#RuntoNYC: Sestriere, here we go!


Nella casella di posta elettronica arriva una mail un po’ speciale.

Mittente: TCS New York City Marathon.

Oggetto: Make Plans Now, Enjoy a Fun-Filled Week in November.

Davvero ci siamo, quasi.

La mail illustra alcune iniziative che si svolgeranno a New York nei giorni immediatamente precedenti la Maratona del 5 novembre 2017 e invita a condividere con amici e famiglie l’esperienza in città.

Ricorda, anche, che mancano 12 settimane alla corsa.

In questi mesi, anche lontano da questo blog o dai vari siti, ho scritto e parlato molto di #RuntoNYC, il viaggio che 20 donne stanno vivendo, grazie a Diadora, e che si concluderà al traguardo della Maratona che ingolosisce molto.

Raccontare delle “newyorkesi” mi sta insegnando molto.

La cosa che mi colpisce di più è come queste donne abbiano inserito nella loro quotidianità gli allenamenti contenuti nelle tabelle preparate per ognuna di loro dal campione olimpico Gelindo Bordin.

Tutte diverse, perché ogni donna è unica e irripetibile, con tutto quello che ha dentro e porta con sé.

E non sono allenamenti semplici, scontati o sempre piacevoli. Ci vuole costanza, tigna, continuità, capacità di adattarsi. Quasi a dire: bisogna dimostrare di meritarselo di essere diventata una #Bordingirl.

La squadra di #RuntoNYC si incontrerà la prossima settimana, dal 21 agosto, in un luogo mitico dello sport: il villaggio olimpico del Sestriere.

Ogni squadra ha il suo raduno.

Saranno giornate dedicate alla preparazione in quota (o in altitudine, l’altura mi suona più appropriata per chi pesca), tra i sentieri del Sestriere e la pista di atletica e le piscine con vista montagne. Giornate per confrontarsi e raccontarsi in gruppo e, immagino, per vedere quanto ciascuna è già cambiata dopo il primo raduno di fine marzo scorso.

Del resto, un progetto come #RuntoNYC ti cambia la vita e nel borsone, tra i capi tecnici, la borraccia, le Blushield, ti mette un’esperienza di vita che va oltre, probabilmente, il fatto di correre la Maratona di New York. Effettivamente, e ci ho pensato bene prima di scriverlo, chiunque partecipi a questo progetto, potrà ritornare nella Grande Mela e correre la Maratona. 

Ma come la sta preparando ora, ecco questo è irripetibile

E’ scegliere di focalizzare verso un unico obiettivo condiviso ogni gesto, per mesi, da sola, all’alba d’estate, per evitare il caldo, per vivere la propria vita, nonostante gli allenamenti. E’ coinvolgere i propri affetti in questo viaggio per non escludere niente e nessuno. E’ raccontare qualcosa di sé mettendo un piede dopo l’altro, mettendosi in gioco. E, soprattutto, sorridendo mentre si fatica.

Poiché, se c’è una cosa che #RuntoNYC insegna è che per quanto glamour sia la destinazione, per quanto pieno di colori e gadget sia il borsone, per quanto top class sia il contorno, una Maratona è una Maratona e quei 42 chilometri e 195 metri li farai con le tue forze e con i sogni che porti dentro alle scarpe.

Bene, intanto: Sestriere, stiamo arrivando.

Anzi, here we go, come direbbero dall’altra parte dell’Oceano.

Alberto

(@per4piedi)

On your block, Bolt tornerà.

Mi chiamo Usain St. Leo Bolt, sono nato il 21 agosto del 1986 a Sherwood Content, nell’isola della Jamaica. Dicono che io sia il più grande velocista della storia dell’uomo, il più veloce di tutti. Nessuno sul pianeta Terra ha corso mai veloce come me. Nessuno nella storia.

E’ per questo che a 30 anni ho deciso di ritirarmi dalle competizioni e dalle piste di atletica. Ho vinto la mia prima medaglia nel professionismo dieci anni fa. Solo dieci anni, volati in un fulmine. L’ultimo atto sono stati i Mondiali di Atletica a Londra


Ieri sera doveva essere il mio tripudio totale. Quello che ho fatto negli ultimi 120 mesi è stato vincere ovunque nel mondo, battere chiunque. Anzi, sono diventato talmente tanto forte a fare quello che faccio che non sono io che batto gli avversari: sono loro che provano ad avvicinarsi alla mia schiena. 

Io li guardo, accelero, sorrido

Dicono che prima di me l’Atletica stesse morendo, troppo tecnica, troppo distante dal grande pubblico. Con me l’Atletica è diventata uno show planetario. Londra doveva essere la mia passerella, il Re che esce di scena venerato, come immortale. Invece, la mia carriera è finita con la faccia sulla pista, il mio sorriso deformato da una smorfia di dolore per un muscolo della gamba sinistra andato fuori giri all’improvviso. 

