TransKamchatka: Stefano Gregoretti e Ray Zahab sfidano la Kamchatka.

Uno spazio all’apparenza infinito. Talmente bianco, silenzioso, che il primo passo assomiglia all’inizio di una nuova vita. Al secondo ti accorgi che il deserto di ghiaccio sta già guardando te ed il tuo compagno di viaggio. Per i prossimi giorni, tanti, vi si aprirà davanti una dimensione così profonda da prendersi tutto il vostro respiro. Forse, pensi, qui il senso del tempo si disperde.

 

Immagino che Stefano Gregoretti e Ray Zahab proveranno qualcosa di simile quando, ad inizio febbraio, inizieranno ad affrontare la scoperta della Kamchatka: 500 chilometri di penisola, tutti tra i 20° ed i 40° gradi sotto zero.

Impervio, inesplorato sono vocaboli che perdono quasi il significato umano davanti a questa forma di Natura.

Dopo il deserto della Namibia nel gennaio 2018, di corsa, 1.900 chilometri in 29 giorni, i quattro piedi di Gregoretti e Zahab scriveranno sulla neve la loro nuova avventura, chiamata “TransKamchatka”, ambientata all’interno di uno dei territori più inaccessibili che Madre Terra abbia realizzato.

Gli sci ai piedi, nessun tipo di approvvigionamento. Traineranno una slitta ciascuno, distribuendosi tutte le risorse materiali necessarie per arrivare alla fine del viaggio. Ogni slitta pesa 80 chili. 25 giorni davanti, forse 30, dipenderà dal meteo, per disegnare una scia umana che unisca e sconfini la corrente gelata dei fiumi, il pendio ghiacciato delle montagne, il pulsare di vulcani e geyser. Da ovest ad est, quasi a riportare il sole dove nasce, tra il Mare di Okhotsk, l’Oceano Pacifico e poi il Mare di Bering. Qui il gelo del circolo polare cala direttamente e ha plasmato l’irrequietezza di 160 vulcani, 29 ancora svegli. A descriverla sembra fantascienza. Eppure, c’è chi ci vive in Kamchatcka: pochissimi, una persona per chilometro quadrato

Perché lo fate? Che senso ha?

In queste avventuredice Stefano – ciò che cerco più di tutto è il contatto con la vera natura incontaminata, che con il passare dei giorni, nonostante gli ostacoli che ti pone davanti, finisce per inglobarti fino a farti sentire in comunione con essa.”.

Creare ciò che nessuno ha creato prima. Dimostrare che una via è possibile.

 

Credit photo Jon Golden Photographer

Penso a cosa possano sentire esseri umani come Stefano e Ray quando affonderanno sulla terra il primo passo di un viaggio così. Cosa lascino andare per far spazio a ciò che sarà. Credo esistano strappi, non lo so, l’alba che si apre a metà tra luce e buio, l’aria fresca che entra dalla porta. E che esistano luci, dentro cui ti riconosci respirare e poi vivi senza aver bisogno di chiederne il senso o un ritorno di qualche tipo.

Ti lasci scorrere. In pace, verso dove nasce il sole.

 

Alberto

#4piedi

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Le stelle sopra di noi.

Mi fa male il dente destro, giù in fondo alla bocca. Anche il sinistro si fa sentire. Sarà mica il richiamo del giudizio? Nemmeno il collo sta bene, è rigido, così come le spalle. E poi in questa stanza fa troppo caldo e ho mal di testa e il telefono continua a squillare: cosa avranno tutti da chiedere oggi?

Poi ci sarà il freddo del marciapiede fino alla stazione, il treno, di nuovo caldo misto ad odore di freni. Intanto, testa e collo continuano a pulsare, fuori, dentro ovunque. Dovrei andare a correre, ma faccio peggio: le vibrazioni prodotte dall’impatto dei piedi sul terreno producono onde che si espandono, risalgono per ossa e nervi, e scaricano tutta la loro energia cinetica su spalle, gengive e tempie. Fa freddo, di più: si gela, di quel gelo da febbre bianca che solamente in Siberia consente l’umana esistenza. E poi tutta la collezione di alibi invernali a disposizione.

Eppure vado a correre. Perché se c’è una cosa che ho imparato è che la costanza, alla fine della storia, vale più del talento. E questa sera corro con la mia squadra, la Fuel To Run.

Martina ha tracciato un percorso nuovo, dal terreno misto, con quel pizzico di avventura che ti dà attraversare la provinciale alla luce delle nostre lampade frontali, anche nella variante gilet luminoso.

