri compagni in ascolto a casa loro: “Ora tutti in piedi, perché dobbiamo dare il benvenuto ad un nuovo Maratoneta, il suo passo è generoso, sorridente, non molla mai, il suo nome è Stefanoe come fossimo allo stadio nella chat parte la olà.

Ma stiamo davvero parlando solo di corsa?

Dalla Maratona in versione pixel, emerge come Nettuno dalle onde anche Domenico. E poi in rapida successione, braccia al cielo, bagnati fradici, in una prova di nuoto in mare, ecco Patrizia ed Antonino.

Ci sono tutti!

Poz scrive che assomiglio al mitico Galeazzi mentre commenta il canottaggio. “C’è luce tra le imbarcazioni, andiamo a vincere, campioni del mondo.”

Io penso che questi qui che hanno corso oggi fino alla fine non siano eroi. L’eroe è un’altra cosa.

Penso siano corridori, perché il corridore corre fino a che non chiudono la strada, se c’è buio apre la luce (attenzione!), se fa caldo si alza all’alba, se fa freddo indossa la termica, se c’è l’acqua che non fa vedere dove finiscono i piedi, rallenta.

Ma il corridore non si ferma.

Per non parlare poi dei runner paralimpici: loro arrivano anche se non sembra possibile che partano.

E allora capisci cosa rappresenti la medaglia al collo, capisci perché secondo me Maratona va sempre con la maiuscola, capisci che se non te lo impongono, tu certo non ti fermi, capisci che la corsa è uno sport singolare, declinato al plurale e che un salotto può diventare una tribuna stampa e i divani possono diventare gli spalti di uno stadio.

Capisco anche che la Maratona di Venezia, il 28 ottobre del 2018, ha compiuto ancora una volta una magia. E che, quasi quasi, il prossimo anno magari un pensiero lo faccio.

Asciugatevi bene,

Alberto

#4piedi

Ici c’est Paris!

Esistono corse così unite al luogo dove si svolgono che, mentre le vivi, la sensazione è quella di qualcuno che ti prende per mano per portarti a conoscere casa sua.

Una casa dalle dimensioni di una città.

E, dopo un po’ di tempo, dedicato ad un progetto che mi ha assorbito in modo incondizionato, ritorno a raccontare questo tipo di corsa: spensierata, intima, allegra, leggera, condivisa, quando capisci che correre è uno sport individuale declinato al plurale.

E lo faccio da Parigi.

La 20 Chilometri di Parigi è una delle competizioni classiche del podismo europeo, giunta all’edizione numero 40.

Già qui la numerologia si impenna, come l’imponente leggiadria della torre Eiffel, punto di partenza e di arrivo di una corsa alla quale sarò sempre affezionato.

Quasi 30mila partecipanti, in una calda mattina di metà ottobre, con Parigi già sveglia di primo mattino, dopo una notte di festa, in un movimento unico, degno dei ragazzi di Prévert che “si baciano in piedi contro le porte delle notte”.

La prestazione vera è cercare la fragranza della città mentre i passi si alternano tra il pavé della salita che porta all’Arco di Trionfo e il fogliame che resiste all’autunno di Parc du Boulogne.

Tracciato tecnico, a tratti nervoso, a tratti placido, come i cambi di direzione sulla terra battuta dei campi del Roland Garros. O come il lungo, ondulato, rettilineo lungo la Senna, e i ponti con le orchestrine swing si allungano fino a diventare tunnel, casse che amplificano le urla dei runner in mezzo ai neon gialli capovolti.

C’è il tifo, discreto o diretto, i rifornimenti con frutta secca o zucchero bio. Ci sono i comitati di accoglienza dei quartieri e qui un pensiero a New York mi scappa. Ci sono i battelli di Rimbaud e Verlaine che, sornioni, collegano le sponde della città, come l’ago di un telaio, miglia nautiche più in là rispetto a da dove sono partiti, all’ombra di un museo o di un bordello, del passato.

Magari Bansky, chiunque sia, sta correndo attorno a me, magari è tra il pubblico, fermo sorridente come l’immenso Salvator Dalì dal sorrido enigmatico, che nemmeno MonnaLisa, sopra l’allestimento parco giochi di Niki de Saint Phalle ad una salita di distanza dal labirinto verticale, bozzolo del centroPompidou.

Saranno francesi questi francesi, ma amano la città. Amano chi si prende del tempo per scoprirla a passo di corsa, amano chi si emoziona perché lo sfiora il vento che lambisce l’Obelisco e va a fare le capriole tra gli spazi lasciati vuoti dal ferro della torre Eiffel.

Mi sono affezionato a questi 20 chilometri, orgogliosi di non assomigliare ad una mezza Maratona, superbi per non essere le commerciali 10 miglia, tanto in voga dall’altra parte del mondo.

Qui sei a Parigi e non c’è nulla di diverso che in realtà ti serva.

E quando scopro che dietro di me c’è Deadpool, quello dei fumetti, allora ici c’est Paris et rien ne va plus, lo dico anch’io.

Ciao,

Alberto

#4piedi

Stavo pensando a te.

Ieri sera ho assaggiato la fagiana e oggi, mentre corro, i pensieri dalla testa sfilano altrove.

E così il passo è leggero, i piedi liberi di divertirsi.

Penso a quante volte ho percorso la strada che fa il giro della Guizza, a quante scarpe ho inaugurato e consumato su e giù per le colline attorno a Conegliano.

Penso con quante persone sono venuto da queste parti e con quante ancora magari ci verrò. E non importa mica il ritmo che tieni, importa piuttosto lasciarti scorrere, esultare per la Vita che scorre con noi e per le potenti energie che possiamo sprigionare.

Penso che tra poco davvero esce il mio libro, la sua protagonista si chiama Gaia e sta arrivando, e mi rendo conto ora di quanto complesso, sudato, magnifico, sognante sia stato e sia il percorso che mi ha portato a questo punto.

E da quanto tempo duri: più o meno la Vita intera attraversata fino a qui. Tutte le scelte, i cambi di direzione, gli incontri, i sorrisi, i vaffanculo, gli scontri, gli abbracci, gli addii dii, i ritorni, i baci. I giorni a studiare e lavorare, le notti a scrivere, correggere, rifare meglio. Le storie raccolte e scritte, dalla prima, che raccontava di un ragazzo sceso in treno a Roma per seguire l’Udinese, a quelle dell’umidità nelle palestre di pallavolo diventata riflettori universali, a quelle totali, dal mondo della corsa, che racchiudono tutte la stessa scintilla comune. Quelle mai pubblicate e quelle che hanno fatto il giro del mondo. E penso che tutto questo, adesso me ne rendo conto, non sia proprio un caso.

