Luca e la vigilia del Passatore.

Luca Vazzoler corre. Tanto. Da anni. Un percorso lungo il quale non ha bruciato le tappe. E chilometro dopo chilometro, una Maratona alla volta, Luca è arrivato alla linea di partenza del Passatore, i leggendari100 chilometri da Firenze e Faenza. Una classica della corsa di resistenza, che nel fine settimana del 26 e 27 maggio racconterà la sua 46esima edizione.

Ho chiesto a Luca di raccontarmi com’è la strada che porta a provare a diventare un ultraMaratoneta, e lui ha iniziato dalla fine.

“Ti dico una cosa. Tutto questo può anche essere divertente e gratificante nonostante la fatica enorme, nonostante tutto, ma lo è solo perché accanto ho Carolina, la mia compagna, che capisce il senso di cosa sto facendo. Sono fortunato.”

Iniziamo dalla domanda più semplice: come ti sei preparato?

“Ho macinato chilometri come mai ho fatto prima, e chi è abituato a seguire gli ultramaratoneti troverà il mio livello quasi ridicolo. Ti assicuro che quello per il Passatore è il cammino dell’uomo timorato. Ezechiele 25:17, per chi non conosce Tarantino.”

Il Passatore è una corsa da leggenda. Ci vogliono degli anni per preparare la prima volta, la tua sta arrivando. Perché hai scelto di far prendere questa direzione al tuo viaggio nella corsa?

“La 100km del Passatore è una sorta di mito che serpeggia tra le batterie di corridori, un obiettivo tra “impossibile farcela” e “almeno una volta nella vita voglio farla”, o almeno questi sono i pensieri che in questi anni mi sono rimbalzati per la testa quando ne sentivo parlare. Tanta gente me ne ha parlato, ho ascoltato tanti racconti di com’è stata la corsa e di come gli atleti si sono preparati, io sono ghiotto di storie. Non ti so dire quanti ho conosciuto che l’hanno fatta, tra amici e conoscenti occasionali, certo è che la chiave per iscrivermi è stata data proprio da questo: continuare a sentirne parlare e vedere che non solo i grandi atleti ci riescono.”

Una scelta che viene da lontano, quindi e che, quando ha iniziato a diventare realtà, è stata subito in salita.

“La scorsa estate ero discretamente in forma, costante. Lì è maturata l’idea di provarci, prima con dei test autunnali correndo tre Maratone ravvicinate Venezia, Belluno e Valencia (l’ultima, mi ricordo, t’impressionò per il mio entusiasmo!). Il test è partito malissimo con il rigonfiamento del ginocchio destro proprio a Venezia, chiudendo claudicante dopo un pit stop in ambulanza e un misto di corsa e camminata. Grazie al cielo fino ad oggi quello è stato il mio unico problema e ho continuato a correre lunghi domenicali.”

Cosa hai provato quando ti sei iscritto?

“A dicembre ho deciso di iniziare ad alzare il chilometraggio e a gennaio ho fatto il grande passo, l’iscrizione ufficiale. Che emozione, lo faccio sul serio! Ho ascoltato e ascolto, filtrando, i consigli di tutti quelli che l’hanno fatta e in base a questo mi sono preparato.”

In che senso hai filtrato?

“Non ho esperienza in corse su strada da 100km, ma è anche vero che esistono modi diversi di prepararsi, a volte molto diversi, e soprattutto persone con capacità diverse. Quelli molto tranquilli consigliano semplicemente di correre tanto nei week end e basta; altri consigliano lunghissimi da spezzare sempre in 2 giorni fino al max di 30+40km; quelli molto forti mi danno dei sinceri consigli che però trovo più adatti al loro livello, al loro fisico, allenamenti che potrebbero portarmi più facilmente all’infortunio. Ecco, questo è il vero spauracchio, la paura di infortunarmi durante la preparazione, per questo filtro cercando il giusto equilibrio tra un allenamento sufficiente ed il minimizzare il più possibile il rischio di stop anticipato. Bel casino, non credi?”

Sì, immagino ci voglia un grado di disciplina non comune, nemmeno se sei abituato a faticare su lunghe distanze. Cosa hai imparato fino ad ora?

“Credo che per il mio livello le cose fondamentali siano tre: imparare a corre piano, più piano; allungare gradualmente i lunghi ravvicinati, sabato e domenica; alternare una o due settimane di carico ad una di scarico. Tutto questo sia con l’esperienza di chi l’ha fatta prima di me, ma soprattutto fidandomi delle mie sensazioni, ancora di più di quanto la Maratona mi abbia abituato. E’ una delle cose più belle della corsa, no? Imparare sempre più ad ascoltare il proprio corpo, una cosa favolosa.”

Quanta mente ci vuole per correre cento chilometri tutti insieme?

La questione mentale è al centro di tutto questo, come per quando ci si approccia alla prima maratona. Ci sono i dubbi, le paure, la consapevolezza dell’importanza della testa in gara. Va’ che son lunghi 100km fatti come li vorrei fare io, normalmente in una giornata nemmeno lo passo totalmente in piedi tutto quel tempo… ti rendi conto? Io no, non credo, ancora. Anche adesso che mi sto solo allenando sento un certo peso, una stanchezza, che non c’entra con le gambe, perché a furia di uscire a far lunghi piano e da solo, a tratti si intervallano noia e voglia di fare altro. Testa, ci vuole testa.

Durante questi mesi di chilometri spietati, c’è un episodio in particolare che ti ha fatto sentire leggero, in pace?

“A metà marzo, nel fine settimana della Maratona Eroica 15-18, a Vittorio Veneto, ho idealmente scollinato il grosso delle mie preoccupazioni, approfittando dell’impresa che Daniele Cesconetto ha realizzato per l’Eroica: 5 Maratone in cinque giorni. Ho chiesto a Daniele quali tempi avesse in mente di fare e se potevo fargli compagnia nella sua Maratona del sabato. I tempi erano congrui coi i miei, quindi detto, fatto: il sabato alle 14 siamo partiti e abbiamo fatto buona parte del percorso insieme, anche se parecchio più veloce di quanto mi avesse detto prima, fin dalla partenza. Freddo e pioggia non hanno aiutato, ma grazie alla Scuola di Maratona e al loro staff ho avuto un importantissimo supporto sia durante che alla fine della prima maratona. Prima, perché la mattina successiva, domenica, volevo correre quella ufficiale e così è stato! Con tanti dubbi, mi sono presentato in griglia, ancora più vestito per il freddo preso il pomeriggio prima. Ma il clima clemente, le chiacchiere occasionali lungo il percorso e la compagnia costante di AlessandroRizzi mi hanno portato fino al traguardo, e stavo ancora meglio rispetto al primo arrivo. Oltretutto ho incontrato il mitico Giorgio Calcaterra. Insomma, 84 chilometri intervallati da 14 ore, ho cominciato a sentirmi sulla strada giusta, ed è arrivata una bella ventata di ottimismo.”