Quando corri dopo il tramonto quello che vuoi è sentire il tuo corpo che si accende. E andare.

Al secondo chilometro tutti i miei alibi si sono dissolti nel vapore che si fa largo tra i capelli, mentre il mio gruppo si crea una strada in mezzo ai campi, con i cani agitati tra il buio dei cortili delle case, perché sembriamo buffe creature, illuminante qui e lì e sbuffanti.

La terra diventa di nuovo asfalto, e le caviglie sono salve e hanno fatto esperienza. La strada regala sinuosità e l’eco dei sotto passi, dove io urlo sempre. Poi il silenzio e ci accorgiamo delle stelle.

In questa parte di mondo, in inverno, ogni sera verso il sud si alza in cielo Orione, che la leggenda vuole guerriero, posto ad eterna difesa dell’equatore celeste. 130 stelle, tutte visibili a occhio nudo, così dicono. E non abbaiano come i cani di prima.

Noi qui giù ci attacchiamo alle nostre piccole e importanti luci frontali, o agli schemi degli orologi, che misurano lo spazio ed il tempo delle corse. Siamo minuscoli guerrieri della notte.

E perché non ci fermiamo e spegniamo tutto, solo per qualche istante? Tutto, luci, parole, pensieri persino. E lasciamo che solo gli occhi proseguano la nostra corsa, creando un ritmo senza tempo tra le stelle, che si moltiplicano man mano che gli sguardi si abituano a tanta luce nel cielo nero. Ciò che vediamo è un infinito orizzonte di capriole e possibilità, dove tutto può accadere, dove tutto è illuminato e volersi bene è l’essenziale.

La voglia di sognare va allenata, con costanza, tanto quanto ciò che serve per andarsi a prendere quei sogni.

E poi, vuoi non ridere?

Ciao,

Alberto

#4piedi

La versione di Jakob (Ingebrigtsen). Una storia sul tempo.

Il primo post dell’anno scorso l’ho dedicato a raccontare un sogno, che poi si è realizzato, grazie soprattutto alla tenacia ed al coraggio della protagonista. Ad al suo sorriso.

Quest’anno inizio raccontando una storia sul tempo.

Non sul tempo qualunque, libero o ritagliato che possa essere, distrattamente, tra un impegno e l’altro.

Ma sul tempo di qualità. E vi porto in pista, a conoscere Jakob Ingebrigtsen.

Credit: Ulrik – https://www.dagbladet.no/sport/jakob-ingebrigtsen-star-over-diamond-league-finalen/70150927

Alcuni giorni fa ho letto questo articolo dedicato allo stile di allenamento, intenso e preciso, che Jakob segue, sotto la guida del padre – allenatore, vita e famiglia dedicate all’atletica.

Credo che questo approfondimento possa interessare gli appassionati di tabelle e routine di allenamento.

Ammetto che a me ha incuriosito un aspetto diverso, più da dietro le quinte, ma fondamentale come allacciarsi le scarpe: il tempo che Jakob dedica a se stesso e alla realizzazione dei propri obiettivi. Momenti di pausa compresi.

Il top runner norvegese alterna giorni di allenamento intenso, sopra soglia, oltre il limite insomma (high) a giorni di riposo, a volte anche totale, sauna inclusa e l’arte del cazzeggio (low).

In sintesi: highlowhighlow.

Per riuscire a concretizzare questo mantra moderno, il combattivo Jakob deve fare due cose prima: alzarsi dal divano (anche per entrare in sauna) e prendersi il suo tempo.

Jakob è uno che vuole vincere, e ha già vinto tanto. Quindi per lui il tempo è fondamentale, un compagno di gioco, mi viene da dire, dal momento che è nato nel 2000. Un millennial!

Tempo.

Quando si allena in pista o in palestra, il giovanotto mette la massima intensità in ogni secondo. Si concentra su ogni passo, su ogni suo respiro. Sul presente.

Poi si concentra sul riposo, e allora tempo per lo stretching, per la meditazione, per le dormite e per la sauna. E per il silenzio. Ricordandosi di disconnettersi. Di nuovo: resta nel presente.

E poi ricomincia.

Jakob ha una settimana scandita al minuto, è un professionista, questa è la sua scelta, al momento.

È giovane, cerca il proprio equilibrio, e per farlo continua a muoversi.

Highlowhighlow.

