#Ötzicalling !

Andrea via Whatsapp sta scrivendo cose che non comprendo. 

Tisenioch“, “Fundstelle der Mann Ötzi” e io penso che suo figlio Albertino, per tutti El Bocia, si sia impossessato del cellulare. “No, sono i nomi in tedesco di dove andiamo.”

Ci siamo, ormai. Il momento in cui Andrea ed io incontreremo Ötzi si avvicina. Lui lassù c’è stato molte volte. Per me sarà la prima. 


Lassù è un punticino a 3.206 metri di altezza, sul Similaun, Alpi Venoste, Alto Adige, val Senales, confine italo-austriaco. 


Partiremo alle ore 7, più o meno, di lunedì 26 giugno dal Rainhof, l’albergo montano della nostra amica Agnese, a Madonna di Senales. Il livello del mare è 1.465 metri più giù, in verticale. 

Messo tutto questo nel frullatore crea un trail di 20 chilometri di lunghezza tra andata e ritorno, per 1.700 metri di dislivello. 

E sarà la mia prima volta sopra i 3.000 metri. Ecco qui il vero confine che ci interessa. E di confini io e Andrea ne abbiamo già superati qualcuno, andando verso nuove latitudini.

Perché Ötzi?

Perché la storia di questo perfetto sconosciuto, che è diventato mio amico l’estate scorsa, mi affascina. Me lo immagino come un uomo che percorresse le valli altoatesine, di villaggio in villaggio, per portare merci, piccoli oggetti, messaggi tra persone lontane. Uno che accorcia le distanze, percorrendole. E in questo suo andare su e giù, instancabile, immagino incontrasse le storie più disparate, inventasse lui stesso dei racconti. Cacciasse, realizzasse gli oggetti che usava mentre le stelle sfidavano il buio della notte. E di giorno guardasse a fondo valle e immaginasse il futuro. 

5.300 anni fa Ötzi stava percorrendo il contorno selvaggio del Similaun, il gelo era ovunque. Il ghiaccio ebbe la meglio e lo abbracciò, fino a trasformarlo in una mummia di freddo, con tutti gli oggetti che aveva con sé. Con tutta la sua vita, conservata per sempre per il futuro. Pompei a 3mila metri verso l’alto. 

Accanto ad Ötzi, il freddo ci ha regalato il suo mantello, la faretra, i pantaloni, il mantello, che non gli servì, e l’ascia, lavorata di fino, splendido esempio dell’innovazione dell’età del bronzo.

C’erano anche le sue scarpe, in ordine, consumate dal cammino, dalla corsa dicono… e questo particolare mi commuove un po’. 

Insomma, caro Ötzi, ci siamo. 

Come ogni mummia che si rispetti anche su di te si raccontano tante leggende. Sembra che chi ti ha ritrovato e chi ti ha esaminato sia morto in circostanze strane. E sembra che tu dia buoni consigli ai viaggiatori. Ti hanno studiato in molti, hanno ricostruito in 3D il tuo corpo e il tuo volto. Proprio oggi ho letto che sei l’uomo più vecchio ritrovato in Trentino Alto Adige e io e Andrea ti porteremo la birra più storica della tua terra, una Forst fresca. La berremo insieme, quindi Ötzi fai il tifo per noi. 

Mi hanno detto che il tuo nome si pronuncia con quella Ö stretta che non riesco a dire bene.

Se io arrivo alla tua lapide, al tuo confine, per me sarà un altro limite superato. E il tetto del mio mondo andrà sopra i 3mila metri. Sono solo numeri, che a me piacciono quando portano ad avventure come la tua. Sono sei mesi che mi alleno. Ho rafforzato le braccia, gli addominali, ho corso tanto in salita. Andrea sta facendo da tre giorni l’elenco dell’equipaggiamento: è preciso, è organizzato. Porterà lo zaino più pesante: sai perché? Per allenarsi per la Primiero Dolomiti Marathon. Il viaggio verso di te sarà il suo ultimo allenamento. 

Saliremo da te con una nuova estate appena iniziata, il tempo dovrebbe essere buono. Ho vissuto questi mesi pensandoti ogni giorno un po’, immaginando come sarà. È stato tempo sognato, ora lo viviamo. 

Due amici che vengono a trovarti per bere una birra con te. 

Se questa immagine non fosse folle, il viaggio non sarebbe divertente. Se storie come la tua non affascinassero ancora adulti e bambini, non sarebbe affascinante provarci. Se fosse facile, immediato, se non ci volesse sudore, fantasia, quel pizzico di rischio che scatena adrenalina ed emozione non saremo esseri umani.

Ciao Ötzi, ci vediamo presto

Alberto

(@per4piedi)

Primiero Dolomiti Marathon: lì dove osano gli scoiattoli.