Buona strada,

Alberto

@per4piedi

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Bibione Hot (Half Marathon). La corsa è democratica.

Fa caldo, a Bibione. Sì, molto.

Nella mia personale classifica delle corse calorose, la terza edizione della Bibione Half Marathon sale rapidamente nelle prime tre posizioni.

Il meteo aveva previsto nuvole e pioggia all’orizzonte. Il cielo se la ride e manda un’unica nuvoletta a fare il tifo a bordo campo.

Quando si corre all’aria aperta il campo di gioco inizia dal terreno sotto i piedi e arriva fino al cielo sopra la testa. Non ci avevo mai pensato prima.

E non avevo mai corso a Bibione, anzi non la conosco per nulla.

Bel tracciato, lineare, con superficie varia: asfalto, sanpietrini sul lungo Adriatico, il legno delle passerelle, un brevissimo tratto di sabbia, appena dopo il faro, una sorpresa che mi è piaciuta molto. Del resto siamo al mare!

Fa caldo.

E tanti runner boccheggiano. Altri scherzano: c’è chi propone di organizzare la prossima edizione a dicembre. O di aggiungere nel pacco gara qualcosa di simile ad un termostato. Qualcuno per giunta si qualifica come bravo tecnico installatore di termostati e si offre per studiare il progetto.

28 gradi all’arrivo, 30 per qualcuno, sono molti. A maggio. A nord est.

Le condizioni di questa estate fuori tempo (e fuori latitudine) sorprendono anche i top runner del Kenya e si abbattono sui desideri di “fare il tempo” di tutti.

La corsa è democratica.

Manuele e Busy (all’anagrafe Eleonora), miei compagni di viaggio di oggi, lo avevano fatto notare alle 7 del mattino: “Oggi scalda, senti che roba già adesso”.

Già, oggi il sole ha deciso di venire al mare a Bibione.

E quando ti trovi addosso un caldo così, l’unica cosa da fare, credo, sia accettarlo, idratarsi in modo intelligente (piccoli e costanti sorsi di acqua, bagnarsi molto, proteggersi la testa) e passarci in mezzo, nel miglior modo possibile. E ringraziarlo, il caldo imprevisto, perché ti insegna, una volta in più, come le condizioni ideali siano un’utopia.

Del resto, nei sogni non c’è mai la temperatura dell’aria.

Il tracciato regala momenti di ombra, in mezzo a campi di papaveri dal rosso brillante e spugnaggi quanto mai opportuni e gestiti in modo efficace.

Nemmeno a farlo apposta, da qualche settimana ho iniziato a correre con un cappellino in testa. Porta via un sacco di calore, mi protegge gli occhi e mi indica la direzione.

Mentre bevo in corsa e noto che la Busy è a meno di un chilometro avanti a me, mi ricordo una cosa del mio cappellino.

Me lo ha regalato Mat, nel suo negozio Brooklyn Running alla viglia della Maratona di New York. E’ nero e porta orgogliosamente stampato un disegno del ponte di Brooklyn sul frontino, mentre, sotto la visiera, ci sono delle cuciture rosse.

Mat mi ha detto che in quelle cuciture devo mettere gli obiettivi che mi sono fissato nella corsa che sto facendo. Resta concentrato, insomma. Mentre corri esiste solo quel momento. Qualunque cosa stia succedendo attorno.

Le parole di Mat mi ritornano in mente ancora mentre guardo la medaglia della mezza di Bibione. Su un lato c’è il faro della città, incorniciato da un’onda del mare Adriatico.

Ma è l’altro lato quello che mi incuriosisce.

Riproduce il bilanciere di un orologio nautico, di quelli utilizzati per misurare il tempo di navigazione. Il tempo del viaggio.

Ecco, il capellino di Mat, il caldo africano, il panorama selvaggio degli ultimi tre chilometri, lungo i quali ho deciso di rallentare e godermi il presente, senza forzare, e il lato b della medaglia.

Tutti indizi di un messaggio arrivato dal mare.

Tu puoi avere dei progetti e ti prepari per realizzarli. Poi ti scontri con ciò che accade. E tutto dipende da come reagisci. Questione di approccio, non di approdo.

Il caldo della Bibione Half Marathon me lo sono goduto adattando il mio passo di corsa: alla solita progressione, ho preferito un ritmo costante, essenziale, attento, come quello di Gianni Poli, che organizza questa corsa e a New York ha vinto nel 1986.

Togliere e comprendere il momento sono super poteri essenziali per risparmiare e godersi fino in fondo il viaggio, senza guastare il percorso fatto, con fiducia che il traguardo stia arrivando.

Quindi la medaglia che chi ha corso a Bibione si porta addosso è l’abbronzatura, di una strana e bollente domenica di maggio.

E l’esperienza che ne deriva.

E nel caso mio, di Busy e Manuele anche la spaghettata che ne è seguita.

Alle vongole, con peperoncino thailandese fresco, coltivato a Bibione.

Ciao,

Alberto

(@per4piedi)

Il Dada con le Blushield ai piedi. E spuntano due tucani.

Il Dada è una tendenza culturale che dà voce alla sua politica antibellica attraverso il rifiuto degli standard prestabiliti, preconfezionati, precotti, preferendo l’umorismo e il gioco che c’è nella realtà.

Essa ha trovato campo di elezione nelle arti visive, nella letteratura, nel teatro e nella grafica.

Il Dada è un mio amico che si è messo a correre. In effetti di lavoro fa anche il grafico, il disegnatore, il fumettista. Rifiuta il cibo precotto e l’altro giorno mi ha chiamato al telefono.

Ecco quello che ne è uscito.

Cielo limpido, il cinguettio primaverile che suona come una melodia nella testa di chi ascolta e nel mentre … stop….stop… .

Dai, niente di tutto ciò.

Solo tanta voglia di uscire correre, colline, salite, discese, piano, sette virgola quattordici chilometri (#7,14km#…come negli assegni, non voglio che si aggiunga o si tolga niente).

Questi sono i metri che faccio quando mi viene voglia di uscire. Punto. Solito giro, non il solito paesaggio: cambio IO, l’orario, il meteo, il tempo che passa lo rende ogni giorno diverso.

Mi ascolto … ascolto il respiro e quello che mi circonda.

Ci siamo io, una maglietta, un paio di pantaloncini, i calzini e le scarpe.

Ecco, le scarpe.

Voglia di cambiare.