L’arte di giocare intensamente e di prendersi delle pause nette.

Se sostituiamo la corsa di Jakob con i nostri sogni e progetti e buoni propositi ed intenzioni migliori e quello che volete, dobbiamo fare le stesse cose del nostro amico campione europeo.

Alzarci dal divano e pretenderci il nostro tempo di qualità.

Prima di tutto per noi stessi.

Dedicarci i momenti, gli attimi, quelli intensi e quelli distesi. Dedicarci ogni goccia di adrenalina, ogni grammo di silenzio.

Questione di atteggiamento, di dedizione, di volerci del bene.

Ma chi è Jakob Ingebrigtsen?

È un 18enne, nato a Sandnes, Norvegia, mezzofondista e siepista: corre in pista, insomma.

E corre veloce. Il 10 agosto del 2018, a Berlino, conquista l’oro sui 1.500 metri, più giovane atleta della storia a vincere un titolo europeo, nonché primo nato nel nuovo millennio. Ventiquattro ore dopo, con il nuovo record europeo under 20 sui piedi, vince i 5.000 metri, davanti al fratello Henrik.

Vanno forte i norvegesi, si prendono tutto il tempo che serve.

Buon anno, buon anno davvero,

Alberto.

“No te detengas”, perché abbiamo tutto da vincere.

Ma come? Finisce l’anno e non hai raccontato della Maratona di Valencia?

Ogni parola, ogni istinto, maturano nel momento giusto, basta avere pazienza, la pazienza tenera e grintosa del Maratoneta (vero Gaia?) e tutto arriva.

E così, eccomi a bordo divano, a ripensare all’ultima Maratona. La peggiore, se guardassi l’orologio, l’indimenticabile per quello che mi ha regalato.

Corro proprio bene a Valencia, pieno di vita, di energie, spensierato, e non so la mia mente dove sia nei chilometri attorno al dodicesimo.

Poi una crepa. Filtra una sensazione strana, si espande. Incertezza, dubbi, timore, soprattutto di rovinare il viaggio verso il traguardo a chi era al mio fianco. Appoggio il piede sinistro, il solito, ma non lo sento sul terreno. Quindi scelgo di fermarmi, di ragionare, di capire.

E il flusso di persone continua, continua il pubblico ad urlare. La linea di arrivo lontana ancora 15 chilometri. Abbastanza, davvero.

Ghiaccio spray, quello dei calciatori. Cammina, lascia che il corpo si rilassi. Datti tempo.

In qualche modo, venendo a patti con umiltà e determinazione che non pensavo di avere (o di essere?), rispetto il mio corpo e difeso il sorriso.

Incontro il pensionato di Asti, Francesco, schiena spezzata da una vita di chilometri, e buoni consigli di chi conosce l’orizzonte; poi una coppia lei di Roma, lui di Bari, mi fanno ridere, che poi il dolore si stufa e se ne va da solo.

Dentro questo conto alla rovescia manca sempre meno eppure rallento, non so nemmeno io il motivo. E Juan dice allegro: “No te detengas, ahora no!“, che nel mio spagnolo approssimativo capisco essere “Non fermarti, ora no!”.

Juan è senza pettorale, accompagna suo padre Vicente negli ultimi chilometri: ad 800 metri dall’arrivo lo faranno uscire. Avrà la mia età. Vicente è un omone alto, barba bianchissima, ancora elegante sotto il volto sfigurato dallo sforzo. “L’anno scorso abbiamo corso insieme a New York”, mi dice Juan. “C’ero anche io”, dico sorpreso.

E via, ripenso a quest’anno, ai cambiamenti continui, ai traslochi, ai fogli sparsi che diventavano le pagine di un libro, alle parole che cambiavano di continuo, e a me importava solo che Gaia prendesse sempre più forma e addirittura una faccia. Penso ai 100 km in Tirolo, ai giorni in Cansiglio, da solo, libero, in silenzio, come era necessario, al caldo snervante di Bibione, ma alla fine abbiamo ballato, alla pessima serata a Jesolo: tornando a casa – sono pronto a dirlo ora – avevo pensato di smettere di correre. Al personale sulla mezza ad Aquileia e sui 10mila a Padova. Alle persone scappate, al centro di rapporti esplosi, poi ritrovati, poi chi lo sa. I libri mangiati, le urla trattenute, perché non sta bene, i contratti di ogni forma e a quegli abbracci più forte dei denti che si stringono per mordere. E ai sorrisi, quel tempo dove le parole non servono, che a volte somigliano alla linea bianca della strada che mi riporta a casa. Penso alla corsa di Parigi, alla musica, all’arte appesa ai muri. Agli incontri nuovi, alle scoperte, alla serenità che danza sulla spiaggia insieme all’equilibrio. L’entusiasmo, con tenerezza e grinta, ancora, per raccontare le storie di altri e quella responsabilità che diventa leggerezza. E poi il libro, il mio, altre parole per dire che è una storia vera, piena di umanità e che dentro “La Regina” io ho messo tutto quanto quello che sono e che se mi dici che si divora e spacca e ti rappresenta, dentro mi apri un mondo con un orizzonte che mi fa tremare i polsi e mi fa venire voglia di volare di più.