L’estate scorsa, era fine agosto, guidavo per il nord Italia. E’ stata l’ultima volta che con la mia macchina che avevo allora affrontavo un viaggio lungo. E sono passato per Fiera di Primiero. Mi sono fermato e, mi sono detto, qui mi piacerebbe tanto correrci. C’è un’atmosfera libera, pura qui su. Sì, ma io in montagna non corro, i trail non so cosa siano

Schiocco di dita e, meno di un anno dopo, ho avuto diverse occasioni per correre fuori pista, per apprezzare la corsa in natura, per incontrare donne e uomini del trail e raccontare le loro storie. E il 1° luglio correrò a Primiero, durante la Primiero Dolomiti Marathon. Ci sono tre percorsi (qui i tracciati) il più corto prevede 6 chilometri e mezzo, il più lungo accoglie la Maratona tra i panorami di San Martino di Castrozza, Passo Rolle, Primiero e Vanoi. E poi c’è la 26 chilometri, la mia prova. Letteralmente: perché 26 chilometri in montagna non li ho mai fatti. O forse sì, ma ero piccolo. Una sfida, un viaggio, una scoperta da condividere e da vivere da solo, mentre correrò, all’interno di quella dolce selvatico che muoversi in mezzo alla Natura regala.
L’idea di correre la 26 chilometri è venuta in spiaggia a Jesolo, il giorno dopo la Moonlight Half Marathon. Potere del marketing, potere dell’idea che la corsa è il passaporto per un Paese chiamato Ovunque.


E questo trail mi ha già premiato: sì, perché, dopo l’iscrizione, ho scoperto che, alla fine delle corse, ci sarà il Forst Party, con piatti trentini e birra Forst compresi nel pettorale. Dunque, il trail fa bene. E come in occasione della Moonlight ho incontrato Lorenzo Cortesi, che è il segretario generale della VeniceMarathon Club, l’organizzatore della Venice Marathon e tutti gli eventi correlati.

Come mai la scelta di tre percorsi, che coinvolgono tutto il territorio attorno a Primiero?

“La scelta di tre percorsi, ovviamente con tre gradi di difficoltà differenti tra loro, nasce dalla volontà di permettere davvero a tutti di correre o passeggiare abbracciati da uno degli ambienti più belli al mondo. Ci sono tratti boschivi accessibili, si alternano strade bianche e asfalto. Ad esempio, il percorso più breve è pensato per essere vissuto anche dalle famiglie con i passeggini, infatti ci piace chiamarlo Trail Family Run.”

Attenzione per le famiglie e per i runner più allenati, o temerari, anche nel gadget del pacco gara.

“Ecco di questo siamo molto contenti. I partecipanti alla 42 e alla 26 chilometri troveranno la sorpresa del New Spyker realizzato da X-Bionic®, e griffato per la Primiero Dolomiti Marathon, che applica una tecnologia innovativa per garantire una compressione più efficace delle gambe, rispettando la naturale ossigenazione durante la circolazione. Questo accessorio vuole essere una forma di attenzione verso i runner ed elevare il tasso tecnico dei pacchi gara. Inoltre anticipa la t-shirt che celebrerà la prossima edizione della Venice Marathon, in ottobre.”

Come mai questa scelta di portare l’eco della Venice Marathon tra i monti trentini?

“La Maratona da sola non basta, perché la macchina organizzativa vive per 365 giorni l’anno e dobbiamo cercare sempre idee fresche da proporre. L’idea di Primiero è venuta all’Union sportiva Primiero e noi l’abbiamo abbracciato subito. Puntiamo ai 3mila iscritti. Come per gli altri nostri appuntamenti di questa stagione, ci interessa unire sport, natura, festa e la corsa diventa la scusa per scoprire una zona, sotto ogni aspetto. Il trail notturno a Venezia unisce la suggestione della città con pochi turisti, la Moonlight quest’anno è stata votata ai colori e alla festa di inizio estate, la Primiero vuole far conoscere il territorio e i prodotti delle Dolomiti, ecco perché il Forst Party, un pasta party rinforzato, in montagna è giusto così.”

Buon trail, di gusto. Lì dove osano gli scoiattoli.

Alberto

(@per4piedi)

5 alle 5, e qualcosa in più. 

Duemilaeduecento è un numero pacioccone. Ed è bello da scrivere. Ancora di più da vedere, specie se animato da altrettante magliette arancio, che anticipano il colore dell’alba sopra Treviso, in venerdì di inizio giugno che è già estate.


In effetti, alla 5 alle 5 trevigiana mancano solo la spiaggia. Brioche, frutta e the caldo ci sono dopo il traguardo e l’atmosfera è quella del chioschetto in riva al mare. Corsa scanzonata, con gli occhi stropicciati dagli sbadigli, con 4.400 piedi che suonano la ninna nanna che sembra ancora dormire tutta. 

Poi si apre una finestra, una signora sbatte il cuscino, il barista sveglia il quartiere alzando la saracinesca. C’è un ragazzo che quasi quasi oggi festeggia la fine della scuola prendendo la corriera per Jesolo e intanto vede le maglie arancioni passare. In una corsa collettiva alle 5 del mattino tutto diventa semplice, come dare del tu ad una sconosciuta o chiedere ironico al vigile urbano:”Scusi, per il Duomo?”.