Penso ai volti sinceri incontrati, penso anche agli altri. Penso a chi proprio non se ne vuole andare e ancora ritorna, penso anche agli altri. Penso all’entusiasmo sincero che percepisco in certi sguardi, penso anche all’altro.

Penso che queste colline, che mi scorrono sotto i piedi, siano uno dei luoghi più belli dove potessi capitare. E mi godo questo vento che, semplicemente, è profumato di passione, coraggio, coerenza. È profumato di sogni, di nuovo, di condivisione.

(La fagiana è un whiskey gallese da medaglia!).

Ciao,

Alberto

#4piedi

#RuntoNYC non smette di brillare!

Incontrarsi di nuovo, ma con la vita cambiata. Perché la vita cambia dopo una Maratona, figurati dopo un anno.

Incontrarsi ancora e accorgersi che, in fondo, ciò che sono stati quegli otto mesi chiamati #RuntoNYC rappresentano quasi un tatuaggio che brilla in fondo all’anima.

La meta è stata semplice da individuare: Bologna, a metà strada da tutto, 10 chilometri o mezza Maratona, dedicati a chi mette la passione in ogni battito e una medaglia a forma di cuore al traguardo, che la puoi portare nell’orbita dell’occhio.

E le ragazze ci sono quasi tutte, chi non c’è è perché si sposa tra due giorni o corre dall’altra parte dell’Italia o porta la musica dall’altra parte del mondo. E le giornaliste ci sono quasi tutte. E lo staff e, e, e ti accorgi che i ruoli sono stati cancellati in quegli otto mesi di preparazione, di ripetute, di lenti lunghi, di veloce sulle caviglie in salita, di porta avanti il bacino in discesa, di spingi forte quando esci da una curva. Di corri piano, cazzo.

Prenditi cura di te, non del tempo.

Siamo diventati una squadra, maledettamente forte ed invidiata.

Dopo un anno, dopo un pacco gara di cambiamenti, siamo ancora una squadra maledettamente bella e brillante.

Chi ci ha preso gusto e insegue un personal best dopo l’altro, chi a Bologna ha rimesso il chip dopo dieci mesi e chi ha ritrovato la fame dell’atleta che è sempre stata dopo un infortunio grave. Chi strizza l’occhio al Triathlon, chi ha scoperto che la corsa, in fondo, è un mezzo solo per divertirsi, ma c’è anche altro. Chi semplicemente colleziona un passo alla volta, colleziona musica nelle orecchie ad ogni cambio di passo, colleziona ritmi diversi su una strada sola. E chi il giorno dopo si trova sull’home page di Repubblica.it.

E poi le parole, tante. Ci sono più parole dei chilometri di una Maratona. A volte credo che le parole siano infinite, perché non so dove mi possano far arrivare.

New York, lo sappiamo, è stato un incantesimo irripetibile, una magia che ci aspetta ogni volta che penseremo a quei grattacieli oltre Oceano che per un giorno si sono fermati per noi, alle strade che cantano il tuo nome, alla tua immagine riflessa negli occhi di chi vede la tua medaglia il giorno dopo.

Adesso c’è Tokyo, Chicago, Rejkievik, Valencia, Venezia, poi, che altro ci sarà? Che distanza, che ritmo, che passo?

Che importa!

La Vita mica la misuri così. La misuri in attimi, pulsazioni, chimica che ti mescola dentro, sogni che ti avevano detto che non ci riuscivi proprio a realizzare e invece poi la storia te la sei scritta tu e continui a farlo perché “la Storia siamo noi nessuno si senta offeso, siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.“.

E poi ti accorgi che tutto questo è finito in una scarpa che ti contraddistingue ormai.

Perché quando ti associano a New York, alla corsa persino, ti associano alle Blushield di Diadora, che sono un simbolo per te magico perché racchiudono tutta la Vita che hai messo in ogni metro e che, un anno dopo, ancora pulsa e non smette di pulsare e, anche se provano a comprimertela, tu ormai hai imparato a non smettere di brillare.

Ciao Diadorabili!

Alla prossima,

Alberto

#4piedi #MakeItBright #waiting4Gaia

Alto Adige Expedition #2: Riva di Tures e l’incantesimo elfico.

Qualcuno mi ha regalato una maglietta con scritto “Non corri abbastanza”. Dopo la Corsa delle Patate mi sveglio la mattina presto a Riva di Tures, 1.600 metri di altitudine e di una nebbiolina simile a quella delle storie di elfi.

Ho voglia di esplorare qualche chilometro della vallata che scorgo più in basso, tra i prati del parco naturale Vedrette di Reis.

Esco dal b&b senza fare rumore e in punta di piedi mi muovo sull’erba e l’umidità del mattino mi penetra i calzini. Mi allaccio le Blushield seduto sulla statua di una mucca e noto che la grande pala eolica sopra la valle ha iniziato a girare.

Lascio che siano le scarpe a decidere la direzione, come si fa con l’auto certe notti quando hai solo voglia di sentire la strada andare.

Un cane che abbaia, e sembra grosso, mi suggerisce di lasciare la provinciale e iniziare a salire verso un piccolo poggio. Seguo la linea dell’unica curva che risale il pendio e, dalla pensilina di una locanda, sbuca uno scoiattolo nerissimo, che inizia a prendere velocità sparendo nel bosco. Mi fermo perché ho il fiatone.

Vedo le linea beige di una strada di sassi più giù: attraversa lo spazio riservato ai camper, costeggia i campi dedicati al pascolo delle mucche e si perde come lo scoiattolo tra i boschi, lasciando dietro di sé case e una chiesetta piccola, isolata.

Scendo dal poggio e voglio raggiungere quella chiesa, con il tetto che da qui mi sembra viola prugna.

Il parcheggio dei camper dorme in silenzio, con i mezzi che iniziano appena ad animarsi delle vite che racchiudono. Mi sembra la riproduzione del paese di Cars.

Una farfalla bianco neve mi si affianca e seguo la sua traiettoria leggera lungo la staccionata superiore del recinto. Una mucca bruca fregandosene del mio passaggio, fregandomene un po’ di tutto, a dire il vero.

La strada bianca riprende a salire, questi falsopiano ingannano perché sembrano sembra lineari. Ho imparato al Central Park di New York che per capire la pendenza reale di uno spazio aperto che sembra in discesa, basta voltarsi e vedere dov’è la strada alle spalle.

In mezzo al prato c’è una casa avvolta dalle nuvole ancora basse. Il tetto è illuminato dai primi raggi del sole che, più veloci degli altri, si sono già lanciati oltre la vetta dei monti, dentro al silenzio che scende a valle con l’acqua del ghiacciaio lassù.