Un ingranaggio ha ceduto ad 80 metri dalla fine della mia carriera e dall’inizio del mio mito. Dunque, ritirarmi a 30 anni è stata la scelta corretta. Mi sono ritirato in cima al mondo e alla storia, e non solo del mio sport. 

Alle Olimpiadi sono stato capace di vincere solo medaglie d’oro. La pista ha detto 9, poi una me l’hanno tolta perché, dicono, uno dei miei compagni della staffetta 4 per 100 a Pechino, nel 2008, ha preso una sostanza proibita. Otto mi sembra un grande numero comunque, il simbolo dell’infinito.

Tutti i record del mondo dei 100 metri, dei 200 e della staffetta 4 per 100 sono miei

E l’ho fatto con il sorriso. 

Dietro al sorriso? Ore su ore ed ore in cui mi sono massacrato in pista, a volte fino a vomitare la mia bile a bordo del campo perché ho imposto al mio corpo uno sforzo non assimilabile. Spesso devo entrare in una tinozza d’acciaio fino all’ombelico e farmi coprire dal bacino in giù di ghiaccio. Serve per togliere tutte le infiammazioni che ho lungo i muscoli della gambe. E credetemi, quel ghiaccio brucia tutto. Perché, vedete, dietro ai riflettori, le medaglie, i record che dureranno generazioni, le persone ad occhi spalancati che mi applaudono, dietro ai contratti milionari con gli sponsor che con la mia immagine vi vendono qualunque cosa, io sono fatto di carne, sangue, ossa come voi

E per scrivere la storia che ho scritto ho dovuto portare ai confini del mondo il mio corpo e la mia mente. Quando si corrono i cento metri in meno di 10 secondi le mente entra in uno stato di trance, quasi si spegne, e ogni volta c’è il rischio di non tornare più giù da quel momento.

Ieri sera, due ore dopo l’infortunio, avevo la gamba sinistra tra le mani del fisioterapista. Ero arrabbiato, non doveva finire così. A me questo mondo piace, mi ha dato tutto e volevo salutarlo come merita. Ho preso il telefonino e ho fatto un video in diretta. Dicono che sia un bravissimo comunicatore, in fondo le aziende che mi hanno pagato per continuare, come la Puma, lo hanno fatto anche per questo, non solo per i successi sportivi. 

Poco fa ho terminato il giro di pista nello stadio di Londra per salutare il pubblico nel mondo: mi hanno permesso di farlo, anche se non era nella tradizione. Io la tradizione l’ho riscritta e quel giro me lo sono goduto tutto. Ero teso come nemmeno alle gare dell’Olimpiade che ho vinto in quello stadio. Durante il giro, nel chiasso assordante, bellissimo, mi si è avvicinato un ragazzino, sfuggito chissà come alla sicurezza. Mi ha chiesto una foto, ho notato il sorriso e la sua tutina della Nike. La mia ultima foto in una pista di atletica sarà vicino ad un fan della marca concorrente a quella che mi ha sponsorizzato per tutta la carriera. Ho riso. 


Un altro aspetto ironico di questa uscita di scena è questo, e c’entra sempre la gamba sinistra: il 16 agosto del 2008 ai Giochi olimpici di Pechino ho vinto il mio primo oro nei cento metri. Avrei compiuto 22 anni dopo pochi giorni e partivo da favorito. Ho corso e ho realizzato il nuovo primato mondiale: 9 secondi e 69. Ero così contento che negli ultimi 30 metri ho addirittura rallentato per festeggiare. E mi si è slacciata la scarpa sinistra. Che momento è stato. Anzi, che momento continua ad essere.

Ammetto, lo sapete già, avrei voluto uscire di scena da vincitore, da imperatore. So, lo sapete anche voi, che anche se non ho vinto ancora una volta resterò una leggenda, per sempre più veloce, come recita lo slogan della Puma. Sono convinto che in Jamaica, a Trinidad and Tobago o alle Bahamas o in South Africa sia già nato o nascerà presto il bambino che farà meglio di me, però dovrà essere disposto ad andare oltre quello che ho fatto io lontano dai riflettori, tra una gara e l’altra.


E poi, visto che sono più veloce della mia ombra, come Peter Pan, chissà che non mi venga voglia di riprovarci. Doha nel 2019 è abbastanza vicina e abbastanza lontana per raccontare un’altra storia ancora. Perché so che il momento che mi mancherà di più di questo show planetario è quello della chiamata, quando lo speaker dice “on your block” e lo stadio e il mondo trattengono il fiato per guardarci. Poi sento lo sparo e io mi trasformo in un lampo.

Però vivo nel presente, correre tanto veloce mi ha insegnato questo.


Mi chiamo Usain St. Leo Bolt e, fino a che un altro non correrà almeno come ho corso io, sono stato, sono e sarò l’uomo più veloce, sempre. 

Per sempre più veloce.

Alberto

(@per4piedi)

La corsa e una barba.

La corsa e una barba. Nessun errore, non manca l’accento sulla e.

Anche perché, difficilmente scriverò che la corsa è una barba.