All’alba i passi sono rilassati, la piccola follia di alzarsi nel cuore della notte, interrompendo volontariamente la ronfata, si merita questa luna piena, che sembra una fetta biscottata densa di miele, appiccicata al blu. Passo passo le stelle vanno a dormire (chissà se russano) e Treviso si sveglia. Si stiracchia, avvita la moka, intreccia asole e bottoni. E tu passi, di corsa. Quasi quasi sfidi il corridore che hai accanto, ma sì, in fondo è bello così, anche se a quest’ora, più che di cuore e polmoni, è questione di sbadigli e sorrisi. 


Leggevo che le corse di 5 chilometri stanno diventando la nuova moda anche in Italia. Negli Stati Uniti lo sono già. Poi arriveranno quelle da tre chilometri. I 5mila metri andrebbero divisi in tre parti, andrebbe curato il riscaldamento, andrebbe studiato il percorso, per individuare le curve a gomito, andrebbe… va bene, tutto giusto.

Ma vuoi mettere giocare con l’alba, salutare il sole che è arrivato in ritardo al via, correre leggero in mezzo alla folla, e poi afferrare brioche alla marmellata e sorriso che un’assonata ragazza ti porge alle porte del giorno?

Ecco, 5 alle 5, e qualcosa in più.

Ciao,

Alberto

(@per4piedi) 

Il primo passo.

Poi incontri alcune esperienze che hanno già tutto dentro.

“Ma il coraggio è anche questo. La consapevolezza che l’insuccesso fosse comunque il frutto di un tentativo. Che talvolta è meglio perdersi sulla strada di un viaggio impossibile che non partire mai.”


Ciao,

Alberto

(@per4piedi)

Come si diventa Mezzo Tosto Maratoneta.

Quanta salita può avere una mezza Maratona? Non lo so, non ho sotto mano il regolamento galattico delle mezze Maratone. E in fondo non mi interessa molto. 


Quello che so è che tra le mie montagne si corre la Sappada Hard Half Marathon che è in salita per una buona parte dei suoi 21 chilometri. Davvero tosta. Ma avete presente che prova? La prossima edizione, la terza, è in programma domenica 9 luglio, lassù fa fresco. 

1.250 metri di altitudine, dove abita quel silenzio che crea energia e ricarica. La natura che è ancora selvatica e serena. La corsa, lo sport all’aria aperta, lì diventano davvero quasi una forma di meditazione, più che di sfogo. E lì nasce il fiume Piave, in cima alla Val Sesis. 


Ci sono tutti gli ingredienti per vivere un viaggio nel viaggio e per farsi sorprendere, mettendosi alla prova. Perché va bene la dolcezza dei luoghi, ma il percorso non fa sconti, come è giusto che sia. 

La corsa parte e torna a Sappada, un anello tra le montagne, su e giù per le Dolomiti, in un percorso misto tra asfalto e sterrato, che è il mix che mi piace sempre di più. 


Correre è sempre bello, anche in centro a Milano. Però farlo in centro alla Natura diventa un regalo ad ogni passo. Non conta il tempo, non conta cosa dice l’amico gps. Forse quel giorno andrebbe addirittura spento, per ritornare a correre a sensazione. Come fanno gli atleti dell’Africa o quelli dei Caraibi. Piuttosto che misurare spazio-tempo con gli occhiali del farmacista, forse è bello farsi trasportare con gli occhi dei saltafossi. Quelli che restano sempre giovani, giocano a nascondino con la propria ombra e viaggiano lungo un confine che ha cielo-terra come contorno, con piedi ben piantati a terra e ali ben libere nel cielo.
E quindi mi faccio una domanda: ma chi arriva al traguardo della Sappada Hard Half Marathon è un Mezzo Tosto Maratoneta?

Alberto

(@per4piedi)

Cosa la corsa mi ha regalato.

Ho corso, ho scelto.

Ieri ero bloccato in coda all’altezza di Bologna. Apro il finestrino per sentirmi meno oppresso e le note di Vivaldi escono in autostrada. Che poi, a Vivaldi, Le Quattro Stagioni sono venute bene tutte, non solo i primi trenta secondi. Esco dall’auto, tanto è tutto bloccato e mi levo la camicia. Inganno il tempo sul telefono e mi accorgo che domani a Mareno di Piave c’è una garetta. 13 chilometri più o meno. 

È stata la mia prima gara. Tre anni fa. È finita con la scoperta del cuboide della caviglia sinistra, un ossicino tanto piccolo da essere fondamentale per il movimento. 28 giorni fermo, durante i quali qualcuno mi ha rimesso in piedi. Correvo da poco più di un mese. Lo scenario più semplice era finirla lì. 

Invece, durante quei 28 giorni, è tutto cambiato. Ho pensato, ho scavato, ho capito cosa volevo e ho cercato di costruire una via. È cambiato il modo in cui vedo lo sport, come lo racconto. Ed è nato Per 4 Piedi, cioè questo mondo qui. 