E, magari sarà un incantesimo elfico, ma mi trovo ad incrociare il mio ritmo di corsa con quello del fiume che scorre accanto e mi sorprendo perché ciò che sento è il mio respiro che pulsa sereno.

Raggiungo la chiesetta, il tetto è azzurro brillante in realtà. Come il cielo in questa vallata quando tutto il sole è rotolato oltre le vette, giù dal ghiacciaio.

25 km e qualcosa alle spalle, una bella sensazione che nasce dentro.

Alberto

#4piedi #waiting4Gaia #MakeItBright

Alto Adige Expedition #1: la Corsa delle Patate, Stand up for Champions!

È da tempo che voglio partecipare ad una corsa a tappe. Non ho mai avuto modo di farlo e mi attira questa logica che ti porta dentro ad un nuovo territorio, per più di un giorno alla volta, e ti fa scoprire le strade, i percorsi e le storie che lo attraversano. Soprattutto, ti permette di provare che le mappe sono qualcosa di differente dai territori disegnati sopra.

Così la corsa a tappe me la organizzo io, in Alto Adige, o almeno in una sua parte, un territorio che non conosco.

Procedo un giorno alla volta, senza programmare nulla che vada oltre al tramonto, senza fretta.

E per aggiungere un po’ di pepe alla strada che mi si apre davanti in questo fine agosto, mi sono dato un piccolo obiettivo sportivo personale: correre 100 chilometri in 10 giorni.

Qualcosa che non ho mai fatto, in un territorio sconosciuto. E da solo: questo è un viaggio in solitaria.

Meglio, è un gioco on the road e on the run e le regole sono semplici: guido finché ne ho voglia, quando mi piace un luogo mi fermo, cerco dove dormire e faccio qualche chilometro di corsa. Asfalto o bosco. Sono attrezzato per tutto, tranne che per la neve. Ma poi: vuoi che in agosto scenda la neve?

La Corsa delle Patate è un punto buono per partire: 16 chilometri e 700 metri dal centro di Brunico alla sagra di Campo Tures. Detto in altri termini: 3/4 di una mezza Maratona. Una classica del podismo altoatesino, arrivata alla ventesima edizione, che mette orgogliosamente le patate della Val Pusteria nel pacco gara.

Mentre mi sto preparando, una bellissima sconosciuta mi chiede: “Secondo te, tengo o no gli occhiali da sole?”.

“Direi di no. Se a te non dispiace io invece li tengo per motivi vitali, diciamo”, rispondo scherzando. Chiara, scopro che si chiama così dal nome sul pettorale, ride e mi racconta che corre dall’inizio della primavera, ama queste zone e lavora nella cucina di una casa di riposo. Decidiamo di correre insieme, credo perché avere una squadra, anche improvvisata, che ti sostiene faccia andare più lontano.

La Corsa delle Patate è un gioiello di percorso, organizzazione e paesaggi. Inizia con un sali scendi che si fa rispettare, prosegue con campi di pannocchie e girasoli che diventano bosco e si conclude con curve veloci, spazzate del vento, mentre la festa inizia e al ristoro c’è l’anguria fresca. Qui, dove non insegui i top runner, ma i biotopi, correre è per davvero un incanto.

E poi c’è il terzo tempo, nel padiglione delle feste di Campo Tures, sotto lo sguardo pragmatico del castello dalle stanze di legno di cirmolo, riprodotto sulla medaglia che Chiara ed io abbiamo al collo.

Salsicce, crauti, patate e Radler a ricordare, tra folk tirolese e “Stand up, Stand up for Champions!”, che ridere fino alle lacrime supera i confini, anche del bilinguismo italo tedesco, e che la risata è l’unico suono che è uguale in tutte le lingue del mondo.

17,6 km alle spalle, ancora un sacco di storie da raggiungere.

Alberto

#4piedi #waiting4Gaia #MakeItBright

Gilbo, i colibrì sono Ironmen.

“Benvenuti nella giungla, è Cagnaccio che vi parla.”.

Credo che un giorno Gilberto Zorat potrebbe aprire così una delle sue trasmissioni televisive, dove racconta storie di persone normali, che diventano straordinarie attraverso lo sport. Oppure, quello potrebbe essere il saluto per una giornata dedicata a raccontare, dal centro della strada, la corsa o il Triathlon. Gilbo lo conoscono in tanti, la sua voce ha fatto compagnia anche a te, magari, mentre sfinito cercavi un punto di riferimento per individuare il traguardo.

A me, la sua voce ha fatto scendere da una montagna. Ero in Piancavallo, con le scarpe del mio primo trail affondate nella neve, ed ero ultimo. Volevo arrivare al traguardo, non mollare solo perché quello non era il mio ambiente naturale. E mentre cercavo in qualche modo di scendere dal pendio, sentivo quel matto dello speaker urlare il mio nome dal fondo della valle. Diceva che se ne sarebbe andato a casa solo quando io fossi arrivato al traguardo. E lo ha fatto davvero, regalandomi la forza di chi ti aspetta, qualunque sarà il tuo percorso. E per lui io ero solo un numero di pettorale e lui per me una voce dentro al microfono. Questa cosa gliela ho vista fare diverse altre volte.

E adesso, Gilbo, eccoci qui. Perché aspetti sempre l’ultimo prima di abbandonare il microfono? 

“Nella vita è il 10% quello che ti succede e il 90% è come reagisci. Questa frase a me ha cambiato la vita e lo sport non c’entra. Sono grato di tutto quello che ho e, se con la mia voce posso raccontare le emozioni che lo sport fa vivere, allora sento di doverlo fare sia per il primo sia per l’ultimo.”.

È un insegnamento che ti è rimasto addosso durante la tua prima Maratona, quando fare lo speaker non era nemmeno un’idea.

“La prima Maratona è nata come una sfida con mio padre. Avevamo deciso di correre quella di Venezia, era il 2007. Poi, ad una settimana dal via,  mio papà è venuto a mancare. La settimana prima ancora, alla marcia dei funghi di Budoia, mi ero fatto male al ginocchio. Il giorno della Maratona sono partito lo stesso, con tre ginocchiere addosso ed uno zainetto sulle spalle. A metà corsa, mi sono lasciato cadere per terra a piangere. Mi si è avvicinato un ragazzo, Gianpaolo si chiamava, che così, senza sapere chi fossi e perché stessi piangendo, ha deciso di fermarsi e di accompagnarmi. Ci abbiamo messo 6 ore e 49 minuti ad arrivare al traguardo di Venezia, incontrando un sacco di persone. Così ho conosciuto le retrovie del gruppo di chi partecipa ad una prova enorme come è la Maratona: e, come diresti tu, ho capito che prima si corre via da qualcosa e poi si inizia a correre verso qualcosa.”.