La corsa e una barba, cioè come dare una forma nuova ad un sabato qualunque, un sabato italiano.


Bisogna coccolarsi, bisogna prendersi cura di se stessi e celebrare l’estate.

E io mi prendo cura di me alzandomi presto anche il sabato e faccio una colazione leggera, poi mi allaccio le scarpe da corsa. E parto.

Primo tempo.
L’obiettivo sono 14 chilometri, uno in più dell’ultima volta, in una progressione costante direbbe un tecnico, un gioco dice chi mi conosce. In ogni caso, una strada unica che condurrà a New York. E sto già pensando al prossimo obiettivo. Una sfida, che perseguo da un po’ di tempo, ma non sono mai andato fino in fondo. Ancora. Correre tutta la salita che arriva dai miei amici di Ca’ del Poggio, a San Pietro di Feletto: 1.155 metri per 19% di pendenza. Quella salita la chiamano il Muro. Se non lo farò mai è uguale, però mi piacerebbe farlo. Ma non ora, oggi l’obiettivo è un altro. Arrivo fino all’inizio del Muro, con passo lento progressivo, lì c’è un albero di mele che mi ricordo una poesia di Hikmet


Tocco il cartello che ricorda le volte che il Giro d’Italia è passato di qui e torno indietro con la mano. E’ uno schiocco che segna metà del viaggio, corso tutto di testa.


La testa ha avuto la sua parte.

Adesso, non si pensa più. E via, sulla strada del ritorno, lasciando che le gambe e tutto il resto decidano velocità, ritmo, respiro, battito.

Libero vado per la strada che si apre davanti a me.

Doccia e poi barba.

Questa è una mattinata da uomini, insomma.

Secondo tempo.

Oggi la barba me la faccio fare dai ragazzi del Barber Company di Conegliano. E’ la seconda volta che vengo a trovare Sara #Pingu e Andrea #Cucciolo da quando un giorno, per pigrizia, mi sono lasciato crescere la barba. C’è una bella atmosfera lì, bella musica. 

Sara #Pingu mi offre una bottiglia di birra fresca, che apre con un colpo secco di apribottiglia. “Dopo la corsa devi reintegrare i sali minerali”, ed ecco che una frase collega la corsa alla barba.

Poi Andrea #Cucciolo mi studia il viso, si informa verso dove vorrei portare i miei esperimenti barboni e mi copre gli occhi con un panno freddo. Solleva la poltrona e sembra il decollo di un aereo. 

Il barbiere inizia a regolarmi le linee della barbetta, con il rasoio elettrico e la lama libera. E’ preciso, veloce, ma senza fretta. Ci prendiamo il tempo necessario. Chiacchieriamo durante il servizio. Del più e del meno. Mi racconta che ha imparato il mestiere andando a bottega da Roberto #Theboss e Francesco #Franchino, che hanno fondato questa Barber Family tra Friuli e Veneto. Come si faceva una volta perché sembra che nelle scuole di acconciatore la barberia sia praticamente trascurata. Il rapporto che si crea con il barbiere è lo stesso di quello che si crea col barista a cui puoi dire “il solito”, col portiere di un albergo che frequenti spesso, forse con il confessore. Ma non c’è fretta. Arriva il turno del panno caldo. Oggi scelgo l’olio essenziale di arancio, che mi profuma le narici e mi ricorda un misto tra il mare della Sicilia e i boschi poco lontano da qui. Poi il panno freddo, per fissare il profumo. E’ estate e se le cose si fanno, vanno fatte bene. 

Penso alla sensazione di relax, sospesa tra la bella corsa che ho fatto, con mente e corpo che si sono alleate per dominare la strada, e questo momento, in cui non mi posso muovere e il corpo e la mente si lasciano guidare. Si perdono, giocano. Mi sento in un fumetto di Corto Maltese, con birra fresca e musica rock al seguito.

L’altra volta la barba me l’aveva fatta Sara #Pingu e, ho scoperto, sembra quasi che farsi fare la barba da una donna sia una sfida alla tradizione, una cosa da non fare. In giro per l’Italia ci sono clienti di barberie che non si fanno fare la barba se incontrano una barbiera donna. 

Scusa? Riavvolgo il nastro…

Tradizione di cosa? 

E poi come avviene il rifiuto? “Scusi, con tutto il rispetto, ma io la barba non me la faccio toccare, lei è una donna.

Ecco, questa cosa mi stupisce, mi fa riflettere, mi farà pensare. Adesso questa barberia, dove si porta avanti l’arte del Barbiere old school e che propone qualcosa di fresco mi piace ancora di più.

Dunque la corsa e una barba e questo non è più un sabato qualunque.

E, come canta Caparezza, un vero uomo dovrebbe lavare i piatti.

Triplice fischio, tutti a casa.

Alberto

(@per4piedi)

Smile, dietro il sorriso di Mo Farah.

Un pizzico della vita di Mo Farah raccontato in un video di un minuto, intitolato Smile.