Dovevo correrla, di nuovo, quella garetta. Tre anni dopo, con le scarpe giuste. All’epoca non sapevo nulla di queste cose e avevo un paio di A2, cioè un livello di ammortizzazione non adeguato per gli 82 chilogrammi che avevo addosso.

In quei 28 giorni è cambiato tutto e sono ripartito. Ci ho ripensato mentre guidavo per l’Italia, con Vivaldi che mixava violino e oboe. E le albicocche disidratate che cambiavano gusto alla guida.

In questi 3 anni ho vissuto esperienze enormi. Anche quelle più semplici, sono state grandiose. Ho incontrato storie belle grazie alla corsa, quelle che ti lasciano qualcosa dentro e addosso, man mano che il fisico cambiava, la mente si modificava e io crescevo. E scrivevo. Ad alcune storie ho corso accanto.

Ho corso dentro la fatica, il sudore che ti brucia gli occhi e il sole che, quando ti fermi, ti fa venire i brividi. In questi tre anni ho ricevuto un sacco di consigli, fino a trovarmi io ad elaborare le formule magiche che valgono per me. A partire dalla prima: se non ti prepari con costanza, anche le condizioni ideali ti voltano le spalle. 

Se non ti metti in viaggio per ciò in cui credi, i sogni non ti vengono a prendere in auto. 

Ho conosciuto e cenato insieme a chi ha vinto l’oro alle olimpiadi e ho imparato molto. Ho conosciuto e cenato con chi aveva appena iniziato a correre e ho imparato ancora di più. Ho guardato i video di Mo Farah fino ad anticiparne i movimenti e guardato, dal vivo, uno che ha corso 62 volte la Maratona in 62 giorni consecutivi sul tapis roulant ed è diventato il nuovo Filippide. Hanno una cosa in comune: sorridono spesso.

Sono caduto a duecentro metri dal traguardo della mezza di Verona e ho capito che Maratona va scritta sempre con la M maiuscola. Ho visitato correndo molte città famose: Copenaghen, Budapest, Lisbona, Venezia, Milano. Però è negli angoli più nascosti del mondo che ho trovato i sorrisi migliori.

Ho cambiato le cose che mangio, le ore di sonno, l’acqua che bevo. Ho ridotto moltissimo la carne, anche se la carne ai ferri mi piace ancora tanto. Mangio più pesce, verdura e frutta. Ho cambiato il mio modo di cucinare, il metodo e gli ingredienti. Vivo in modo diverso la solitudine e anche la compagnia.

Respiro sempre molto.

Ho conosciuto chi forse non avrei mai conosciuto, e anche chi, sono certo, prima o dopo avrei incontrato lo stesso. 

Ho visto bambini nascere e li ho immaginati correre. Un paio, lo sento già, lì aspetterò un giorno al traguardo della Maratona, sostenendo i loro genitori commossi. Ho fatto sorridere un sacco di persone, con le mie parole. E alcune le ho fatte commuovere.

Mi dicono, che con le parole faccio vendere anche un sacco di scarpe, e questo mi fa sempre strano. 

Il numero di scarpe da corsa che ho, fa dire a mia mamma, quando la vado a trovare, che da quando ci sono loro non sa dove mettere me

Ho conosciuto chi misura il tempo come un chimico delle nuvole e chi mi ha insegnato che l’unico tempo che conta è il sole in cielo non i numeri dentro l’orologio. E adesso non mi importa nemmeno più di sole, pioggia, nebbia, caldo, gelo. Ho corso nella neve e nella sabbia e non so dire dove mi sia divertito di più. 

Ho capito che c’è ancora molto che voglio capire, vedere, raggiungere, raccontare.

Ho conosciuto alcune donne di frontiera e alcune decisamente guerriere.

Ho imparato come funziona un cuore, i polmoni, il metabolismo, come imparano i muscoli. Ho imparato un sacco di esercizi a corpo libero che sembrano forme di meditazione. Ho capito che il corpo è uno scrigno di qualcosa di potente, che non va sparso tanto per fare. 

In questi tre anni, la corsa mi ha fatto amare, anche quando non ero pronto. Mi ha fatto capire cosa sia l’amicizia, l’indipendenza, la fatica, il limite, la forza. Quanto i pensieri disegnino il mondo che attraiamo. Quanto ingannare il cervello con il sorriso permetta di giocare con la fatica. Quanto sia una figata correre giù da una discesa, urlando senza un perché, senza limite, senza chiedersi nulla.

La leggerezza è un valore.


E mentre pensavo a tutto questo, oggi mi sono trovato sulla stessa linea di partenza di tre anni fa. 

Ho pensato a chi legge le mie storie e magari non ci conosceremo mai. 

Ho pensato ai tuoi occhi, alla bellezza quando ridono senza bisogno di parole. 

Ho trattenuto la commozione e ho messo il cuore dentro alle scarpe e sono volato via.