Più che un cambio di prospettiva sembra un imprinting. 

“Forse lo è stato davvero, l’imprinting del Baddog, del Cagnaccio, il soprannome che mi hanno dato i miei amici, perché non mollo mai.”.

Come hai iniziato a fare lo speaker?

“Il mio sport preferito è il nuoto e nel 2013 stavo facendo il volontario ad una gara internazionale a Lignano. C’era bisogno di un presentatore e tutti mi hanno guardato. Io ho detto: “Ok, io non so come si faccia, ma lo faccio alla mia maniera”, solo che all’epoca non esisteva la mia maniera. Ho cercato di mettere nel microfono la passione che ho per il nuoto.”.

Quando fai lo speaker alle corse sembri mosso tu stesso da agonismo, leale e appassionato: cosa vuoi trasmettere alle persone? 

“Una volta ad una gara prima del via ho detto: “Ragazzi questa oggi è la nostra chiesa. Attorno a voi potete avere tre tipi di persone: uno sconosciuto, un rivale o una persona che vi è cara. Annulliamo le differenze e scambiatevi un gesto di pace. Trasferiamo questo nella vita, diciamo no alle differenze. Mi piace trasmettere queste buone vibrazioni e spero che le persone un po’ se le portino a casa.”.

Noto che associ l’esperienza che si fa attraverso lo sport ad una serie di valori utili nella vita di tutti i giorni. 

“Per me questo passaggio è fondamentale. Nel mondo dell’Ironman il regolamento dice che uno vince, tutti gli altri sono finisher, questa parola, che racchiude tante cose come sai bene anche tu, nasce da lì. E l’Ironman lo finisce chi taglia il traguardo: correndo, camminando o strisciando. La vera ribellione è parlare del valore profondo dello sport. Io tifo per gli ultimi, perché sono loro che possono cambiare le cose, come nella favola del leone e del colibrì.”.

Me la racconti?

“Un giorno nella foresta scoppia un incendio e il leone cerca di far mantenere la calma tra gli animali, ma la maggior parte di loro scappa. Solo i colibrì vanno avanti e indietro dal fiume all’incendio, portando ognuno qualche goccia d’acqua. Ci mettono un giorno intero, ma alla fine l’incendio è domato. Ecco, se invece di scappare, tutti portassero una goccia d’acqua dove serve l’incendio verrebbe spento in fretta. Con le piccole gocce si cambiano le cose.”.

Nuoto, Maratona e poi un Triatlhon, addirittura un Ironman, lo hai completato anche tu. E alla tua maniera, cioè non solo per l’elemento sportivo.

“Ho fatto l’Ironman in un momento di grande difficoltà personale, e intendo quelli in cui o ti arrendi o rilanci. Ho iniziato ad allenarmi in novembre del 2015, la bici l’ho presa a maggio, la gara era il 7 luglio del 2016, a Francoforte, in Germania. Ho allenato la testa con un ipnotista, mi sono allenato solo nei fine settimana e mi sono fatto crescere la barba.”.

Cosa ti ha insegnato preparare e completare l’Ironman?

“L’Ironman è l’approdo a cui vuoi arrivare, almeno una volta. E per farlo devi mettere in fila una serie di elementi che ti fanno dire: “Io posso farlo”. E anche quando sei lì, in mezzo alla folla dei partecipanti, e capita qualcosa che ti suggerisce che è meglio mollare, tu hai la possibilità ancora di dirti “No, io posso farlo”. Credo che ogni tanto ricordarsi questa forma di resilienza faccia bene.”.

Cosa ti ha chiesto in cambio l’Ironman?

“Mi sono giocato il tendine d’Achille.”.

C’è una cosa che vorresti dire durante una delle gare che commenti, che sintetizza il tuo percorso umano e sportivo?

“Diamo troppo per scontato il tempo che abbiamo a disposizione. Dobbiamo cogliere intensamente il senso di ciò che facciamo. Trasformare le cose negative in positive, cogliere il coraggio, cambiare approccio, superare il limite grazie alle salite. Ogni tanto la resilienza va rinfrescata e puoi farlo con le sfide. Ci si dà fiducia così e riparti da te.”.

Alberto

#4piedi

È tempo di giocare, mi ha detto uno sciamano.

Fabrice ha 26 anni e ha già maturato tanta esperienza di qualità nelle corse di lunga distanza. Due le volte che ha corso i 100 chilometri del Passatore. Poi ha scalato l’Etna con la super Maratona che ti porta dal livello del mare Adriatico a 3mila metri di quota. Racconta che il suo trail più suggestivo sia stato l’anno scorso, la Lavaredo Ultra Trail: 120 chilometri per 6.000 metri di dislivello positivo. Per uno che corre quasi solo su strada come faccio io i numeri mi colpiscono, ma mi impressionano di più i luoghi.

Fabrice ha affrontato l’edizione 2018 dell’Antico Troi degli Sciamani, quasi un viaggio iniziatico, attraverso la Foresta del Cansiglio, luogo magico, mitologico. 82 i chilometri davanti, 4.600 i metri di dislivello positivo, una notte intera ad aspettarti.

E dentro al bosco, Fabrice vive una delle esperienze che più gli hanno insegnato qualcosa.

“Era sabato mattina e alle ore 23 sarebbe partito l’Antico Troi degli Sciamani – mi racconta Fabrice – in realtà non sapevo ancora se avrei potuto partecipare, perché avevo qualche imprevisto da risolvere. Mi sembrava l’epilogo di una settimana dura e densa di impegni. E improvvisare all’ultimo 82 chilometri di corsa non è una cosa semplice, se la testa non ti permette di essere lucido.”.