Dietro il sorriso dopo il traguardo, dietro ai successi, alla gloria e ai riflettori, ci sono piedi doloranti, pelle insanguinata, lunghe ore di solitudine ad allenarsi o recuperare la fatica dentro il ghiaccio.

E poi, quando tutto è finito, Mo cancella il sacrificio con un sorriso.

Smile, film fortemente voluto da Nike, è stato creato da Wieden+Kennedy, con la regia di Mark Zibert ed è prodotto dalla Rogue films. 

Nessun chilometro è facile, ma tutti i chilometri sono lunghi mille metri.

Alberto

(@per4piedi)

Daniele Meucci: il Maratoneta Farfalla.


Ho incontrato Daniele Meucci all’expo de La Mezza di Treviso, nel 2015. Per me quella è stata un’edizione piena di dialoghi con persone incontrate prima, dopo e durante la gara.

Daniele indossava una felpa tinta unita ed un paio di pantaloni mimetici. Ho avuto modo di chiacchierare con lui per una quindicina di minuti, sufficienti per scorgere una personalità semplice, diretta e, insieme, riservata. Quasi schiva, come quando ti metti la mano sulla fronte per ripararti dai riflessi del sole.

Credo che Daniele incarni molto bene la mia idea di Maratoneta Farfalla.

La farfalla è una creatura che mi piace un sacco, soprattutto perché, per sua natura, si sa adattare al cambiamento in modo totale, senza perdere la leggerezza del proprio volo. Ma guai a sfiorare quella leggerezza, a cambiare la chimica del ritmo delle ali veloci e resistenti.

Nel mio personale immaginario, la farfalla simboleggia chi ha un obiettivo, ed è tutto teso verso quella meta, e sa che il risultato finale dipende anche dalla capacità di far maturare l’equilibrio necessario sia per arrivare al traguardo sia per godersi tutto ciò che fa parte del percorso per arrivare fino in fondo.

Ecco, senza voler fare letture personali di una carriera sportiva ancora in pieno corso, credo che Daniele Meucci sia arrivato al massimo di quell’equilibrio nell’oro degli Europei di Maratona a Zurigo, nel 2014. Quanto è stata bella quella gara.

Poi qualcosa ha sfiorato qualcosa, e sembra che le certezze siano scivolate di qualche centimetro fuori rotta, il ponte tra gli equilibri abbia iniziato ad abbassarsi. 

A Pechino, ai Mondiali del 2015, qualcosa non va, il finale è incerto. Poi non finisce la Maratona di New York.

Agosto 2016, Rio. La Maratona olimpica dell’azzurro dura una manciata di chilometri: il ponte ha ceduto e la crepa si è aperta in una frattura da stress al piede.

Quando si incontra un ponte caduto è molto semplice in fondo.

Ci sono solo due strade: o ci si ferma, si ricostruisce prima e si proseguire poi oppure si lascia stare e si cambia strada. 

Si decide di fare altro. 

Di essere altro. 

Daniele ha deciso di rimettersi in piedi, in silenzio.

Ha cambiato panorami di allenamento, dal Kenya è passato all’Eritrea. Metodo di preparazione, più adeguato a lui. A lui come è ora.

Va a Rimini, corre la Maratona con lo scopo di realizzare il tempo, contenuto, per accedere ai Mondiali di Londra 2017. Quasi non lo dice in giro. 

Il presente, conta solo questo. 

Ecco: agosto 2017, Londra. È passato un anno della Maratona di Rio.

L’amaro dentro è alle spalle?

Perché, in fondo, nella camera d’albergo che lo ha ospitato, la notte prima dei Mondiali, la domanda che ronzava tra l’aria condiziona e le luci della metropoli inglese era questa. E un’altra, ancora più definitiva, personalissima: Sono ancora capace di correre una Maratona internazionale?


Poi, la gara. Finalmente. E l’intelligenza tattica, e la forza che, in una Maratona, significa resistenza, ascoltare le sensazioni del corpo, ingannare la mente quando la fatica ti strappa indietro gli angoli della bocca. Significa applicare l’esperienza. Tradotto: non rispondere agli attacchi degli atleti africani, cercare la serenità del proprio correre in mezzo ai cambi di direzione del tracciato londinese, al vento contro, alla solitudine del Maratoneta Farfalla quando si trova a correre un lungo tratto da solo.

E poi il traguardo, le linee gialle sotto il Tower Bridge, sono due, il traguardo è dopo la seconda, e la schiena del keniano sempre più vicina. Daniele è sesto, la canottiera dell’avversario a dieci metri. Si aggrappa all’orgoglio, caricato a molla da un anno di cambiamenti, di sofferenze, di dubbi. Il keniano deve essere preso e il campione Europeo spinge dentro ai piedi e alle scarpe per uno sprint spalla a spalla lungo la passerella colorata dei 195 metri finali della Maratona. Quel centimetro visto dal fotofinish a gara terminata è il solco tra un sesto e il quinto posto mondiale. 