Non sono un tecnico e forse l’unica cosa tecnica che mi serve adesso che esco più spesso saranno proprio le scarpe, ho appena messo su le gomme estive alla mia macchina, ora tocca a me.

Ormai le mie care scarpe giallo fluo (ho anche i calzini in abbinata o a contrasto…ci mancherebbe, anzi poi su questo argomento ci torniamo*) hanno fatto i loro anni, mi fanno realmente sentire l’asfalto, forse potrei anche contare i sassi che lo compongono.

Voglia di cambiare. Bene, cerchiamo qualcosa che sia adatto a quello che faccio e che sappia stregarmi in tutto e per tutto.

Gerry, chiedo l’aiuto da casa.

Gerry:”Alberto sei in linea, ti passo Dada.”.

A: ”Pronto sono Alberto…”.

D: “Sbrigati non c’è tempo… scarpe per uscire, correre, 80 kg,  184 cm…”.

A: “Diadora, Blushield 2….twoyoutu…tu…tuuuuuuu…”.

D: “Azz…Gerry, quello che ha detto lui!”

Ed esco dal negozio contento.

Mentre torno a casa siamo finalmente contenti entrambi: la mia SAAB che si destreggia in giro con le sue gomme estive e io che non vedo l’ora di uscire con le mie “estive”.

Arrivo alle 19, ho un appuntamento alle 20.

36 minuti dura il giro. Doccia, mettermi qualcosa di decente addosso e uscire. Ce la dovrei fare.

Apro la scatola e osservo le scarpe.

Spuntano due Tucani, mi fissano.

Mi cambio, le indosso.

Esco.

*(Prima di lasciarvi a noiose sensazioni, prove o canti neomelodici un breve appunto sui due Tucani ai piedi. Soprannomino le scarpe così sia per i colori, sia per il becco lungo dato che ho un 45 di piede …ma che colori…wow…tropicali e variopinti, arancio, giallo, nero, azzurro, appena avrò tempo cambierò anche i lacci.

Saggiamente te ne danno due paia, di lacci. È uno è dello stesso azzurro che compone la scarpa e giocare con i colori a me piace un sacco.

“Alberto, prossima volta Dì a Dora che metta anche un paio di calzini in tono o in contrasto, grazie!”.

Bene…vediamo dove sono rimasto, un attimo che rileggo, ok)

…ed esco.

Partenza subito forte, ma le gambe non spingono, io sento i dialoghi tra polpaccio destro PDX e polpaccio sinistro PSX.

PDX: ”Ma sto idiota ha cambiato scarpe?”.

PSX: “…penso di sì…non so cosa fare.” PDX: “Ma gli scarponi da montagna che aveva prima che fine hanno fatto? Mi piaceva quel giallo fluo.”.

PSX: “Però anche questi colori non male…ehi non contrarti troppo per vedere! Se no si rischia di tornare subito a casa…”.

PDX: “Ok guardo dopo…non mi ricordo , dove eravamo rimasti.”

PSX: “Segui il ritmo e tutto andrà bene.”.

Dopo un chilometro di distrazione delle mie gambe, che non capivano come comportarsi con una reazione davvero diversa della scarpa sull’asfalto, trovo il mio equilibrio e il ritmo.

Ogni tanto le osservo, mentre l’asfalto scorre sotto: lo fate mai?

E’ troppo divertente, ti sembra di fare un casino di strada. Ogni tanto alzate anche la testa.

Tengo il mio ritmo, non capisco se sto andando più forte o più piano del solito, l’asfalto non lo sento, non riesco a contare i sassi. Spero di non perdermi come pollicino ma vado avanti, le guardo, alzo la testa, le guardo, alzo la testa, guardo il paesaggio il sole sta tramontando in mezzo alle nuvole, le guardo, alzo la testa. Siamo ormai verso la fine, ora provo ad accelerare, ultimi seicento metri. Ormai sono entrato in confidenza con i miei tucani, la sensazione è che se provo a spingere ed accelerare loro mi seguano nella spinta.

Me ne accorgo e sono arrivato. 34,48 minuti. Ho anche migliorato il mio tempo nell’orologio, il tempo in cielo invece si fa più cupo mi sa che stasera piove, meno male che sarò al coperto.

Gradini, porta, entro… osservo le scarpe, le fotografo, le tolgo…. doccia, asciugamano, mutande, pantaloni, maglietta, calzini, scarpe.

Esco.

Comunque, Dada.

@per4piedi

Chia, dove il mare è in salita e nascono i guerrieri.

Chissà a cosa pensavano i Fenici quando hanno fondato Bithia, che poi è diventata Chia, nella Sardegna del Sud.

Mi piace il suono di queste tre parole insieme, Sardegna-del-Sud.

È una melodia veloce da territorio di confine, da laguna dove il vento fa a pugni con gli scogli, lascia e prende quello che deve, fa il giro e riparte.

Scopro che il vento della Sardegna porta dentro tanti sapori diversi. È la mia prima volta sull’Isola e i sensi mi sembrano amplificati. La Natura fa il resto. Gli eventi sportivi della Chia Sport Week fanno il resto.

C’è la Granfondo di ciclismo, c’è il Triathlon, c’è la mezza Maratona.

Sport e territorio, sport è Territorio.

Ci sono le spiagge di sabbia simile al pan grattato, che le raggiungi scalando le dune e sfidando le scogliere in infradito o a piedi nudi. Pazzo! Vivo, suona meglio.

Lassù ci guarda il faro di Capo Spartivento. Lo raggiungiamo di corsa, tanto alla mezza di salita ne faremo tanta. Bisogna allenarsi, che significa abituarsi al terreno, addomesticarmi alle caratteristiche di questo spicchio di Sardegna. Spartivento, lo dice il nome. Ovunque ti sposti, il vento arriva prima di te. E con lui i balestrucci, le rondini, uccelli migratori.

E arriva l’odore del selvatico di questa vegetazione, tanto diversa da quella che circonda casa mia, tanto uguale a qualcosa che ho dentro e che mi fa sentire a casa. Per arrivare lassù, devi fiancheggiare la spiaggia PortoCampana, la lingua della spiaggia di Su Giudeu e Cala Cipolla. Poi è semplice, si sale. Seguendo la linea delle rocce, come seguire le vertebre della schiena di una donna.

Follow your passion, dice lo slogan della manifestazione. La prima del circuito di corse che toccherà le vette del Monte Bianco, il lungomare di Bari, l’autodromo di Monza, l’asfalto di Milano.

Segui la tua passione.

Ecco, semplice.