Poi il destino fa la differenza. “Solo alle 17 ricevo la notizia che aspettavo e mi affretto a raggiungere Fregona, luogo di partenza del trai notturno. Arrivo nella piazza del paesino trevigiano un’ora prima del via, ritiro il pettorale, sistemo gli ultimi dettagli. Il cielo da limpido inizia a imbronciarsi, tanto che alla partenza ci sono anche lampi e tuoni. Fortunatamente incontro il grande gigante Francesco Fazio e smorzo con lui la tensione, dandoci appuntamento per una birra all’arrivo.”. La piazza di Fregona è rischiarata dalle fiaccole che segnano la partenza. Fabrice si sente bene, le gambe girano veloci, come i pensieri che l’ultra runner porta con sé tranquillo. “Ero proprio sereno e mi sono accodato alla serpentina formata delle lampade frontali dei partecipanti, che illuminano le spettacolari grotte del Caglieron. Saliamo per 10 km, oltrepassando i 1000 metri di dislivello, e con l’aiuto dei bastoni diventa più facile.” Poi tutto cambia, nello spazio di uno sbadiglio. “Attorno al ventesimo chilometro, in zona della Val Piova – prosegue Fabrice – mi sento stanco, sbadiglio, non capisco o non voglio capire che succede. Ho mangiato e bevuto come da programmi, ma inizio a rallentare il passo. In discesa mi sento meno sicuro e stabile, subisco il fango formatosi nei giorni scorsi per la pioggia. Provo a farmi forza, mi ripeto più volte di stare tranquillo e che tra poco avrei trovato un po’ di Coca Cola.” Fabrice pesca nei ricordi di altri trail, disciplina a cui si è avvicinato seguendo le imprese di Alex Geronazzo. Cerca di rivivere le sensazioni di emozione che gli dà correre attraverso la natura, pensa al traguardo, ma nulla: la testa si è fissata sul pensiero di fermarsi e dormire. Una delle cose più naturali della Vita. “Ho provato a pensare ad altro, a frazionare i km perché pensare in quel momento di averne davanti altri 52 mi era impossibile. Inizio a stare male, barcollo, cerco di ingannare il cervello, ma alla vista della lunghissima salita del Col del Gal crollo. Mi fermo, alzo gli occhi al cielo, sembra ridere. Riparto, penso a cosa mi spinga a fare ciò che faccio, al divertimento, che ora manca, ora c’è solo la stanchezza che non mi permette di godermi il luogo. Non sento nulla, se non che il gioco sta diventando un gioco pericoloso. Cado due volte in 2 km, spingo in salita, ma il passo è sempre più lento: l’unico pensiero è arrivare al primo ristoro e dare fine a questo strazio.” Arriva il 30° km, Fabrice mette da parte la ricerca di emozioni nuove e fa intervenire la saggezza degli sciamani. “Decido di ritirarmi: continuare in questo stato andrebbe davvero contro i valori e la sicurezza del trail running – sottolinea – nonostante sia contrario ai ritiri, ma è giusto essere saggi, perché la montagna non dev’essere sottovalutata, è una forma di rispetto. E la testa deve sempre essere lucida per valutare le situazioni in cui è giusto continuare o, ahimè, mollare, anche se l’orgoglio presenterà il suo conto.” E in quel momento Fabrice si accorge di una cosa: “Mi sono allenato molto in questi mesi, ho corso, a piedi e in bicicletta, ho affrontato varie cose anche nella vita di tutti i giorni. Forse mi manca il tempo per godermi il gioco. Ecco: devo riposare e ritornare a giocare.”.

 

Alberto

(@per4piedi)

Caro Alberto, ti scrivo dal Passatore.

Luca ha concluso il suo Passatore: 100 chilometri da Firenze a Faenza. Ho raccontato la sua preparazione, lui mi ha scritto questa lettera a conclusione della sua avventura.

Una delle cose che mi piace di più è ricevere una lettera che qualcuno ho voluto scrivermi solo per il gusto di farlo.

È una lettera lunghissima, avevo pensato di pubblicarla in due parti, ma avrebbe avuto lo stesso sapore della birra analcolica.

E così via, sulle parole di Luca, tutte d’un fiato, per chilometri di vita.

A volte, mi piace lasciare da parte la penna e semplicemente ascoltare una storia.

Buona lettura,

Alberto

#4piedi

Caro Alberto,

Sai che mi piace condividere con te i racconti legati alla corsa, tutte quelle emozioni che ci passano attraverso, le dimensioni ed i collegamenti a volte imprevedibili delle esperienze, che come le stelle nel cielo appaiono lì fine se stesse quando invece sono parte della stessa galassia. Storie che trovano un senso compiuto, o più compiuto, solo quando le si guarda dalla giusta prospettiva: la visione d’insieme.

Mai come oggi vedo un chiaro filo conduttore che parte dall’acquisto delle mie prime scarpe da corsa e arriva a Faenza, Piazza del Popolo, 27 Maggio 2018, ore 03:28. Una semiretta che continuerà anche dopo il punto di Faenza e come da definizione tenderà all’infinito. Potrei scriverti per ore, giorni e riempire un libro solo coi punti più significativi… evito – per il momento! – e mi soffermo sulla 100 Km del Passatore, il Mio Passatore.

La storia del Passatore ci si aspetta che parta da Firenze, ti dico subito che la mia parte da Conegliano, Ottobre ’17, con i primi pensieri, i primi “test” (come già ti scrissi), l’inesperienza che crea al mio interno quella sensazione di vuoto colmata da curiosità, passione, sacrifici, tenacia, voglia e affetto degli amici; un turbinio di emozioni che ha inevitabilmente inglobato paure, dubbi e problemi di vario genere e che mi ha accompagnato per tutto questo lungo viaggio.

A conti fatti, il mio Passatore è durato 2.100 km. Casualmente 2000 tondi più 100 km da Firenze a Faenza. Non riesco proprio a vederli slegati tra di loro ed è stato bellissimo rivivere nei pensieri quei primi 2000km durante gli ultimi 100, mentre in solitaria prendevo coscienza che stavo dando un senso a tutto questo percorso.

L’ultimo mese di preparazione, che vuol dire parte finale del carico e scarico finale, non è andato bene e ne ero fin troppo consapevole. Complice sicuramente il caldo arrivato d’impatto a fine Aprile che ci ha colti un po’ tutti impreparati, con l’aggiunta di situazioni extra sportive impegnative e stressanti che forse risucchiavano più energie del dovuto, ma d’altronde cosa si può fare a quel punto? Mollare tutto? Dai, impossibile.

Porto nei miei bei ricordi la tua telefonata un paio d’ore prima della partenza, mentre mangiavo un piatto di riso in bianco in un ristorante poco distante dal ritiro pettorali. Già dall’inizio della giornata era un continuo di messaggi incoraggianti che mi facevano sentire come un grande atleta, poi le tue domande in confidenza ma molto professionali che parevano quelle di un giornalista alla tipica intervista pre-gara di un toprunner mi hanno fatto molto piacere, fino a confidarti – finalmente – i dubbi delle ultime settimane ma soprattutto un costante lieve dolore alla pianta del piede destro, maledettamente troppo simile ai primi sintomi della fascite plantare avuta qualche anno fa. A parte Carol, non lo sapeva nessuno fino a quel momento.

Il caldo in centro a Firenze supera i 30°, ero pronto a questa possibilità visto l’andamento climatico delle ultime settimane, quindi la mia ultima settimana di preparazione prevedeva una parte mentale data da un forzato ottimismo e abnegazione di ogni pensiero negativo, più una preparazione fisica data da cibo sano (leggermente interrotta da 2 giorni a Roma per lavoro…) e soprattutto tanta, tanta acqua. A posteriori sono certo che il bere tanto, in particolare nei 2 giorni precedenti la gara, è stato fondamentale.