Grazie,

Alberto

(@per4piedi)

Vita da pacer: Chiara a Lignano pensando a NYC (e alle Mauritius)

Chiara abita a 22 chilometri dalla partenza della Maratona di Venezia. Capita, a chi unisce la quotidianità con la corsa, di trovare naturale chiamare le distanze quasi per nome. Così, lei abita a poco più di una mezza Maratona da un luogo magico per molti corridori. E di mezze ne corre parecchie, in una prospettiva che mi incuriosisce: quella del pacer. 

È anche una maestra, una Maratoneta, una vegana, tanto da prepararsi il gelato vegano in casa.

La prossima avventura con le scarpette e i palloncini dell’ora e 55 minuti, Chiara la vivrà alla Lignano Sunset Half Marathon, il 10 giugno prossimo. Una tappa di avvicinamento all’obiettivo grande come la città che ne farà da scenario. Chiara fa parte della squadra di 20 ragazze che rappresenterà l’Italia e Diadora alla prossima Maratona di New York.


Come ti stai preparando per Lignano?

“Sto continuando a seguire la tabella di allenamento che Gelindo Bordin ha preparato per ciascuna delle ragazze del progetto Run to NYC di Diadora, ma confesso che sto portando alcune modifiche”, ride.

Quali?

La tabella prevede 4 allenamenti a settimana, che ho mantenuto come cadenza, aumentando leggermente la velocità, per non perdere il passo. Gli allenamenti settimanali sono organizzati su 3 fondi lenti e 1 seduta di ripetute. Gli allenamenti cambiano ogni settimana. Io poi mi sono tenuta “libera” le domeniche per partecipare alle marce. Ora ho iniziato ad allenarmi sui colli per fare potenziamento muscolare.”

Hai corso Lignano anche lo scorso anno, alla prima edizione della Sunset: cosa ti piace di questa corsa?

“Lignano è stata una straordinaria sorpresa. La location balneare è fantastica e il tantissimo pubblico, per lo più costituito da stranieri, è molto attratto dalla manifestazione e fa sentire la sua presenza, con applausi e costanti incitamenti. Quando mi hanno proposto di fare la pacer per l’edizione di quest’anno non ho esitato.”

Ecco, come si diventa pacer?

“Sono tesserata con la Rain Runners di Piove di Sacco e faccio parte di Libere di correre, un gruppo di amiche che porta avanti un messaggio di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne. Oltre a divertirci facendo quello che ci piace di più fare: correre. È grazie a questo gruppo che avvengono i contatti con gli organizzatori delle corse.”


Come interpreta la gara un pacer?

Fare la pacer è una grande emozione, ma anche una responsabilità perché non corro per me stessa, ma per aiutare gli altri a raggiungere un obiettivo. Quindi si corre guardando il gps. È doveroso essere il più possibile precisi nei tempi, poi l’imprevisto può sempre accadere.”

Cosa ti piace di questo ruolo?

“Gli altri runner che ti ringraziano, anche con le lacrime, e ti abbracciano perché li hai accompagnati a tagliare il traguardo. Già correre mi emoziona, fatto come pacer è una dimensione che mi lascia sempre qualcosa in più.”

E durante la corsa come ti comporti?

“Siamo un gruppo di pacer casinari. Una volta abbiamo corso con i fischietti. Non ti dico altro. Correre dev’essere prima di tutto divertimento.”

C’è un aneddoto della tua vita da pacer che ricordi in modo particolare?

“Durante una Dogi’s half marathon ho fatto la pacer con una delle mie più care amiche, talmente cara che al quarto chilometro i nostri rispettivi palloncini si sono attorcigliati tra di loro. Avevamo il passo sincronizzato.”


Si fa un test per mettersi i palloncini al polso?

“No, devi solo correre ad un passo che sai tenere bene. Non farò mai la pacer di 1h45, per dire. Ma da 1h50 in su, in teoria, dovrei farcela.”

In teoria? 

“In teoria perché nella corsa tutto può accadere.”

Ma i pacer prendono la medaglia?

“E certo e guai se non me la danno! E anche il pacco gara.”

Qualche consiglio per chi sarà al via della Sunset lungo il mare di Lignano, magari accanto a te?

“A Lignano la parola d’ordine è divertirsi e godersi il percorso dall’inizio alla fine. Quest’anno poi il percorso è stato modificato e secondo me sarà ancora più bello.”

In quale corsa ti piacerebbe fare la pacer?

“Non ho dubbi. Mi piacerebbe correre alla Mauritius, magari la Maratona. Ecco fare la pacer lì sarebbe un sogno perfetto. Però quella delle 4 ore, forse anche 5, così mi godo il caldo.”

Ciao,

Alberto

(@per4piedi)

Lignano Sunset Half Marathon: inizia il conto alla rovescia.

Il 10 giugno ritorna la Lignano Sunset Half Marathon. Titolo lungo, che racchiude le emozioni, tante, di una mezza Maratona che unisce natura e glamour in riva alla costa di Lignano, in Friuli Venezia Giulia.