Come l’ingresso nel mare dei triatleti, che li ingoia tutti dietro al loro dio Daniel Fontana, che la cronaca vuole essere il primo italiano ad aver vinto un Ironman, ma a lui sembra importargliene poco e continua a nuotare, pedalare e correre come fosse la stessa voglia degli inizi a spingerlo, anche se i suoi anni sono i chilometri della Maratona.

È la prima volta che tocco il mondo del Triathlon, mi ha colpito, ne ho scritto. Non so se farò mai un Triathlon, so che ne scriverò ancora.

E poi tocca a noi.

Nell’unico giorno di estate anticipata della settimana. La mezza Maratona che segue un Triathlon, formula mezzo Ironman, deve per forza essere tosta, tecnica, deve colpire. Espressioni che sintetizzano una certezza: si farà fatica. Inevitabile, giusto che sia così. Quello che la passione pretende è la sfida. Siamo qui per seguirla.

Lo sparo del via fende i raggi del sole e fa entrare il caldo sull’asfalto, in direzione Domus de Maria. I primi 8 chilometri sono un dolce saliscendi costante, imperdibile, bello tra un borghetto in festa e lo stagno di Chia, dove i fenicotteri si preparano a diventare rosa.

Daniele Meucci è già lontano. Sta preparando gli Europei a Berlino, il 12 agosto, e Chia, dove nel 2013 ha fatto il record del percorso, sfida quello che era prima di vincere gli Europei nel 2014.

Dopo l’ottavo chilometro non sei tu che fai fatica, è la strada che si solleva, inesorabilmente.

Si modifica lei e ti modifica il passo, l’angolatura delle ginocchia, la postura del dorso ed il respiro. Ti scava dentro e varia il ritmo del cuore e dei pensieri. La strada sopra Tuaredda ti porta dove vedi il mare in salita e i fenicotteri ti volano davvero accanto.

Questa è una delle emozioni più grandi che mi abbia dato la corsa. Due fenicotteri che disegnano l’orizzonte, tra mare e cielo, e per un istante planiamo alla stessa velocità.

Poi la strada scende, brutale come è salita. Fa una capriola su se stessa, ti rispinge a salire, su, contro il caldo che ti attira a sé, contro la strada che se ne frega della fatica.

La tua fatica ti sta portando a correre in uno dei luoghi più intensi che esistano, dove la Natura ti corre incontro.

Di nuovo la cima, un’altra discesa. Sembra una corsa ciclistica più che una mezza Maratona. E se ne hai ancora, se vuoi sfidare il tuo limite, se credi che le sfide facciano parte della tua natura, puoi accelerare.

Il vento, questa volta, un po’ ti aiuta. Solo un po’. A metà tra il seduttore e l’alleato.

C’è qualcosa di magico nel vento della Sardegna del Sud, qualcosa di energico passa di qui, fa il giro, ti sfiora, ti sfida, ti sputa in faccia il sudore, ti asciuga la fatica, ti tiene in piedi se barcolli, ti fa sbandare se ti senti sicuro.

Questo è un labirinto di emozioni, queste sono le gare di Chia.

Un giorno, anche se non siamo Daniel Fontana o Daniele Meucci, ci distenderemo su una spiaggia, magari come questa di sabbia e rocce, e sapremo di aver dato tutto, persino oltre noi stessi, verso qualcosa di nuovo.

E questo non ce lo toglierà nessuno.

Nemmeno il vento della Sardegna del Sud.

Alberto

#4piedi

La vita segreta dei triatleti (guerrieri pazienti).

Fino a ieri del Triathlon sapevo due cose: ogni prova, anche quella più corta, lo Sprint, è composto da tre discipline (nuoto, bicicletta, corsa). Poi sapevo che chi pratica il Triathlon si allena tanto. Ma tanto.

Dopo 24 ore a stretto contatto con chi parteciperà alla prova del ChiaSardiniaTriathlon (Sardegna del Sud: dicevano fosse un luogo magico, caspita se lo è!) so molte più cose di un triatleta, uomo o donna che sia.

E molte di queste rendono un triatleta diverso da uno che corre e basta, come me.

Il sarcofago e il salvagente.

Ho visto, ad esempio, che negli spostamenti per raggiungere il luogo della gara, la bicicletta è smontata in varie parti, che vengono ordinate in un sarcofago protettivo.

Poi, la bici va rimontata.

Un triatleta che rimonta la propria bicicletta compie un gesto quasi religioso, tanta è la concentrazione e la dedizione che ci mette.

Poi ho imparato che nuotare in mare è un filtro naturale di questo sport. La selezione si fa qui, mi dicono, alla prima delle tre prove. Per questo, ritengo, che i partecipanti curino il nuoto in un modo che li porta a nuotare con la muta da gara nella piscina del villaggio che ospita gli atleti e le loro famiglie. In pratica i bimbi giocano con il salvagente a forma di unicorno, i triatleti nuotano a zig zag tra loro.

Babbo Natale è un triatleta, ma quanti watt producono le renne?

La muta, poi, viene appesa all’esterno delle casette del villaggio e l‘effetto è quello dei Babbi Natale che scalano le terrazze delle case in dicembre.

Il triatleta mangia, e questo è comune a noi che corriamo e basta. Il triatleta sta attento all’idratazione (come noi), ai battiti del cuore (come noi), ai watt sviluppati durante la prova in bici.

E ho capito che la spiegazione del funzionamento del watt è simile a quella del fuorigioco nel calcio.

Tattoo e braccialetti.

Ho capito che molti triatleti portano piercing e tatuaggi. Nei tattoo, i soggetti ricorrenti sono le mante, i gladiatori, i samurai, le pinne di squalo; tra le donne: le iniziali del nome dei figli, simboli tribali che celebrano il gesto del respirare.

L’ultima prova di ogni Triathlon è la corsa a piedi.

Scopro che può capitare che i chilometri siano organizzati in circuito, da ripetere più volte. Ad ogni passaggio, al concorrente viene consegnato un braccialetto che serve per contare i giri compiuti.

Pazienta, riposa.

Quando corrono a piedi, i triatleti pensano alla distanza da compiere e al tempo da battere. Ecco, forse sbaglio, ma credo che questo sia uno sport che ti porta ad avere il tempo come avversario costante. E per batterlo, il tempo, non puoi mica improvvisare. Devi allenarti sei giorni su sette, svegliarti al confine delle notti per andare a nuotare in piscina, dove l’allenatore fischia stridulo prima dell’alba. Devi dedicare i fine settimana agli allenamenti lunghi di corsa, in bici o a piedi. Durante la settimana dedicarti, a giorni alterni, ad almeno una disciplina.

E imparare a riposare. In modo lineare, regolare, senza pausa.

Ho capito che il triatleta impara subito che, anche mescolando tutti gli ingredienti della sua vita segreta, non è detto che il risultato arrivi. Ci sono un sacco di variabili da considerare. Molte, indipendenti dagli allenamenti massacranti e del tempo dedicato allo sport.