Fin a vedere il cartello che con una freccia indica “PARTENZA – 100km del Passatore”, mi emoziono. Quel cartello è lì anche per me. Tra le decine di migliaia di presenti, parla a me. Ora tocca a me. Devo dire che a parte qualche pensiero il per tanto caldo non ero né spaventato né troppo emozionato. I fantasmi delle mie paure che spesso venivano a farmi visita nelle settimane immediatamente precedenti di colpo non si facevano più sentire, avevo raggiunto finalmente quel minimo di serenità che mi ha permesso di arrivare al gran giorno con un discreto equilibrio interiore. Il dolorino sotto al piede destro c’era, ma non me ne curavo più di tanto.

Lascio una sacca in macchina di Carol con dei cambi d’emergenza e un paio di scarpe di riserva, ché non si sa mai. Pensa se ti si rompe una scarpa durante una gara del genere, pensa se ti devi ritirare per questo e non perché stai male… meglio non rischiare. Che poi, chi ha mai rotto una scarpa seminuova durante una corsa su strada? Ma perché correre comunque il rischio, fa bene alla testa più che altro (e chi corre può capire cosa intendo). Lascio infine un’altra sacca al camion per il cambio di metà percorso al Passo della Colla, ascoltando i consigli di chi l’ha già corsa questa follia.

Sono pronto. Andiamo verso piazza del Duomo, saluto Carol all’ultimo e cerco un posto in griglia. Sono tante tremila persone in quel corridoio, con quella temperatura, così mi piazzo in fondo e inizio a godermi ogni singolo attimo, perché sono lì per divertirmi e assaporare tutto quello che vedrò, incontrerò, vivrò, che mi verrà addosso. Ci metterò ben 4 minuti a passare la linea di partenza dal momento dello sparo.

Il clima è caldo di suo ma il calore della folla alla partenza lo supera di buon grado, tra i corridori è tutto un in bocca al lupo l’uno all’altro che ricorda molto il “scambiatevi un segno di pace” in chiesa, siamo tutti fratelli nella stessa famiglia del Passatore con i nostri parenti appena oltre le transenne a salutarci ed incitarci, sembra di partire per un avventura epica. Mi sento forte.

Passato il centro di Firenze molto lentamente inizia subito la salita, il caldo invece non passerà per un bel po’. Il primo ristoro è piccolo, affollatissimo, sono tentato a saltarlo ma mi ero promesso di bere a tutti, così con un po’ di pazienza riesco a bere almeno un bicchiere d’acqua. Proseguo, si inizia a vedere Firenze dall’alto, a destra scorgo un personaggio con un grande cartello scritto a mano per tutti noi: “EROI”; faccio in tempo a fotografarlo e a ringraziarlo velocemente, non mi voglio fermare.

Inizio vedere dal vivo le località sentite nominare o lette nei racconti innumerevoli volte, in ogni luogo c’è pubblico, supporto ed i ristori anche se all’inizio molto affollati sono pieni di ogni bene bevibile e mangiabile. Ascolto i consigli raccolti nei miei precedenti 2000 km e, come bevo, mangio anche a tutti i ristori poco e spesso.

L’arrivo alla Vetta alle Croci decreta la fine della prima salita e quindi un primo traguardo. Il pubblico è favoloso, do il cinque a destra e a manca caricandomi un bel po’, ne ho bisogno: sono passati poco più di 16 km e inizio già a sentire un qualcosa che si potrebbe definire parente della stanchezza. Via, via, pensiamo ad altro, che inizia il piano e un po’ di discesa.

Non sono mai stato in questa parte dell’Appennino, la zona di Borgo San Lorenzo mi stupisce per la bellezza del panorama, una strana, grande, zona pianeggiante dentro la famosa catena montuosa, affascinante. Così arrivo al 31esimo km, l’inizio della salita che non ci mollerà più fino al Passo della Colla, questa entità che tante volte mi è stata raccontata come la temibile cima da conquistare. E qui iniziano i problemi.

Quella cosa che sembrava stanchezza diventa stanchezza, ora mi diverto un po’ meno. Al km 33 sento un po’ di stordimento, capisco che sta arrivando la prima crisi, francamente speravo di provare sensazioni così più avanti, mentre tornano a farmi visita in pieno giorno quei fantasmi che settimane prima venivano a turbarmi il sonno. “Se sono così a 33 km, come arrivo a farne ancora due volte tanti?” Maledetta testa, questo è l’unico pensiero che non devi partorire! Da adesso vado avanti per obiettivi ogni 10 km circa.

Inizio a camminare. Le frazioni di corsa sono pesanti, difficili e tutti intorno a me camminano, sembra una resa collettiva. Ogni tanto con qualcuno ci si fa forza, si corre per qualche centinaio di metri ma poi si torna a camminare. Ripenso alla fatica nel correre 5 km quando iniziai ad approcciarmi a questo sport e come a furia di insistere la testa è andata oltre le gambe. Riprendo a correre: si può fare. Cammino ancora, penso a chi aspetta mie notizie, gente che ho incontrato o conosciuto durante i miei 2000 km, che mi ha dato una mano e aspetta il mio messaggio di vittoria all’arrivo. Riprendo a correre.

Carol, dopo la partenza è andata a Faenza a fare il check in nell’albergo così da avere le chiavi della camera sempre a disposizione. Anche se nelle mie previsioni l’arrivo a Faenza sarà all’alba o con il sole anche un po’ più in alto, non si sa mai che debba ritirarmi in anticipo e in questo caso non vorrei proprio starmene chiuso in macchina fuori dall’hotel. Concluse le operazioni di rito lì doveva vedere come risalire la corrente in macchina per la strada del Passatore, altrimenti ci saremo incrociati quando possibile.

Mi scrive chiedendomi dove sono, sono circa al 40esimo km. Dove? Sì, mi pare di aver visto il cartello col numero 40, tu dove sei? E basta pincionare col telefonino, riprendo a correre. Tempo di fare una curva… ed eccola lì, a bordo strada, che da lontano mi saluta e mi fa le prime foto. Corriamo insieme 200 metri, chiacchieriamo e poi riprendiamo a camminare insieme, ha lasciato la macchina in un pertugio lì vicino, accanto ad un gruppo di Valdobbiadene che sta seguendo altri atleti. Gli accompagnatori ed i supporters dei corridori sono proprio tanti e alcuni attrezzati come dei professionisti.