E Juan in effetti mi afferra per un polso, Devo uscire, dice, ti affido mio padre. “Ciao papà”.

“Stai bene, Vicente?”

Bastante“, mi risponde con il fiato strozzato.

E lo prendo per mano e siamo due palline del flipper esplose, lanciate lungo l’arrivo di Valencia, sopra l’acqua, in una picchiata che sposta vento e persone, che spinge via a spallate il dolore dalla gamba, che mi sta facendo vivere qualcosa che non scorderò.

Io a Valencia non avrei dovuto correre, non avrei dovuto esserci, mi sarei dovuto fermare.

Ma pensa se mi fossi fermato, pensa se non ci avessi provato. Pensa se restassi qui su questo divano, dopo aver finito di scrivere queste parole, con cui ti dico che io e te siamo uguali, perché siamo tenerezza e grinta. Perché siamo istinto e ragione. Perché non dobbiamo fermarci, perché abbiamo tutto da vincere.

Buon anno, fai un urlo con me,

Alberto

Ho incontrato Babbo Natale: il cielo è il limite.

Qualche giorno fa mi sono trovato davanti Babbo Natale.

Era un vecchietto, magro, perfettamente rasato e camminava aiutandosi con un carrellino a rotelle, dipinto di una vernice azzurro cielo. E azzurri sono anche gli occhi dell’uomo.

Non è la prima volta che lo incontro, sempre sorridente nello sguardo, postura curva, lento nel passo, ma incerto mai.

Mi colpisce come decida il punto dove poggiare i piedi sul terreno e come il suo ritmo nel muoversi consideri alla perfezione la strada che ha davanti e la sincronia delle ruote del carrello a cui si affida.

Questa volta ho deciso di fermalo, salutarlo, chiedergli della sua storia e fargli gli auguri.

E lui mi ha fatto un regalo. Del resto, è Babbo Natale.

Ho scoperto che in primavera compirà 92 anni, ha problemi al cuore e il movimento è difficile da un po’. Il respiro è regolare, abbastanza insomma, bisogna accontentarsi. Mangia poco, ma di tutto, soprattutto, da sempre, mastica lentamente e il vino, con molta parsimonia, lo preferisce rosso. Dicono che renda forti, e a quasi 92 anni ogni cosa che renda un po’ più forti va bene. Il suo medico non dice il contrario, per lo meno.

E, nonostante tutto, lui, da tutta la vita, non manca mai agli appuntamenti con le cose che gli piacciono e lo fanno stare bene.

Quindi incontra sua figlia, vede i nipoti, frequenta la chiesa, fa la spesa e va a vedere le partite di bocce degli amici, quelli più giovani di lui, che riescono ancora a giocare, per lo meno.

I limiti non gli devono impedire, dice, di fare le cose che danno un senso alle sue giornate, la cui somma è uguale alla sua vita.

So che devo vivere il mio presente con un grande senso di speranza e fiducia nel futuro, lasciando che il passato riposi in pace, però ogni tanto fa bene ricordarselo.

E questo Babbo Natale senza slitta mi ha ricordato che il tempo è un aereo, che va avanti dritto per il proprio cielo, e del resto non gliene importa nulla.

Però, i piloti siamo noi, nel bene e nel male.

Questo credo sia un insegnamento totale e meraviglioso.

Ogni giorno incontriamo Babbi Natale che ci ricordano il senso di ciò che facciamo.

Incontriamo anche le befane, i troll, gli elfi e le renne che spingono avanti le cose. Incontriamo un sacco di creature diverse e sta a noi decidere con chi proseguire, chi frequentare, chi evitare, con chi fermarci a bere qualcosa e con chi non bere nulla.