E poi le lacrime, le parole di uomo che sa di essere tornato, “Non sapevo se avrei corso ancora la Maratona, qualcuno ha creduto in me ogni giorno e oggi sono qui a correre come piace a me.

Prima ancora della corsa, credo che Daniele abbia ritrovato se stesso, dentro la consapevolezza del cambiamento in corso. E’ un nuovo punto di partenza, il risultato segue.

Bravo Daniele, bentornato.

Alberto

(@per4piedi)

Dove sarai tra tre mesi?

Vedo un aereo che si alza in cielo appena dopo il decollo. Gli aerei partono lenti, costanti, salgono quasi immobili. Poi spariscono, con tutto il loro carico di emozioni che ti dà volare. Il cielo oggi è azzurro, come il cielo dell’Africa. Penso che ogni anno prendo parecchi aerei. Quest’anno nemmeno uno, ancora.


Penso anche che, tra tre mesi, il 2017 si vestirà da novembre e io dovrei essere a New York, per raccontare e correre la Maratona.

Sarà anche il capitolo finale di #RuntoNYC, il progetto che Diadora sta conducendo da marzo scorso: una squadra di 20 ragazze che correrà, ognuna con il suo passo ognuna con il suo stile, la Maratona più famosa al mondo, dopo mesi di allenamento, sogni, cambiamenti di vita. Dopo mesi di tanta corsa, sotto varia forma, accumulata per godersi un sogno, fino all’ultimo passo.

#RuntoNYC non è un concorso che ti fa vincere un pettorale e buona fortuna. Quello che queste ragazze hanno vinto è un biglietto per un viaggio dall’altra parte del mondo che parte da loro stesse. E da tutti i giorni di quest’anno che loro, e chi è con loro, sta dedicando a questa avventura. È distinguerti che ti rende innovativo, in fondo.

In questi mesi ho raccontato le storie di queste venti ragazze, una per una. E molto ho parlato e scritto di loro, anche lontano dai riflettori: chissà se anche queste parole troveranno aria e luce.

E ho corso anche tanto, sotto varie forme di corsa. Costruendo la strada a volte con il mio solo respiro, a volte con un respiro condiviso.

La Maratona è una battaglia

Del resto, è diventata leggendaria per una battaglia. La Maratona è vivere più vite alla volta, un cambiamento impercettibile, ma costante, un peso che si contrappone e si appoggia ad un peso.

E il percorso che si fa per portare a termine tutta quella distanza, tutte le volte, rende il Maratoneta una farfalla. In continua trasformazione, per adattarsi alle situazioni, alle condizioni climatiche, al terreno, all’aria, all’alimentazione. Al corpo e alle sensazioni che cambiano, da dentro.

A tre mesi dalla prova, credo che ogni giornata debba avere dentro un po’ di quel giorno. Bisogna focalizzarsi, sempre più, senza farsi ossessionare. Se è un bel sogno, tale deve rimanere.

Sono curioso di vedere come vivrò questo ultimo periodo lungo di #RuntoNYC.

Da quando le ho conosciute la prima volta, credo che le ragazze “newyorkesi” abbiano scoperto cose di loro che forse nemmeno immaginavano.

E questa è una cosa identica a quello che vive chiunque decida di vivere il viaggio che lo porta a correre la Maratona. Nè più nè meno.

Il progetto, in fondo, è stata solo l’occasione.  È il resto che conta.

Alzarsi prima del giorno per correre. Sfuggire al caldo o al vento freddo. Trovare quel tuo ritmo, il solo che può farti risparmiare energia. Andare lentamente per costruire dentro un bozzolo di energia da far esplodere quando più serve. L’adrenalina che cresce, si impone, sboccia. Credo che abbiano messo gocce di corsa in ogni loro giorno. In ogni loro sogno. 

La corsa ha una forza dirompente. La corsa verso la Maratona ha la forza dell’Oceano. Travolge, e insieme nutre e rafforza, tutto ciò che incontra.

Non è semplice scegliere di correre la Maratona, anche se l’hai già corsa, e continuare a vivere la tua vita normale. Con tutti i contrattempi, le sfide, le ansie, le gioie, le emozioni che una vita normale porta con sé.

E poi, osservare, seguire, ascoltare, respirare davvero un essere umano che si sta preparando per la Maratona è una delle più belle forme di complicità che io conosca.

E una delle più potenti: perché è donare il proprio presente per un sogno di un’altra persona e quello è un tempo che non tornerà mai più. 

E tu, dove sarai tra tre mesi?

Alberto

(@per4piedi)

La mia storia si chiama Silvia.

Conosco Silvia da qualche anno. Ha vissuto tutta la trafila professionale per diventare avvocato. Prima, aveva fatto tutti i passaggi per diventare una campionessa di sci. 

Come dire: quando Silvia inizia una cosa che la appassiona arriva fino in fondo

Qualche tempo fa, mi ha raccontato di una nuova passione che si faceva strada, letteralmente, nelle sue giornate. E poi mi arriva una mail con le parole che ora leggerete qui. 