Questo incontro è stato un toccasana, riparto un po’ meno stordito e inizio a rendermi conto di quanto fossi stato in crisi. Ora il mio obiettivo è raggiungere il cartello della maratona, arrivare a 42,195km e passarlo come se niente fosse! Foto di rito, faccio prima una foto ad un gruppetto e poi mi faccio il selfie col cartello, riprendo subito e sento che mi sto risvegliando.

La salita non molla, la pendenza leggermente aumenta ma sono stanco di camminare: voglio correre. Chiacchiero con chiunque per distrarmi dalla fatica, ogni tanto qualcuno si aggancia a me e dopo un po’ molla per camminare, ne approfitto per camminare anch’io ed entro in modalità gestione, non devo sciupare energie utili per arrivare al traguardo ma dopo un minuto che cammino voglio tornare a correre e così faccio fino a rimanere praticamente da solo a sorpassare centinaia di partecipanti, tanto da sentirmi commentare ogni tanto dai passatori “guarda quello come sale, mi pare un po’ troppo fresco”, “non è nemmeno sudato” (cambia occhiali, che sono lavato) o il più diretto “chissà se li ha corsi tutti i km fin qui”. Non mi offendo, anzi, mi gaso! Nei km finali della salita, i più ripidi e più duri, mi sento uno stambecco nel suo habitat naturale, salgo piano e costante, mi rimetto a camminare solo un paio di volte per condividere un pezzo di strada con degli amici ancora un po’ in crisi e riprendo subito il mio ritmo verso la Colla.

L’arrivo in cima al Passo della Colla coincide con l’imbrunire e lì in alto tra le luci ed il folto pubblico fatico a capire da che lato mettermi, dove passare, chi salutare, dov’è Carol, ma con la piena consapevolezza che sto bene e che sì, ce la farò: ora lo so. Mangio qualcosa di più del solito al ristoro, bevo acqua e sali, poi vado a prendere la sacca non senza qualche lentezza ma vabbè, 5 minuti di riposo ci possono stare. Mi cambio per strada e per fortuna non vedo il viavai dalle tende coi ritirati o i fermati per ipotermia, anzi, sto così bene che metto una maglietta a maniche corte e i manicotti solo per sicurezza, arrotolati al polso. Unico dubbio, i calzini: li cambio o non li cambio? Dal 45esimo ho avvertito chiaramente delle vesciche sotto entrambi i piedi, se cambio calzini rischio di far peggio, ok, non li cambio. A proposito… e il dolore da fascite? Mai percepito da quando sono partito. Bene! Teniamolo d’occhio durante la lunga discesa.

Non trovo Carol ma trovo la sua macchina, i cellulari lì non prendono nulla, allora le lascio il mio zaino sul tettuccio così capirà che sono passato, che sto bene e che ho ripreso a correre.

Dopo questa lunga sosta che sarà durata in totale una ventina di minuti, accendo la lampada frontale e mi immergo nel buio della discesa, dalla luce vedo il mio fiato che si condensa e capisco che la temperatura è più bassa di quel che percepisco, bene così. Non spingo e le gambe vanno da sole, il fresco m’inebria, le sensazioni ora sono tutte positive se non fosse per un dolore abbastanza chiaro nell’alto del tendine d’Achille destro, ma tenendo una postura adeguata ed un passo non troppo lungo non avverto problemi, ogni tanto ci penso solo per tenerlo d’occhio.

Davanti a me un gruppetto ha per ognuno una bici che lo affianca, spesso i ciclisti che assistono gli amici portano le borracce e altro per loro, una grande comodità visto quanto abbiamo sudato. Ripenso a quanti sconosciuti mi hanno dato da bere quando ne ho avuto bisogno nei miei 2000 km, mi è anche capitato di entrare in casa di uno sconosciuto che nelle riflessioni quel giorno con la sua compagna mi ha detto che metterà una fontanella davanti casa, che in quella zona in effetti manca. Anche solo della semplice acqua con questi gesti riempie sia stomaco che cuore.

In un batter d’occhio passano Casaglia e Crespino, piccole esplosioni d’umanità in festa a rompere il buio ed il silenzio della strada solitaria, contrasti che non saprei descrivere. Dalla sera si va verso la notte ma lungo il percorso i locali sono aperti e anche chi non segue questa corsa si sta divertendo. Gruppi che suonano, karaoke, musica varia all’aperto, ogni zona abitata è sveglia e sembra vivere con allegria questa grande sfida che stiamo affrontando, nessuno che minimamente si lamenta ma che invece ne approfitta per far festa. E’ un clima surreale, noi corriamo con le nostre fatiche ma stiamo bene, il traffico è assente e tra un centro e l’altro c’è una pace avvolgente; tra corridori, volontari, soccorritori, e chi non c’entra niente c’è fratellanza e piacere nel condividere quella notte. Penso che la vita dovrebbe essere sempre così e non solo in questa occasione. Il mondo dovrebbe prendere più esempio dallo sport, da quello fatto così, ne gioveremmo tutti.

Tante volte ho sentito dire che il Passatore inizia da Marradi, anche durante il Passatore, una delle classiche frasi di chi l’ha fatto più volte. Adesso ci sono anch’io, la discesa ora inizia a lasciare spazio a qualche tratto pianeggiante che le gambe interpretano come salita, ma la testa conosce la giusta pendenza. Devo per forza lasciarmi trascinare un po’ meno e iniziare a spingere e ad ogni passo più lungo torna a farsi sentire il tendine d’Achille, cerco allora di trovare nuovamente la giusta postura ed il giusto passo. Continuo a darmi obiettivi di 10km in 10km, con Carol che dopo il macello alla Colla è tornata a seguirmi più o meno ogni 5.

La concentrazione aumenta per sovrastare la stanchezza. Tutto attorno a me c’è silenzio, ma nel bel mezzo di un nulla cosmico mi accorgo solo ad un certo punto di essere circondato da un’assordante gracchiare di rospi, così potente da non capire da che direzione proviene. Non so nemmeno quando è finito quel canto della natura, mi sono distratto e poi mi sono accorto non c’era più. Se non avessi letto in un altro racconto di questo momento, avrei oggi potuto credere in un’allucinazione.

Sono sempre più solo lungo il percorso, tanto da avere il dubbio di aver sbagliato strada non vedendo per qualche minuto alcun essere vivente né dietro né davanti a me; incontro e raggiungo un altro runner, gli esprimo il mio timore, s’impanica anche lui ma fortunatamente dopo poco avvistiamo più gente e ci rincuoriamo. Passo il confine tra la provincia di Firenze e quella di Ravenna, inizio a sentire l’odore di Faenza. Vorrei correre più veloce, lo vorrei tanto.