Poi il mio Babbo Natale ha ripreso la strada, facendo rotolare il suo carrellino azzurro cielo.

Il cielo è il limite.

Un abbraccio a voi e famiglia,

Alberto

#4piedi

Solo un’altra medaglia.

“Tu sei quello del libro di Gaia? Bene. Sappi che questo gelo boia lo sto prendendo per colpa tua, quindi grazie per avermi convinta a continuare a correre”.

Quando sento dire: “È solo un’altra medaglia, ne ho scatole piene a casa”, mi fermo sempre un momento e mi regalo il tempo di pensare al percorso lasciato alle spalle. Se ha senso essere arrivati qui, se ha senso proseguire ancora. Sarebbe davvero più facile ritornare sul divano, chiudere le scarpe nell’armadio, far asciugare l’inchiostro e, con un ultimo colpo di piedi, scacciare tutti gli sbattimenti che non si vedono né si immaginano.

Ieri ho pensato ad un anno fa, dopo la mezza di Cittadella, corsa da solo, salutavo gli amici, mettevo nel baule il sorprendete pacco gara, e mi affidavo alla nebbia e all’autostrada, verso Parma ed una quotidianità che non funzionava più in modo naturale. Ieri, a Cittadella tirava davvero un gelo boia, e davvero non ho sentito freddo nemmeno un istante. Neanche un metro. Quella frase di una sconosciuta, le foto sulla linea di partenza. Il via. Quella strana, inaspettata, netta voglia di balzare in avanti, che mi è esplosa dentro al chilometro 3, di mordere, e via via via. Non più in fuga in fretta da qualcosa, ma quasi scivolare, in una progressione costante, sorridente, inesorabile, verso qualcosa. E per me correre così è poesia. Il finale, superando un sacco di persone, le mani prese, strette e su verso il cielo, il té caldo, le foto, volti che vedo in giro per le gare, altri grazie sconosciuti per le mie parole in una storia. Il terzo tempo a tutto volume, litigando per la salsa con la barista annoiata e la grinta sbattuta sul tavolo. Avere voglia di raccontarti tutto, perché fossi lì. E poi sistemare in macchina il pacco gara, un anno dopo ancora più grande, salutare gli amici e guidare, dentro al sole e all’autostrada. Verso casa. Quella vera questa volta.

È solo un’altra medaglia, ne ho scatole piene a casa.

Però questa ha un disegno che a me ricorda il profilo di Gaia, accanto alla parola “finisher”.

E questa volta non sono stato l’unico visionario in azione.

Alberto

#4piedi

Valencia: ho difeso il sorriso.

In qualche modo, venendo a patti con quella parte di corpo che inizia dal ginocchio e termina nella caviglia sinistra, con molta umiltà e una determinazione che non pensavo di avere (o di essere?), ho rispettato il mio corpo e difeso il sorriso.

Ph. Romina Zanchetta

Grazie al pensionato di Asti che mi ha dato buoni consigli, alla coppia Roma – Bari che mi ha fatto ridere e a Cuan che accompagnava suo padre Vincente.

E grazie a chi mi ha aspettato sulla linea del traguardo, con un sorriso da favola: e questo per me vale più di ogni medaglia! (E poi mi ha scattato questa foto e poi ha scoperto di aver realizzato il pb).

È la Maratona che è andata peggio per il tempo nell’orologio (in cielo, in Spagna dell’Est è estate) è quella che ricorderò con più affetto per umanità e gentilezza.

#4piedi #MakeItBright #foreverfinisher

Alberto

I 10 motivi per i quali sono a Valencia.

A Valencia ci sono strani stacchi netti tra giorno e notte.

Ad esempio, l’escursione termica è attorno ai dieci gradi ed alba e tramonto durano pochissimo in cielo.

Così, questa mattina, un attimo prima la città era buia e deserta, un attimo poco più in là c’era il sole e più di duemila persone correvano nel parco delle Arti e della Scienza. Riscaldamento generale a colazione prima della Maratona. Più tardi, all’ora del pranzo, mensa sotto un cielo azzurro paradiso, vestito buono per il Paella Party.

Il tratto comune a tutto questo: l’atmosfera rilassata, giocosa, di festa.

E così ho pensato ai motivi per i quali sono Valencia e voglio godermi la Maratona.

Più o meno ne ho trovati dieci.

Oggi ho capito che sono a Valencia perché la corsa continua ad essere una scusa valida per accettare le sfide, scoprire il mondo da una prospettiva particolare e volermi bene.