La corsa avrà come testimonial il due volte vincitore della maratona di New York, Orlando Pizzolato. E questo aggiunge suggestione alla seconda edizione di questa 21 chilometri.

Rispetto al 2016, il tracciato presenta una novità.


La partenza, confermata in località Pineta, sarà posizionata direttamente sul Lungomare Alberto Kechler, in prossimità della spiaggia di sabbia fine e dorata, che ogni estate richiama milioni di turisti italiani e stranieri.
Da lì, la gara si svilupperà in direzione Sabbiadoro, attraversando la pineta del Villaggio Getur e quindi, una volta imboccato il Lungomare Trieste, passando accanto alla Terrazza a Mare, uno dei luoghi simbolo di Lignano. Poco dopo, l’arrivo a Punta Faro, dove lo sguardo degli atleti potrà spaziare sino al caratteristico faro rosso collegato alla terraferma da un lungo pontile.

Lasciata alle spalle Punta Faro, gli atleti si dirigeranno verso il cuore cittadino di Lignano Sabbiadoro: la mezza maratona, in quel punto, inizierà a percorrere la via delle passeggiate e dello shopping. Altri momenti di grande suggestione. 

Le novità più importanti della seconda edizione di Lignano Sunset Run Half Marathon riguardano però la seconda parte di gara.

Dopo aver costeggiato il corso del fiume Tagliamento, la mezza maratona percorrerà il centro di Lignano Pineta, per poi arrivare in Piazza Marcello D’Olivo dalla direzione opposta a quella che aveva caratterizzato la partenza dell’edizione 2016. Gli atleti, nel tratto finale di gara, troveranno così un gran numero di spettatori pronti ad incitarli e applaudirli. E, quando giungeranno sul traguardo, alzando gli occhi oltre la linea degli ombrelloni, vedranno davanti a sé il mare.  

Poco dopo la partenza della mezza maratona, dal Lungomare Kechler scatterà anche la Family Run, che si svilupperà su un percorso di 5 chilometri ricavato, nella prima parte, direttamente in spiaggia. La Family Run sarà aperta a tutti: podisti, camminatori e appassionati di Nordic Walking.

Si correrà (e camminerà) anche per una giusta causa: parte del ricavato delle quote d’iscrizione sarà infatti devoluto al progetto “Casco amico”. Un’iniziativa finalizzata a donare all’ospedale di Latisana un’apparecchiatura medica che aiuta a ridurre la caduta dei capelli nelle persone sottoposte a chemioterapia. Lignano corre (e cammina) solidale. 

Ci vediamo lì!

Alberto

(@per4piedi)

Orlando Pizzolato: tutto il mondo di corsa da Lignano a New York.

A me piace incontrare i migliori. I migliori sono quelli che conoscono tutto del loro ambito e magari ne hanno creato un pezzo, in modo originale, loro. I migliori sono quelli che ti parlano in modo semplice, tanto che le parole prendono quasi vita e vedi all’istante con gli occhi quello che le tue orecchie ascoltano. E se riescono a farlo senza tirarsela, ma accompagnandoti, allora rischi di crescere un po’. 

Orlando Pizzolato ha fatto qualcosa di unico quando ha vinto per due volte consecutive la Maratona di New York: edizione 1984, poi 1985. Lo stesso anno dell’oro alle Universiadi. Nell’88 è arrivato al primo posto a Venezia. E ora Pizzolato parla semplice, con il sorriso nella voce, la precisione dei termini e nei modi. Non usa mai il termine runner, preferisce podista, atleta. Non per rifiuto dei termini inglesi, quanto piuttosto per chiamare le cose con il loro nome nel momento in cui te le racconta. Pizzolato è il testimonial (e qui l’inglese scappa a me) della seconda edizione della Lignano Sunset, la mezza Maratona che sabato 10 giugno illuminerà il litorale friulano, dalla pace della natura lungo il Tagliamento al glamour dell’arrivo in centro.



Pizzolato, lei oggi è uno degli allenatori italiani di corsa più ricercati e seguiti. Come è stato il cambiamento da atleta di élite ad allenatore di podisti, anche amatoriali?

“Meno traumatico di quello che pensassi, è accaduto 25 anni fa, in modo naturale, per gradi. Tutto è iniziato nel 1992. Volevo dare una continuazione alla mia vita nel podismo, dopo il ritiro come atleta. Ricevevo tante chiamate da amici o conoscenti che mi chiedevano consigli sulla corsa. All’epoca la figura che oggi viene definita personal trainer nella corsa non c’era. Avevo però un esempio, negli Stati Uniti: Jeff Galloway. Così ho provato a dare alle mie risposte una forma organizzata. Ma non è stata un’idea realizzata all’istante, per gradi, come è giusto che sia.”

E all’epoca non c’era tutta la tecnologia a disposizione adesso nello sport e nella comunicazione.