Ecco, ho capito che i triatleti sono guerrieri pazienti.

La prova di Chia prevede un mezzo Ironman, tradotto: 1.9 km di nuoto, 90 km di bicicletta, una mezza Maratona.

E domani assisterò al mio primo Triathlon dal vivo. E adesso ne so qualcosa di più.

Ciao,

Alberto

(@per4piedi)

Gigi la trottola e l’arte di non mollare mai.

La Maratona di Padova è accompagnata per tradizione da tanti eventi e corse collaterali: mezza Maratona, 10 chilometri, 5, addirittura 1.

Prato della Valle, una delle piazze più suggestive del mondo, è un teatro urbano, dove si mescolano statue barocche, ampi prati e specchi d’acqua. Un patrimonio che attira, e meno male, un sacco di persone, che hanno voglia di fare sport, festeggiare, rilassarsi.

Partecipo alla stracittadina di 10 chilometri e, considerando che Padova da casa mia si può raggiungere in treno, mi sono detto: perché non lascio perdere lo stress della macchina e vado alla linea di partenza in carrozza?

Il via è fissato alle 9.15, il treno parte due ore prima. Un’ora di viaggio, con un cambio a Mestre, venti minuti buoni di passeggiata e sarei arrivato in Prato della Valle.

Ma vuoi mettere gli imprevisti? E la scomodità degli orari? E se il treno è in ritardo?

Ma vuoi mettere se arrivo in tempo che bello! E quindi treno. Partenza puntuale. Più o meno.

Muoviti!

In treno faccio tutto quello che avrei fatto se fossi arrivato alla partenza un’ora prima del via, come cerco di fare di solito. Attacco il pettorale alla maglietta, mangio frutta secca e cioccolato. Calcolo il percorso tra la stazione e Prato della Valle (è parecchio che non raggiungo Padova in treno). Il cambio di Mestre è puntuale. Più o meno. E inizio a fare qualche esercizio di stretching lungo il corridoio del vagone. Per la serenità generale, dico che a bordo non c’è nessuno. Faccio anche quella successione di movimenti che mi ha suggerito Pasquale dello Show Club, per sciogliere bene muscoli, articolazioni ed ossa, dall’anca alle caviglie.

Cugini in viaggio.

Stazione di Padova, in orario. Scorrono le porte ed ecco il primo degli incontri della giornata. Vedo due ragazze che parlottano lungo il binario. Una ha i capelli rossi. Riconoscerei quella tinta rame estivo ovunque e a distanza. Mi avvicino. “Buongiorno!”

Mia cugina Serena si volta sorpresa e mi abbraccia forte. Non ci vediamo da tempo e spesso ci incontriamo in stazione o aeroporto. In effetti, oggi io vado alla mia gara e lei a Roma. Cugini in viaggio.

Prato della Valle, the running party.

Utilizzo la passeggiata attraverso le vie del centro di Padova per il riscaldamento. E sorrido. Il viaggio in treno e l’incontro a sorpresa con Serena mi hanno rilassato. Pensate se mi fossi messo al volante.

Arrivo nella piazza, affascinate, piena di persone. Lo speaker racconta che la Maratona è partita venti minuti prima dallo stadio Euganeo. Il sole alto racconta che saranno corse caldissime. Cerco lo stand dello Show Club, lascerò lì lo zainetto. Incontro Beatrice e Andrea. Bea è una delle ragazze di #RuntoNYC, anche loro faranno la 10. Due battute, ridiamo. Loro giocano in casa e si allenano lungo l’argine del fiume dove passerà la corsa. Siamo più di 25mila a camminare o correre le Stracittadine.

Prato della Valle è una festa della corsa.

E poi via.

Partiamo, ci sono, missione compiuta. Io sono già contento così. Eppure, dentro ai primi passi, sento voglia di provare a rendere indimenticabile questa giornata. Saranno tutte le semplici emozioni che ho provato da quando mi sono svegliato, la giornata che splende come fosse già estate, lo schiocco ritmico delle mie Fly sull’asfalto, sarà il pianoforte che suona sulla curva del secondo chilometro, ma sento tanta energia scorrermi dentro e provo ad andare veloce. Piccoli obiettivi, un passo alla volta. Istinto. Raggiungo quel ragazzo con la maglietta bianca e le scritte verde fluo. Affianco una ragazza in completo nero e coda di cavallo. Fa caldo, non ho sete. Mi sono idratato bene nei giorni precedenti. La testa è lucida, sincronizzata con il corpo. Sono una sfera. Mi diverto. Mente leggera. Al sesto chilometro il tracciato vira di nuovo verso la partenza. Sbircio l’orologio e calcolo che, se continuo a correre così, limo il personale su questa distanza. È solo un numero, ma ogni tanto è divertente raggiungerlo.

Perché no? Questione di scelte del momento.

Gigi la trottola.

Come è giusto che sia, la fatica presenta il proprio conto, espanso da questo agosto in anticipo. La corsa sorride e mi ricorda che posso rallentare quando voglio. Ha ragione. Posso farlo. Oggi non mi va. Oggi sono testardo come un mulo. Oggi sono arrivato qui in treno. Mi gioco la carta della forza che resiste, e il cervello mi propone questa immagine.

Io appeso alla barra di ferro che provo a sollevarmi in alto e mi sembro Gigi la trottola. Basso, tarchiato, buffo. Ma lui ha uno scopo: schiacciare il pallone nel canestro.

Esattamente quello che è successo un paio di mesi fa quando ho iniziato a provare a fare le trazioni. Credo che le trazioni siano un esercizio che ti porta a cercare sempre di realizzare ciò che non sembra possibile. Non sembra, appunto. La barra è il limite. Il corpo che cerca di sollevarsi è tutto ciò che sei. Quando la testa supera la barra diventi qualcosa di nuovo. Ecco, se voglio andare al di là del mio miglior tempo, devo fare come Gigi la trottola. Lui non molla mai. E questa è un’arte.

E così è. La volata finale è qualcosa che faccio solo per me. Da quando, diecimila metri fa, ho scelto che ci avrei provato, non ho mollato un istante. Non ho mai corso così veloce. Oggi è un giorno ribelle. E Prato della Valle festeggia con me.

E quasi quasi, il prossimo anno torno qui per correre la Mezza.

Ciao,

Alberto

@per4piedi

Raffaella e la Maratona di Roma. Senza filtri.