Faccio sempre più fatica a tenere a bada quel tendine, so che anche se mi mettessi a camminare da lì riuscirei a tagliare il traguardo ben dentro il limite temporale fissato in 20 ore, ma ho voglia di arrivare il prima possibile, non deve diventare un’agonia. Un ragazzo mi dice che ai ristori ci sono anche i massaggiatori e che lui è rinsavito dopo un massaggio, che mi conviene provarlo. Ne parlo con Carol quando ci incrociamo, a lei degli altri accompagnatori millemila volta passatori hanno sconsigliato stop e massaggio, “poi non riprende più a correre e gli toccherà camminare”. E’ nei 10 comandamenti non scritti del runner: in gara non bisogna provare qualcosa che non si sia mai provato in allenamento. Ma sto rischiando troppo a correre con quel dolore in divenire. Lo faccio, al 76esimo mi fermo e mi faccio portare dentro.

Non guardavo mai volentieri dentro le tende lungo il percorso, si scorgevano corridori in seria difficoltà, si vedeva gente portata in barella, flebo, altri avvolti in coperte termiche come bachi da seta o peggio, mummie. Mi fanno stendere su un lettino e mi chiedono come sto, cos’ho. Spiego subito che sto un benon de Dio ma c’ho quel dolore proprio lì tra muscolo e tendine, e che voglio ripartire presto, voglio arrivare a Faenza correndo. Due omoni della croce rossa, uno per gamba, me le sollevano e iniziano a tastare i polpacci per individuare le – parecchie, ahimè – contratture per poi trattarle. 5-10 minuti di paura e delirio prima di rimettermi in piedi con le gambe unte e bisunte, poi provo a mangiare qualcosa. Purtroppo dal 60esimo km riesco solo a bere e tutto il solido mi dà nausea, provo anche con un carbogel ma dopo il primo minuscolo sorso non insisto, così bevo un bicchiere di sali in più e riparto. Il tendine ora sta molto meglio, non mi fermo più.

Il mio prossimo obiettivo mentale dovrebbe essere Brisighella, la testa non tollera più obiettivi così distanti e allora cambio strategia mettendomi obiettivi ogni 5, dove sempre troverò Carol e il mio eventuale zainetto d’emergenza con altri indumenti e tutta una serie gadget superflui che chissà perché mi fanno sentire più sicuro. La solitudine in certi lunghi rettilinei viene amplificata dal nero buio della notte che a tratti tende ad assopirmi, ma puntualmente anche nel più remoto nulla arriva la voce di qualche sconosciuto che mi urla un incoraggiamento, a volte da un prato, a volte da una terrazza di casa, più spesso non capisco da dove.

Passata Brisighella, verso il 90esimo trovo per l’ultima volta Carol. Davanti a me ho un ultimo ristoro a Errano e poi finalmente Faenza. Le dico di andare direttamente all’arrivo, ci vedremo lì, ormai è sicuro! Lei avrà tutto il tempo di arrivare, trovare un comodo parcheggio, raggiungere la piazza e vivere un po’ di arrivi con le emozioni che si portano dietro; io affronterò i miei ultimi 10km col sorriso, sorretto dal pensiero dei 2000km, dei loro aneddoti, della soddisfazione di essermi preparato seguendo le mie sensazioni senza nessuna tabella, di essere lì a prendermi la mia rivincita e sbatterla in faccia a quei fantasmi. Corro e sorrido, a volte rido ripensando a quante cose belle mi sono accadute in questi 2090km, quanta gente ho conosciuto, quanti conoscenti e sconosciuti mi hanno dato qualcosa.

Obiettivi ogni 5 km cominciano ad essere nuovamente pesanti, cambio ancora strategia e decido di darmi il nuovo obiettivo di controllare il cellulare o scrivere messaggi ogni 2-3km. Mi hanno detto che sarebbe stato normalissimo avere più crisi lungo il percorso, eppure ormai sono al ristoro del 95esimo km con alle spalle solo la crisi del trentesimo.

Mancano 5 km, 5.000 metri, roba che normalmente facciamo di riscaldamento. Ormai è fatta, attorno a me c’è poca gente ma non ho più bisogno di trovare conforto nella compagnia perché nel giro di mezz’ora o poco più sarò al traguardo, sarà finita. Non vedo l’ora che sia finita, dai che al 98esimo scrivo a Carol che mi mancano 2km. Corro, dai che tra poco mi siedo, corro, forse è meglio che anticipi l’obiettivo, le scrivo al 97esimo, poi 3 km passeranno velocemente. Corro, penso di avere passato il km 97 senza vedere scritte per terra, anzi forse sono più verso il 98esimo, guardo il gps. Mai errore fu più grande. Km95.33. Pensavo di aver corso 2-3 km e invece avevo fatto 330 metri… e di colpo crisi mentale.

Ormai la testa è in pappa, so di non dover più guardare il gps e invece l’occhio lì cade troppo spesso. Ogni km è come 10km, sono abbastanza convinto di aver fatto 50km negli ultimi 5, una vera e propria distorsione spaziotemporale in barba a tutto quello che potrebbe venirmi ad obiettare Einstein o chi per esso. Ma se anche siamo avvolti dal relativismo, il traguardo alla fine è lì, fisso, immobile, una certezza.

Un ultimo sprazzo di energia mi fa accelerare lungo la piazza, percepisco sulla mia pelle la luce dei fari che illuminano la piazza, passo sotto l’arco mani al cielo, il pubblico applaude, sul maxischermo compare il mio nome, Carol mi abbraccia. E’ ancora notte, sono le 3:28, l’ho chiusa in 12h24’, sono felice. Carol mi porta una birra, la ricorderò come la più buona che abbia mai bevuto – e non scherzo.

Il dopo è soddisfazione e tantissimi pensieri, ho vissuto un’esperienza bellissima e ho rivissuto tutto il mio percorso di runner, io, mediocre atleta che sognavo di correre 10km e che da quel primo traguardo ne ho tagliati tanti, reali ed astratti. Non so se me ne sarei reso veramente conto senza questo viaggio interiore chiamato Passatore.

L’amico French, che in ogni occasione mi dava qualche consiglio per il gran giorno, mi ha scritto un paio di giorni dopo. Un pezzo dei messaggi mi ha colpito: “…credo, per esperienza, che scoprirai tra qualche giorno che cos’hai fatto…” ed effettivamente è stato così, c’è voluto qualche giorno per metabolizzare tutto quello che è girato per la testa. Adesso è un tesoro tutto mio che posso godermi ogni volta che voglio, semplicemente chiudendo gli occhi.

Auguro a chiunque di provare tutto questo, non per forza al Passatore.

Un abbraccio,

Luca V.

 

@per4piedi