“Oh no. Le prime tabelle che proponevo dovevano occupare lo spazio di un foglio A4, che poi piegavo, mettevo in una busta, affrancavo e spedivo. Le preparavo con matita e gomma, per correggere gli errori di calcolo. Adesso alleno a distanza atleti italiani e di altri Paesi.”

Fino a dove arrivano ora i suoi consigli via email?

“Seguo persone che abitano a Shangai, in Cina. Il ragazzo più lontano credo sia di Canberra, in Australia. E lui, tra l’altro, è fortissimo nei 10mila metri ed è arrivato terzo ai campionati australiani di 100 chilometri. Poi mi incuriosisce molto seguire i connazionali che lavorano all’estero e magari corrono soprattutto per riempire il tempo dopo il lavoro, per non restare chiusi in albergo. Lo trovo un bel modo di fare.”

Come è cambiato il podismo in questi 25 anni?

“Tutto si è evoluto. Le gare si sono evolute. Ad esempio, anche le non competitive avevano un tasso agonistico davvero elevato. Poi il trail aveva valenza di allenamento, adesso ha una forma organizzata, che abbina il contatto con la natura alla voglia di lasciar stare la misurazione del tempo. Ecco la misurazione del tempo è un’altra forma di evoluzione, che però è quasi una dipendenza.”

Cosa intende?

“Adesso si misura tutto, in ogni settore. E questo secondo me obbliga ad utilizzare il cervello in ogni momento. Nella corsa, ad esempio, si guardano di continuo il gps, le statistiche, le percentuali. Troppo. Bello è andare a correre in natura. Quello che un supporto, molto utile, non può essere una dipendenza. Gli atleti africani quando corrono non sanno a quanto stanno andando, vanno a sensazione, si ascoltano.”

Come nasce il legame con Lignano e la Sunset Half Marathon?

“Sono stato a Lignano in passato per condurre alcuni stage. E’ una zona molto appropriata per l’attività fisica. La Sunset è interessante, si pone nel novero delle corse che stanno crescendo bene, perché organizza in modo coerente l’abbinamento tra sport, turismo, aggregazione. E poi c’è il mare.”

Situazione ambientale che attira da anni anche i velocisti jamaicani.

“Sì, e non è un caso. Durante l’estate ci sono le gare in Europa e bisogna fare base in un luogo tranquillo, vicino ad un aeroporto internazionale. Nel caso specifico credo inoltre che a Lignano la nazionale della Jamaica abbia trovato un contesto per allenarsi che fa sentire gli atleti a casa. In più, credo ci sia un pizzico di scaramanzia, visti i successi che hanno realizzato in questi anni.”


Veniamo a New York: come è stato vincere quella Maratona e per due volte di fila?

Un sogno, ma per farlo capire devo contestualizzare ciò che intendo. Adesso la Maratona di New York va di moda. Allora era la Maratona in assoluto, per tutti, dall’amatore all’atleta professionista esperto di gare d’élite. Inoltre, era ad invito. L’anno della prima vittoria, dall’Italia siamo partiti in 150, meno di un decimo degli italiani che ogni anno la corrono ora. Era un’area riservata a pochi e anche gli amatori erano atleti che vivevano tutto l’anno come professionisti, nell’ottica del risultato agonistico. Inoltre, solo adesso la città di New York offre quello che serve, mi riferisco ad esempio alla pastasciutta buona per l’alimentazione del Maratoneta, o al fatto che, per motivi di sicurezza, non si potesse allenarsi in alcune zone di Central Park. Il Bronx era un quartiere ghetto, adesso è residenziale. Quindi correrla, vincerla, ripetersi l’anno dopo. Ecco, un sogno.”

Quale consigli dà a chi proverà a correrla?

“E’ un’esperienza stimolante. Occhio a non far diventare questa bellissima caratteristica un boomerang. Si va a New York per correre, non in gita. E’ un evento totale, perché la città vive per i corridori in quella settimana. Non mi riferisco solo alle logiche di business e di marketing, che disegnano un contorno indimenticabile, mi riferisco ai newyorkesi che rispettano e amano chi corre e chi corre la Maratona della loro città. E bisogna essere bravi a non farsi travolgere dall’adrenalina, ma gustarsela. E non sottovalutare la distanza e il tasso tecnico: una caratteristica su tutte: la somma del saliscendi equivale all’altezza dell’Empire State Building. Non bisogna sopravalutarsi, lasciandosi entusiasmare dal pubblico. La benzina devi essere tu, così ti godi New York e ti rendi conto che stai realizzando una delle cose più belle che farai nella tua vita. Mettetevi nella condizione di godervi l’adrenalina che c’è lungo quelle strade.

Intanto ci vediamo a Lignano,

Ciao

Alberto

Venice in ogni stagione.

La prima volta che ho corso a Venezia stavo andando verso il traguardo della Maratona. O i confini del mondo o nulla. Frequentavo Venezia da meno di un anno, di tanto in tanto. Lunghe passeggiate, disperso per le calli, in cerca di scorci e di Corto Maltese. Prima non ci andavo, forse ci stavamo cercando. Era l’edizione numero 30 della Maratona e a 195 metri della linea finale mi sono innamorato.