Raffaella è una guerriera. Di quelle che guardano in faccia l’ostacolo del momento, senza staccare gli occhi dell’obiettivo finale. A settembre si sposa con Vincenzo (stessa pasta da guerriero) e ha voluto correre l’ultima Maratona da nubile, per poi iniziare un nuovo capitolo della sua storia, umana e sportiva. Tra l’altro, era anche il suo compleanno. Cose da runner. Ha corso la Maratona di Roma, da sola, perché il destino ha voluto che suo fratello Michele fosse in un’altra griglia di partenza. E in mezzo alla gran folla, i fili si perdono. Dunque, scarpe ai piedi, si è lasciata correre.Giusto così, credo io. Poi Raffaella si è trovata davanti ad un foglio bianco, ancora da sola, e si è lasciata scorrere. Mi ha raccontato la sua Maratona di Roma.

Senza filtri.

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Un compleanno di 48 ore.

Una persona alla quale tengo molto mi ha fatto i suoi auguri, dicendomi: “il tuo compleanno durerà 48 ore!” Forse era vero, in realtà è iniziato al traguardo di Roma!

Roma mi mette sempre soggezione: riemergi dal sottosuolo della metro e ti trovi in faccia il Colosseo, possente come non mai e pensi: chi la spunterà tra te e me? Perché, quando lo sfidi, al Colosseo può dare del tu.La sera prima della Maratona l’ho vissuta tra mille attenzioni, pastasciutta in bianco, petto di pollo, la notte insonne di ansia, che ti tiene incollato alla sveglia, come sospesa.

L’alba.

La Maratona è una grande sfida. Non hai pensieri che per te stesso: quando inchiodi il pettorale alla canotta e allacci le scarpette con il doppio nodo, sai che è davvero arrivato il momento.Io poi ho un vezzo: faccio scivolare il rossetto sulle labbra. Rosso. E’ una cerniera lampo su di me, l’ultimo pezzo di un’armatura pronta a combattere. Da quell’istante, sono solo presente. Entro in griglia, mio fratello è da un’altra parte. Sono sola, non importa. Siamo legati da un sottile filo.Con me c’è il mio infortunio. Lo sento pulsare su corpo, mente e cuore, e con lui la musica del Gladiatore è iniziata: sono nel bagno di folla e guardo in un istante tutti i runner intorno a me. Ognuno si trova qui per un motivo.

Il mio qual è?

So di non stare bene, ma sono qui per dimostrare a me stessa che, nonostante un anno in più ed una condizione fisica non brillante, io posso farcela.Sono qui per non deludere me stessa. Ecco il mio motivo.

Uno è nella corsa come nella Vita. Punto.

Poi senti lo sparo.

Ho gli occhi chiusi, sto colpendo con forza le mie gambe: “Sostenetemi!”. Sento il sale di qualche lacrima disegnarmi le labbra, è la mia ultima Maratona da nubile, sono emozionata. Immagino Vincenzo tra il pubblico.Ogni pensiero si spegne con lo sparo dello start.

Apro gli occhi, sola, in mezzo a migliaia di persone.Primi chilometri. Respiro regolare, sorriso smagliante, inizio a pensare di star bene, inizio a credere di non avere alcun problema. Media 5.08 e tanta voglia di correre. Ho una gran voglia di asfaltare Roma. Il caldo inizia a farsi sentire: 25 gradi, li avverto in ogni angolo del corpo. Ma l’entusiasmo è come un fuoco che mi arde addosso.Incontro i primi bimbi che ti battono il cinque. Come New York, la mia ultima Maratona, dove Vincenzo mi ha chiesto di sposarlo.Due runner mi sorridono ed io: “Bellissimi, ti tolgono circa 10 secondi al km!”“Dovrebbero snodarsi per tutto il percorso!”, dice lei.“Andate a New York allora, lì i sogni si avverano!”“Io sono in cura per un cancro, la senti la mia voce?”, dice.“Allora New York sarà il tuo obiettivo, il tuo stimolo alla vita! Vacci, mi raccomando!”Si asciuga una lacrima e mi fa un cenno di saluto con la mano. Sono certa che ci andrà.Continuo a correre, ancora sola, mi godo i particolari e le buche. Troppe.

Vincenzo.

Mi avvicino a due ragazzi che hanno il mio stesso passo, un saluto, diventiamo amici. Carmine e Daniele (saranno davvero i loro nomi?).Mi chiedono se possono scortarmi, visto lo stuolo di fan alle mie spalle. Rispondo che ho un solo fan e mi aspettava all’arrivo! Ed è proprio in quel momento, al km 17, che vedo un ragazzo che gli somiglia. No, proprio lui! Vincenzo è sul percorso, ha scavalcato le transenne, telefonino in mano verso di me. Mi bacia. “Sei bravissima, stai benissimo ed io sono orgoglioso di te!”.Ecco, emozione alle stelle. Sparisce persino Roma.“Ti amo, ma sei un pazzo! Vedi che devi uscire subito da qui!”I miei accompagnatori si riavvicinano e mi dicono di essersi emozionati nel vederlo.

Chi volevi asfaltare tu?

A suon di risate e ristori arriviamo al km 25 e qualcosa inizia a non andare. Sapete già come prosegue, vero? L’orologio parla  sghignazza. 5.35-5.40-5.55-6.00. Signori, benzina finita, con 16 chilometri davanti. Abbastanza.Carmine e Daniele mi dicono che non andranno via senza di me, ma pian piano, senza salutarmi, tengono il loro passo, abbandonano il mio. Nella corsa è così, ci si lascia correndo, non ci si saluta con la speranza di una ripresa, anche se si sa per certo che non ci sarà. Ho le gambe bloccate, il respiro affannoso. Ho una gran voglia di fermarmi. Rallento. Cammino. Mi ritiro. Roma mi chiede: “Chi volevi asfaltare tu?”. Mi parlo: “Che cazzo stai facendo? Cioè indossi una canotta con sopra il nome da una donna che ha lottato fino alla fine dei suoi giorni e vuoi abbandonarti qui, per due gambe di legno?!”

Penso a come mi sentivo quando mi sono tatuata la R con le due ali, promettendomi di farcela sempre.

Ecco, ora posso continuare.

Arrivano spugnaggi, ristori, tanto la situazione non cambia.

5000 metri.

Al chilometro 37 sono disidratata, la lingua attaccata al palato, non riesco a parlare. E incontro di nuovo Vincenzo. Ha nuovamente scavalcato le transenne per vedermi, stavolta la scena è diversa: non sorrido, non gli parlo, sono bianca. Mi basta sentirgli dire qualche parola per scoppiare in lacrime. Mi metto la mano sul viso per evitare che le mie lacrime diventino singhiozzi e, prima di andare oltre, lo guardo negli occhi. In silenzio gli dico: “Tranquillo tesoro, aspettami al traguardo. Scusami se non mi volto indietro per salutarti, non ne ho la forza. Sappi che ci ritroveremo in un abbraccio, dove ti mostrerò orgogliosa la mia medaglia.”Mancano 5000 metri. Vedo gente che si ferma, alcuni non stanno bene. Si sentono ambulanze. Ma non è questo lo scenario che mi appartiene.