Passione semplice, la più potente.

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No, la mountain bike non fa per me, non mi isprira, è scomoda e si fa troppa fatica.

Ad un anno e poco più di distanza la mtb mi ha fatto provare una sensazione di conquista e soddisfazione che mi mancava da troppo tempo. 

In definitiva: Felicità

Tutto comincia l’anno in cui una serie di eventi cambiano, inesorabili, quello che, fino ad allora, era stato il mio mondo.

Mi sentivo disarcionata. E quando niente è più lo stesso, l’unico modo per ripartire è ricominciare all’insegna del nuovo. 

Ed ecco che mi ritrovo in garage una mtb a noleggio e due soggetti (mamma e papà) pronti a tutto pur di farmi risalire in sella.

 “Ok questa volta ci sto. Pronti via e vediamo che succede.“. 


Ed ecco che una scintilla si accende: una sorta di strana magia mi riporta all’età di dieci anni quando la bici era sinonimo di scoperta ed avventura. Di Wow.

Dopo un paio di mesi, voglio una mtb tutta mia e mi ritrovo a girare per negozi tra mille consigli tecnici che non capisco. 

Finalmente la trovo: bella, spettacolare, con quell’illogico qualcosa in più che la rende ai miei occhi diversa da tutte le altre. E sento già il feeling.

La porto a casa, la parcheggio in garage, la guardo, sono felice. Torno una bambina che finalmente ha ricevuto il gioco tanto desiderato.

Da qui comincia un’avventura, nuova. Scampagnate, nuove sensazioni, la scoperta di luoghi di cui ignoravo l’esistenza. Scorrazzo tra i boschi e torrenti. Sono libera.


Le gambe pedalano, pedalano e pedalano.

Sempre con più scioltezza e la fatica, ogni volta, viene ripagata dalla soddisfazione e dalla meraviglia per i paesaggi in cui questo mezzo di locomozione mi permette di arrivare.

Anche l’incontro/scontro con le ortiche ha avuto il suo fascino.

E proprio mentre gli effetti di un bacio di ortica mi ricordano l’adolescenza, nella testa si materializza il mio primo obiettivo personale sportivo. 

Raggiungere in sella il rifugio posa Puner in cima al monte Cesen, ossia la cima che vedo tutte mattina quando apro la finestra.

Tutti parlano di una lunga salita che non finisce con mille metri di dislivello e più. C’è chi tifa per me e chi ha qualche dubbio sulla mia resistenza fisica. E io penso, medito. Io voglio arrivare lì.


Poi, un giorno. Una mattina difficile, in cui no, qualcosa non funziona; la preparazione fisica sembra aver cambiato casa e anche l’umore ha cercato di seguirla, rimanendo incastrato però sotto la suola delle scarpe. Nessuna voglia eppur si va. 

Saliamo in sella solo per un giretto tranquillo di qualche ora; giusto un po’ di salita per smaltire qualche caloria e poi a casa. Certo: direzione Cesen, ma l’obbiettivo è fermarsi per un pic nic a metà strada. 

E invece qualcosa cambia. 

Arriviamo a metà, mangiamo un panino e poi, aiutati da una splendida giornata, decidiamo di salire ancora. Ancora.

Le gambe dopo il primo momento di difficoltà sembrano felici, avanti. Saliamo, ancora e ancora finché mi ritrovo a qualche chiometro dal rifugio posa Puner. 

“Ormai non possiamo tornare indietro”. 

La stanchezza quasi se ne va, tanta è la voglia di arrivare a quel traguardo che la testa mi diceva lontano. 

Arrivo su, scendo dalla bici. Dentro tutto urla, fuori silenzio. Dentro il mio corpo si tende, fuori assaporo l’aria fresca e mi nutro del panorama. Con il sangue, inizia a scorrere la soddisfazione di aver superato quello che pensavo essere il mio limite.

In bocca ho un sapore che descrivere non so.


E li ho capito che niente è irraggiungibile se lo si vuole davvero e che sono molto più forte, testarda e tenace di quanto io abbia creduto per troppo tempo.

I pensieri negativi, fautori di limiti e paure, sono stati sconfitti. Scappano via, giù dalla montagna.

Questo è diventata per me la mia mtb: è il mio Falkor per sconfiggere il “nulla” in una storia infinita.

La mia.

Silvia

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Ciao

Alberto

(@per4piedi)

Ti dedico le mie caviglie.

E quindi correre in montagna è così. Un costante su e giù, senza sosta o quasi.

Birra? 

Dopo.

Andare, con lo sguardo che ricama lo spazio che c’è tra il terreno sotto i piedi e la meraviglia del paesaggio.

Dopo Primiero, anche il Cansiglio ha offerto la sua parte di emozioni, fatica, esperienze. 


Dico spesso che la montagna non è il mio ambiente, non quello per correre almeno. Eppure, sembra che abbia le gambe buone per farlo. E non sono solo, in questo. Anzi.