Ogni volta che posso, torno a Venezia ora. Spesso ci sono tornato a correrci, da solo o in compagnia. O per partecipare a qualche evento. L’ultima volta ho corso il Venice Night Trail, 16 chilometri spalmati lungo 51 ponti. Il periplo della Serenissima, di notte, con la città che viva. Un trail urbano che trasforma Venezia in un parco giochi per i runner, nel pieno rispetto della città e delle sue acque, luci, segreti. Ho incontrato Lorenzo Cortesi, che è il segretario generale della VeniceMarathon Club, l’organizzatore della Venice Marathon e tutti gli eventi correlati.

Arsenale, Venice Night Trail. Credit #4piedi

Il Venice Night Trail è arrivato alla seconda edizione. Come è andata?
“Veramente bene. Credo sia un evento unico al mondo, perché la città è unica. E questo è semplice da intuire, ma le 3mila lampade sulla fronte dei partecipanti fanno dire Wow a chi è a Venezia quella sera.”
Come è nato il Night Trail?

“Abitavo a Venezia e correvo spesso lungo quel percorso. Sembra che sia fatto di sera per cercare la scenografia a tutti i costi, in realtà è per rispettare la città, i turisti, chi ci vive e chi crede nell’idea e sceglie di correre e di sera può fare più strada possibile senza le grandi folle che ci sono durante il giorno.”

E’ possibile pensare ad una winter edition del trail notturno?

“Ci stiamo pensando, però è difficile, da un punto di vista organizzativo, garantire i servizi all’altezza in caso di maltempo, specie nel dopo gara quando farà freddo e se piove per chi corre è ancora più disagevole. Poi il trail chiede una macchina organizzativa di 300 volontari, che non sono semplici da reperire.”


E ora è già tempo di Moonlight, sabato 27 maggio, la mezza Maratona a Jesolo, che quest’anno è all’insegna dei colori.

“Voglia che la Moonlight abbia un taglio ludico. Intendo, non è la performance, il tempo che si deve inseguire, ma è l’intera giornata di festa. Ecco perché le magliette del pacco gara avranno tanti colori diversi tra loro: la Moonlight è una festa colorata.”

Obiettivo numerico?

“Dico 7mila partecipanti, distribuiti tra i 5mila della mezza Maratona e i 2mila della dieci chilometri.”


Tra la Moonlight e la Maratona in ottobre ci sarà il fine settimana della Primiero Dolomiti Marathon, il 1º luglio: come mai questa scelta di portare il vostro marchio sui monti del Trentino?

“La Maratona da sola non basta, perché la macchina organizzativa vive per 365 giorni l’anno e dobbiamo cercare idee fresche da proporre. L’idea della Dolomiti Marathon è venuta all’Union sportiva Primiero che abbiamo abbracciato subito. Puntiamo ai 3mila iscritti. Oltre alla Maratona, c’è anche la 26 chilometri e il mini trail da 6 chilometri e mezzo. Ogni tracciato è su strada bianca, sempre accessibile, la può fare chiunque. Anche in questo caso ci interessa unire sport, natura, festa e la corsa diventa la scusa per scoprire una zona, in ogni lato. Non si può mancare al post gara con prodotti tipici della Dolomiti.”

La Venice Marathon ha superato i trent’anni. Un vita, che ha visto imporsi sempre più i social nella promozione e nel racconto dello sport. Come raccontate la tradizione della Venice 32 anni dopo l’esordio?

“Coinvolgiamo molto la nostra community. Effettivamente la comunicazione è stravolta e tutti possiamo comunicare, nel bene e nel male. Tutti siamo diventati editori e quindi noi abbiamo un piano editoriale vero e proprio che scandisce i contenuti che proponiamo via social. Il nostro ufficio comunicazione ha all’attivo 5 persone.”

Qualche anticipazione sul pacco gara della prossima edizione della Maratona il 22 ottobre, che anche quest’anno avrà il prologo con il Garmin Tour di 10 km?

“Diciamo che ci sarà un innesto di tecnicità elevata per ogni partecipante, grazie ad una maglia tecnica progettata da X-Bionic appositamente per questa Maratona.”

Lorenzo, come è fare il tuo lavoro nello sport?

“Vengo da un’esperienza nell’organizzazione di congressi, sia nel marketing che nella formazione. Mi sono appassionato allo sport e ho iniziato a correre, ed è stato sempre più coinvolgente. Ho corso l’ultima edizione della Maratona di Tokyo, prima New York, magica. Ho finito da poco il mio primo Triathlon e entro l’estate punto al Triathlon olimpico. Credo che fare sport permetta l’aggregazione delle persone, e tiene uniti corpo e mente, tra un impegno e l’altro. Poi correndo si possono visitare i luoghi in modo inedito. E mentre corri si producono ricordi.”

Alberto

(@per4piedi)