La mia scena finale sarebbe stata l’arrivo al traguardo, con le braccia al cielo.

Il mio obiettivo non è cambiato, è cambiato solo il tempo che avrei impiegato per raggiungerlo.

2000 metri.

Mancano 2000 metri e, con la poca lucidità rimasta, mi accorgo di un mio ex compagno di squadra, una persona con cui non parlo da tempo. Roma lo sta costringendo in ginocchio. Posso passarlo, prendermi una mia rivincita personale, ma lo sprono a seguirmi. Scuote la testa e mi chiede di lasciar perdere, ma dopo un po’ è accanto a me.Per quella lunghissima passerella camminiamo senza parlare e senza guardarci. Solo fianco a fianco.Eccolo il traguardo, è mio.

Avverto che le mie braccia salgono lente al cielo.

Roma 2018, uno sforzo sovrumano. La Maratona mi ha domata, oggi ha vinto Lei.Sento il bip dell’orologio: 3 ore 52 e 39. Lo stesso tempo della prima Maratona a Firenze.

E’ un cerchio che si chiude da sola ed uno nuovo che si apre con Vincenzo e con il matrimonio che ci aspetta. Ecco, il gladiatore di Roma sono io. Ora posso festeggiare il mio trentacinquesimo compleanno.

Raffaella.____

Alberto,

@per4piedi

Unesco Cities (Half) Marathon e poi il mare.

Dopo tre anni c’è ancora il traguardo di Aquileia ad aspettarmi. Lì sono diventato Maratoneta. E per la prima volta ho capito che dopo ogni Maratona c’è un prima e un dopo. La corsa è sempre quella dedicata all’Unesco, perché parte da Cividale, transita per Palmanova e poi via sempre dritto fino ad Aquileia, tre città patrimonio Unesco, con i resti romani che segnano l’ultimo chilometro e l’aria gonfia di mare che ti saluta. Se ti va, da lì al mare ci arrivi davvero. Oggi corro la mezza Maratona, Iulia Augusta Run l’hanno chiamata. Nome imperiale.

Non sono preparato, penso!

Le tabelle di preparazione, i due traslochi in un mese, il trasferimento, le sveglie prima dell’alba e il cuscino ben oltre lo spuntare delle stelle dicono che non sono allenato per nulla. Il ginocchio, che da qualche giorno mi fa risentire la sua anatomia, dice che non sono pronto. Anche il collo consigliava di stare a casa: “Questione di senso dell’equilibrio”, dice. In più, sono completamente solo: sono partito presto da solo, ho fatto un viaggio lungo, ho evitato la chiusura del casello dell’autostrada e sono arrivato che al ritiro del pettorale c’era solo una bambina dietro al bancone, occhi assonati tra occhiali rotondi, dentro una felpa giallo Tour de France, troppo abbondante per lei.

Michele, autista di autobus.

Attendo nel parcheggio, in macchina, perché fa freddo. Tira vento. Viene da sud. Avremo il vento contro. Tutto dice che oggi sarà un massacro. Il mio vicino di auto si chiama Michele. Anche lui è da solo. Mi sembra un po’ spaesato. Scopro che è la sua prima mezza. Corre da 3 mesi, ha 46 anni, due figlie piccole. La moglie non capisce questa improvvisa passione per la corsa. E, soprattutto, Michele ha paura che non ci sia la navetta che da Aquileia ci riporterà a Palmanova. Questo è un timore così presente che Michele mi chiede: “Cos’è il numero che ti stai mettendo sulla maglietta?

“E’ il pettorale. Lo hai preso?”

“No, faccio in tempo? Dove? E…?”

“E calma. Siamo qui per divertirci. Che lavoro fai?”

“Guido gli autobus.”

“Ecco, abbiamo risolto anche il problema del ritorno, se ci fosse bisogno.”

David va veloce.

La piazza di Palmanova è acciecata dal sole. Riconosco David: segue il blog via Twitter. Ci salutiamo. Mi piace sempre quando i pixel diventano realtà. Oggi fa il pacer dell’ora e 40. “Corriamo insieme?”, mi chiede.

David ha lo sguardo rassicurante e disteso, ma: “Oggi io punto alla pastasciutta”, gli rispondo e ridiamo.

Incontro anche Andrea, mio compagno di università, a Udine. Le corse servono anche a questo. (Andrea, grazie per le dritte su Valencia e in bocca al lupo per la Coppa Friuli).

Lo sparo e la tattica di Bordin.

A Palmanova, città murata dal passato militare, lo sparo del via è amplificato da un colpo di cannone. L’anima schiocca le dita. Io sto correndo e la testa dice: “Goditi il viaggio, oggi faccio tutto io.” E il corpo segue. Subito. Segue proprio bene. Mi sono trasformato.

Incrocio Michele e corriamo appaiati fino al chilometro 14. “Come l’età di mia figlia. L’altra ne ha 7.” “Ecco, adesso vatti a prendere i 21”. Michele se la ride. Mi chiede un sacco di cose: andiamo forte? piano? bisogna dosare le forze. Meno male che nuoto. Hai fatto New York? Mamma, che roba! E com’è? Bordin? Ma Bordin, Bordin?

Sì, Michele. Bordin, Bordin. E non sai che stiamo correndo secondo la strategia che mi ha disegnato lui per la mezza di Treviso. La distanza di 21 chilometri divisa in due parti. Ognuna da correre con una progressione di ritmo costante. E negli ultimi tre chilometri, se ne hai, buttati. Ma non dimenticare di riposare, durante la corsa. In ottobre non l’ho seguita: c’erano altri obiettivi, altre storie da raccontare.”

Ecco caro Michele, alleato per poco più di un’ora, questo è quello che avrei voluto dirti al tuo “Ma Bordin, Bordin?”, stupito.  E invece ti ho risposto: “Non pensarci. Ridi e inganna il cervello.

Più o meno è lo stesso.

Valerio e Cristiano.

Cento metri davanti compare un papà che corre. So che è un papà perché spinge un passeggino da corsa. Lo raggiungo. Ci affianchiamo, senza parlare. Al ristoro mi chiede: “Per piacere, mi passi una bottiglietta d’acqua aperta? Che se mi fermo Valerio si mette a piangere.” “Certo, tu come ti chiami?”

Cristiano.” (Dunque, un Valerio e un Cristiano li ho incontrati anche qui e corrono con me, ma questa la capiscono in pochi).