Forse è proprio il gusto per questa scoperta che mi fa venir voglia di riprovare ancora a correre dentro il luna park chiamato Cansiglio.

E dentro la corsa alla scoperta della Foresta Magica ci sono state suggestioni diverse, contrastanti, liquide. E ci vuole un po’ per farle sedimentare tutte, altrimenti si rischia di spegnere le emozioni con la medaglia che sparisce nel buio della mia scatola dei ricordi della corsa, accanto a scarpe usate e pettorali stropicciati. 


E prima di rimettermi in strada, credo che conserverò molte cose della Cansiglio Run. Conserverò anche la bottiglietta di Goccia di Carnia che ho utilizzato alla fine per farmi la doccia all’aperto: una delle docce più belle che abbia mai fatto, con le montagne tutte attorno e le nuvole grigie che stavano portando una doccia più grande.

E qui Bukowski si impenna.

Se questa è la fine, all’inizio le buone gambe sono venute fuori in quel chilometro netto, corso in 4 e 35”, con la mia compagna di luna park Romina, per non arrivare un’altra volta in ritardo sulla linea di partenza.

Certo che arrivare al via ed essere già tutto sudato non è molto decoroso. 

Le gambe buone te le mostrano i cavalli selvatici che corrono accanto al tracciato. E solo ad osservare quelle creature perfette ed istintive, io mi sento goffo e impacciato. 

Mi viene però in mente che un purosangue non gareggia con i pony.


Ci vogliono gambe buone per affrontare un tracciato non docile, che inizia con una salita birichina e finisce, una mezza Maratona dopo, con alcuni strappi decisi.

In fondo, quassù, è bello così. 

Correre in zone fuori dalle mie abitudini è stato un viaggio a tappe. Una dopo l’altra, un passo dopo l’altro. In mezzo, ho scoperto una forma di altruismo e farsi compagnia diverso dal solito. Meno orientato al risultato a tutti i costi e più propenso ad andare e arrivare fino all’obiettivo prefissato, scelto magari per scherzo, magari imitando le mosse di un gatto in cerca della preda.

Perché puoi avere le gambe buone, ma se te ne vai da solo, che senso ha?


Ho scoperto anche il grande insegnamento che mio papà ha voluto regalarmi quando mi ha fatto fare ciclismo, per alcuni anni. La certezza è che la salita finisce quando decide lei, non quando sei finito tu. Però, lei finisce, prima o poi. Tu vai e basta. Rallenta, respira, asciugati via l’estate addosso. Ma poi riprendi, via e basta.

Se riesci pure a sorridere, fai meno fatica.

Saltellare tra radici e sassi sconnessi sempre in agguato aumenta la consapevolezza. Specie quella che se cadi ti fai male. Dunque, sorelle caviglie, io so che questo non è il nostro terreno, specie per te, sorella di sinistra, che in discesa ti tieni dritta più per orgoglio che per convinzione.

Però lo sapete che noi siamo qui sù per una ragione valida… Anche dialogare con le proprie caviglie è un’esperienza da fare.


Ci sono cose che nessuno ti dirà, se non sei tu a provarle e viverle.

Bere in corsa, ad esempio. Mangiare l’anguria al ristoro finale. Sentire, appena dopo il traguardo, il nome di un compagno delle elementari e vederlo e dopo trent’anni dargli la mano.

Oppure la foto di squadra, oppure il sorriso della sua fatica sfatta che evolve in gioia, fatta! 

Avete mai notato che il piatto di penne al ragù (anche in versione vegana) mangiato dopo la corsa è uno dei cibi più buoni che abbiate mai mangiato?

O prendere il sole sulle panchine di legno della Valassa, dopo il caffè con l’acqua tonica, formula magica dei viaggiatori per pettinarsi le ore di sonno buttate dentro le strade che portano ad un sogno.

Dunque, adesso che sei lontana, molto, ricorda che hai l’energia fresca della betulla, quella capacità di pazientare dentro alla fatica che serve, più o meno come l’acqua, in una corsa che prende il suo nome da una battaglia. Ricorda che se pensi alla fatica, allora tutto ciò che sei diventa fatica, ma se inganni il cervello, e resti concentrata sull’obiettivo, tu puoi diventare tutto quello che già sei.

Ricorda che hai gambe buone, perché tanto hai camminato e corso, su strade diverse, fino a trovare il tuo ritmo e il tuo stile, che nessuna tabella mai ti darà se non vuoi crearlo da te.

E ricorda che, almeno una volta, da qualche parte dentro la Foresta magica, qualcuno ti ha dedicato le sue caviglie.


(Fine, è arrivato il momento di ritornare a correre sulla strada)

Ciao,

Alberto

(@per4piedi)

Come batte il mio cuore.


Questa foto l’ho scattata appena finita una gara, poco prima di farmi la doccia con la bottiglietta d’acqua e le montagne attorno. 