Perché il pettorale è stato un regalo di Natale e io i regali li vivo fino in fondo. Senza limiti di sorta.

Perché la lealtà e l’onesta sono un lusso per pochi e la corsa me lo insegna ogni volta.

Perché in tanti, quattro anni fa all’inizio di questa avventura, mi hanno detto che non potevo correre, figuriamoci una Maratona. Da allora qualcuna ne ho corsa.

Perché in Spagna non avevo mai corso prima, e mi piace che questa sia la prima volta qui, così.

Perché l’ho promesso a qualcuno di importante, il cui sorriso vorrei apparisse ora.

Perché correre sotto questo cielo azzurro, con l’aria di festa, è un motivo in più per amare la Vita. Il resto conta nulla.

Perché sono poco allenato, negli ultimi mesi ci sono state altre priorità, e quindi sarà un esercizio di umiltà totale.

Perché ci sono un sacco di persone simpatiche che corrono. E poi ci sono anche le altre.

Perché un giorno, forse grazie alla corsa, ho incontrato te e mi hai detto di non accontentarmi della parte di Oceano che avevo davanti agli occhi.

Ciao,

Alberto

#4piedi

Valencia: lo vais a conseguir.

Credit Valencia Maratón

Eccomi qui, anche se non dovrei essere qui. Giorni di vigilia della Maratona di Valencia e negli ultimi mesi la priorità non è stata la corsa.

Questo 2018 resterà nel mio album delle figurine come l’anno dei cambiamenti.

Traslochi, di casa e di lavoro, di città, regioni, stazione dopo stazione, un casello alla volta. L’anno del libro: prima no, poi sì, poi aaaahh e poi c’è. Ed è una gran bella avventura, questa del libro, e mi piacerebbe che la storia di Gaia e delle Diadorabili fosse raccontata a lungo, in largo, tra un anno e ancora.

Sono cambiati tanti volti davanti a me quest’anno, alcuni spariti e riapparsi nel giro di una manciata di mesi, altri che fanno di tutto per restare, anche se la loro luce mi sembra cambiare di continuo. Altri ci sono, senza chiederci tanti perché, e mi danno un sacco di energia pura. Un sacco, che voi nemmeno immaginate.

C’è un video promozionale della Maratona di Valencia dove alcune persone dicono perché corrono, e per chi corrono, la Maratona, e alla fine mettono le loro intenzioni dentro l’urlo con cui spingono fuori la parola Maratón”.

Sono urla in cui mi ci ritrovo!

Non dovrei essere qui. Non sono allenato come vorrei e dovrei. Correre così a lungo, in tempo e spazio, non è ancora in cima alla mia concentrazione.

Eppure ci sono. Determinato a correre questa Maratona con più umiltà del solito, con più dedizione alla mia mente e al mio corpo, con più bellezza negli occhi e nel cuore dopo questo anno da favola.

La corsa ha accompagnato tutti i cambiamenti del 2018 e, negli ultimi mesi, si è messa da parte, generosa, pronta ad esserci quando c’ero io, come una compagna che mette la sua fiducia in me: e la fiducia delle donne non va buttata via mai. Fate attenzione.

E quindi ci sono! E sono grato di poter provare ancora a toccare quella sensazione che ti fa condividere qualcosa con l’Arte e la Storia, dentro ai miei passi, con un sorriso da difendere e riportare a quei volti che danno senso ai cambiamenti.

Ciao,

Alberto

La pace, senza chiedere nulla di più.

Domenica pomeriggio e fuori c’è un’atmosfera che fa alzare dal divano. La strada mi chiama.

Indosso una maglietta azzurra, con disegni tribali sul petto, e sotto una termica, perché non tornerò prima del tramonto. I nodi delle scarpe sono stretti il giusto.

Ho in mente un percorso tra colline e vigne: un bel parco giochi nella mia terra, ritornata tranquilla. Parto, rispetto la traccia, il ritmo è quello di una corsa per divertirmi.

Poi, forse per la voglia di seguire il giallo autunno che puntella la strada, mi lascio scorrere verso un’altra direzione.

Il tragitto improvvisato abbandona la via principale e mi propone una discesa di asfalto misto foglie fino ad uno specchio d’acqua color alluminio. Il lago si apre tra gli alberi sempre più e mi distende le guance tiepide con i versi dei suoi abitanti nascosti attorno.

La pace, senza chiedere nulla di più.

Alberto

#4piedi