Scopro che la compagna di Cristiano sta correndo la Maratona, è la sua prima. Lui avrebbe voluto che corresse una Maratona con più persone “perché sai, è la prima. E invece no, lei ha voluto correre questa per amore della terra, perché la poca gente attorno, sai, è una prova più coraggiosa.” Tre anni fa, avevo in tasca il pettorale della Maratona di Milano. E ho fatto la stessa scelta della mamma di Valerio. E per gli stessi motivi. E’ una scelta che ha pagato.

Let’s dance.

Corro bene, ginocchio e collo sono rilassati. Supero una runner che, nel marsupio dietro la schiena, ha lasciato l’mp3 acceso. Una discoteca a cielo aperto per le strade del Friuli Venezia Giulia. Cara sconosciuta, hai ragione. Danziamo.

Mancano ancora sette chilometri, è il momento di un altro cambio di ritmo. Michele è duecento metri più avanti. Inizio a sentire la fatica e sono di nuovo solo. Non c’è pubblico, non ci sono compagni di corsa. Non c’è più la musica. Solo il vento, i chiaro scuri dell’ombra degli alberi rimbalzano sull’asfalto. Mi appoggio al respiro di una concorrente mentre la supero. Il bip dell’orologio dice che sto andando davvero forte. In questi momenti divento un ingegnere al muretto dei box della Ferrari. Inganno la testa calcolando la strada che manca. Faccio l’appello di tutte la parti del mio corpo. Dialogo con le scarpe. Sì, lo faccio. Ho allacciato la sinistra più stretta della destra. Indosso le Diadora Blushield Hip, le stesse di New York. Avrei potuto far debuttare le Blushield Fly, sarebbero andate perfettamente.

Ciò che sono ora.

Sono concentrato, eppure me la godo. Sono focalizzato sul traguardo e sono puro istinto. Sono respiro, passione, battito regolare, tattica. Sono sudore e leggerezza. Sono in compagnia di me stesso e sono al centro del mondo. Vado a memoria e ho tutto da imparare. E vedo il tappeto, la passerella finale. Come tre anni fa, curva secca a sinistra, lieve pendenza, la basilica di Aquileia che ti toglie il fiato e un sacco di gente attorno. I piedi vanno da soli, tocco il cielo con le braccia. Il cronometro dice che non ho mai corso così veloce una mezza Maratona. La stessa ragazzina che mi ha dato il pettorale mi mette al collo la medaglia. Anche questa giallo Tour de France, un pezzo di Unesco che non mi lascerà più. In quel preciso istante ricevo una telefonata. Leggo il nome sullo schermo e non ci posso credere. Che strane coincidenze regala la vita. Che buffi momenti. Forse sono tutti indizi. Segnali. Da non lasciare scorrere via, credo, no?.

Bevo grandi sorsi di acqua fresca. Quella che non finisce in gola, mi lava via il primo sudore. Oggi ho capito che la potenza sta nella leggerezza del momento e nella dedizione e nella lealtà dei giorni che precedono. Che bisogna lasciare che le cose accadano, senza temere di essere felici. E ho capito che le vittorie fuori casa valgono doppio.

Ciò che doveva essere un massacro è solo serenità. Se non avessi osato, sarei stato folle, non me lo sarei mai perdonato.

Ora, come tre anni fa!

E adesso, vado al mare davvero.

Alberto

#4piedi

Slow Canyoning alla sorgenti del fiume Meschio.

La primavera è in arrivo e mi viene voglia di raccontare un’avventura che ho vissuto qualche tempo fa.

A passo di cammino.

Ho fermato la macchina, ho iniziato a fare due passi fuori dal sentiero e l’Italia mi ha premiato con una sorpresa: le sorgenti del fiume Meschio.

Il fiume Meschio nasce alle pendici del monte Visentin in località Savassa Alta, frazione di VittorioVeneto, in provincia di Treviso.

Per località intendo un borgo di una ventina di case.

Segui il sentiero per 300 metri, scendi in mezzo al bosco e, proseguendo dritto, arrivi subito alla sorgente.

Però c’è una possibilità in più: guardando bene tra i cespugli, vicino al ponticciolo, c’è un sentiero, che strizza l’occhio e invita a scendere ancora. È un invito all’avventura.

Se si decide di scendere (con attenzione!) ci si trova con i piedi nell’acqua e, a sinistra, si intravede un insieme di rocce, muschi e alberi che sembrano proteggere la risorgiva.

Vale la pena, sempre con attenzione, di risalire la cascata e arrampicarsi fino a sotto il bacino della sorgente, chiamato Brent, a 220 metri sul livello del mare.

L’acqua della sorgente del Meschio ha una carattestistiche particolare: mantiene in ogni stagione la temperatura di 12 gradi.

E quello che vedi è un luogo magnetico, che ti attira e ti lascia qualcosa dentro.

Vale la pena sporcarsi le scarpe, bagnarsi.

Arrivato in cima ho scritto questo pensiero:

Con il ventre premuto contro la roccia, scivolo dentro alla cascata, unico confine lungo i fianchi di questa umidità.”

Ciao ciao,

Alberto

#4piedi

Ho corso in Nuova Zelanda. Quasi.

A sse re e

Mi piacerebbe moltissimo visitare la Nuova Zelanda. Non c’è un motivo in particolare. Forse perché ha la stessa forma dell’Italia, capovolta, ed è dall’altra parte del mondo rispetto a qui.

Nel mio immaginario, in Nuova Zelanda c’è verde dappertutto e vedi il mare dall’alto. Ci sono salite imprevedibili e discese mozzafiato. Spuntano animali all’improvviso. Le persone ti salutano per strada ridendo.

Queste cose mi danno un senso di essenzialità e libertà.

Qualche giorno fa, ho corso tra le colline ed è accaduto tutto questo.

Tutto quanto! Animali compresi.

Poi, addirittura, ho incontrato (quasi) la bandiera neozelandese in pieno vento, appesa in un giardino.

Oh mamma, ma dove sono capitato? Una Nuova Zelanda dietro casa?

Che corsa leggera e piena di energie!

Pensa se quella mattina fossi rimasto a dormire quante cose mi sarei perso.

Prima di partire, ho messo un paio di lacci verde fluo alle mie scarpe, che così sono diventate un pezzo unico: e nemmeno chi le produce e me le dà le ha così. E ho indossato una maglia con un leone disegnato sul petto.

Al ritorno, vicino a casa ho incontrato un gatto, al quale della mia corsa non gliene importa nulla.

Dunque, io ringrazio tutti quanti, “specie la mia mamma che mi ha fatto così funky” 😂!

A see re e

Ciao,

Alberto

#4piedi