Mi piace un casino perché racconta e riassume gli ultimi due mesi di corsa: dalla spiaggia di Jesolo alla foresta del Cansiglio. 

C’è tutto.  

Le bandane che porto sempre addosso, l’acqua che mi fa compagnia, le Blushield che sto provando a portare fino ai mille chilometri. E c’è quel borsone che, potesse parlare, racconterebbe un sacco di incontri e sogni. In due mesi ho partecipato quasi ad una gara a settimana e, quando non ho corso, ho raggiunto Ötzi

E poi nella foto ci sono i miei piedi e la terra su cui mi diverto, viaggio, rido, piango, amo e mangio. C’è quel gusto selvatico che trovo sempre quando provo ad andare un po’ più in là e a sorprendere, prima di tutti me stesso. 
L’anno scorso ho partecipato a tre gare in tutto, e ho corso pochissimo, ho pensato di smettere, perché non mi capivo più, perché c’era qualcosa che toglieva fiato, forza, equilibrio e la passione era lontana, non dentro le vene. Ho buttato via tempo e vibrazioni.

Poi all’improvviso il percorso ricomincia, vedi e tocchi cosa può fare un essere umano con tenacia e follia, guardi dentro un paio di occhi così profondi da arrivare a te, sboccia una battuta in spiaggia a fine maggio e arrivano tantissimi chilometri di fatica, sudore, salita infinita, furibonda discesa, caviglie e ginocchia doloranti. E abbracci, con cuori che battono insieme, sorrisi, birre, braccia che portano i piedi in cielo, e strategia e istinto. 

Grazie a chi c’è stato. 

In ogni modo, in ogni forma. 

A chi sbatte il suo 5 nel mio, a chi non mi lascia solo quando sono lontano, a chi esulta con me e con me fa fatica. A chi mi fa sorridere. 

A chi sogna, anche se è una lotta. 

E a chi, quando ascolto il suo respiro, sento come batte il mio cuore.

Ciao,

Alberto

(@per4piedi)

Corro con le cornacchie (ovvero inganna il cervello prima che si fonda).

Qui fuori fa molto caldo oggi. E sono appena le nove del mattino. 

Eppure corro.

Il sabato mattina ho l’abitudine di andare allo Show Club di Treviso: faccio un’ora di esercizi a corpo libero e poi corro attorno ai campi da rugby della Ghirada, dove si allena la Benetton Rugby.

Correre attorno ai campi da rugby mi distende i nervi. Non mi sono mai chiesto perché quel luogo abbia un effetto così piacevole. Oggi però il caldo è molto: credo che ci siano già più di 30 gradi, molti di più.

Testa coperta da una bandana gialla, bottiglietta d’acqua in mano. Voglio provare a correre 7 chilometri, senza fermarmi mai. E ogni chilometri andare più rapido del chilometro prima. 

Lo scopo è provare la concentrazione dentro al caldo, cioè in una situazione per me non confortevole. Conosco alcuni che a correre con il caldo si divertono.

Fino al quinto chilometro tutto bene. E sono proprio contento. Bevo regolarmente, sto rispettando il percorso che mi sono dato. E soprattutto mi sto divertendo.


Dopo un altro giro dei campi, vedo due cornacchie che saltano sul prato. Sembra cerchino qualcosa, sembra si parlino.

Le sento quasi parlare. 

Oddio, il caldo. Eccolo qui: il cervello sta diventando un uovo sodo

Le cornacchie mi evocano immagini di deserto e canyon, con palle di fieno zombie che gareggiano tra loro e scorpioni che cercano ombra nei teschi di qualche animale morto di sete.

Mi trovo nel deserto dei Tabernas, a nord di Malaga, dove Sergio Leone girava i suoi film western

Mi diverte lasciare che la mente, invece di fondersi, si inganni da sola per non sentire caldo e fatica. In pratica, questi ultimi due chilometri stanno diventando una corsa sulla frontiera di qualche mondo di avventura. 

In lontananza vedo quattro uomini sopra una collinetta.

Credo siano pellerossa, magari c’è uno sciamano che parla con i coyote della prateria (astenersi da ogni facile battuta, grazie). 

Invece i quattro stanno pianificando verso quale direzione sia preferibile indirizzare le loro palline da golf e quale ferro usare per arrivare facile sul green.

Ogni volta che corro vicino alle buche del campo da golf mi dico: speriamo che nessuno qui voglia provare il tiro a segno. 

Settimo chilometro.

Meno male, perché la bottiglietta è vuota e i miei occhiali sono pieni di sudore.

Adesso il piacere assumerà forme e temperatura della doccia lunga negli spogliatoi della palestra. 

Mentre ripercorro il vialetto, vedo le due cornacchie sollevarsi dall’erba del campo da rugby.

Una di loro, credo la più anziana, si volta verso di me e gracchia:”Alla prossima Alberto, grazie per la corsa!” E spariscono.

Va bene, la prossima volta corro all’alba o verso il tramonto.

Pace,

Alberto

(@per4piedi)