#RuntoNYC: la Mezza di Treviso, appena prima di NYC.


Ammetto che non avevo in programma di scrivere questo post. Poi, al traguardo della Mezza di Treviso, ho visto una ragazza toscana che si commuove solo perché vede le persone arrivare felici alla fine della corsa. Ho pensato a Massimo che non ha ancora finito la sua di corsa e si ritrova a dover vincere la gara più importante. E ho pensato alle ragazze di #RuntoNYC di Diadora, che tra meno di un mese sfideranno le strade di New York e che, per 48 ore, hanno avuto Treviso come casa e le strade della Mezza come ultimo allenamento prima della Maratona che tutti sognano. E ho pensato a quanto tu, correndo, stia portando te stessa ogni giorno un po’ più in là, per vedere quanto ancora sia inesplorato il mondo che credi di conoscere già. 
Mentre pensavo a tutto questo, mi è arrivato un messaggio. Un grazie inaspettato, vivace, per aver regalato una manciata di istanti di corsa, che io nemmeno sapevo di aver dato.

A quel punto, le parole hanno preso a scorrere, con un ritmo lento all’inizio, che poi è salito, si è fatto rapido, agile, costante. Senza forzare, è diventato veloce. Una progressione. Assomiglia alla corsa delle Bordin Girl, un passo dopo l’altro. Da mesi. Lunghissimi a volte, rapidi adesso che il volto di New York sta apparendo deciso dall’orizzonte sopra l’Oceano. 

Con un po’ di fantasia, nemmeno tanta in realtà, l’acqua del Sile che accompagna il tracciato della Mezza di Treviso è la stessa che arriva al mare Adriatico. Scivola fino al Mediterraneo e, dalle parti di Tarifa in Andalusia, supera il confine con l’Oceano Atlantico. Da lì raggiunge New York. Dicono che l’acqua del mare di questa parte del mondo impieghi più o meno un mese per toccare l’altra parte laggiù. Come dire, quello che le ha portate fino a Treviso, le ragazze lo troveranno al traguardo a New York. 

Penso che in questi mesi ognuna di loro abbia cambiato il modo di vivere le giornate. Ecco perché è così importante scegliere le scarpe che si indossano. Bisogna stare comodi mentre si affrontano i cambiamenti. Credo abbiano capito fino in fondo le differenza tra tanti allenamenti e una gara. Magari qualcuna ha cambiato lavoro, in questi mesi, città, colore delle pareti di casa o taglio di capelli. C’è chi sta capendo a che punto si trova del proprio romanzo personale e chi ha imparato che l’emozione è meglio scioglierla in una risata, perché piangere fa perdere liquidi e se poi nessuno raccoglie le lacrime è un bel casino. 

E che se tra te e la corsa si mette di mezzo un muscolo sconosciuto chiamato soleo, questa è solo una motivazione per tornare più forte di prima. Penso che tra un mese di tutto questo resterà solo un ricordo magico. Quel giorno lo vedo ancora lontano e poi c’è tutta l’adrenalina di New York ad attenderci. Mi piace pensare che la notte dopo la fine di #RuntoNYC, ogni luogo che ha ospitato questo viaggio si fermerà un istante per dire: “Brave ragazze, avete volato.” 

Tra le molte cose che ho imparato raccontando questa grandiosa storia e’ che una squadra non è fatta solo dalla maglia che indossa. Una squadra è fatta di attese comuni, prove di resistenza collettiva e svariati bicchieri di birra o di prosecco. Un runner non è fatto dai tempi che fa o di quanti se ne lascia dietro prima del traguardo. Credo che un runner sia fatto di passione, lealtà, coraggio, determinazione, istinto, strategia e sudore e lacrime e sorrisi che si possono vivere liberi tra il sole e la luna. E uno queste cose non le improvvisa: o le hai nella vita o non le hai proprio. E’ come una Maratona, non si improvvisa.

Ecco, oggi ho capito che non bisogna avere zavorre nelle tasche o nelle scarpe. Anzi, le zavorre vanno lasciate cadere vicino al cancello, prima di uscire.

Bisogna volare verso l’alto.

E farlo forte.

Ragazze, ci vediamo a New York.

Alberto

(@per4piedi)

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Questa sera ho battuto George.

Questa storia inizia l’8 marzo del 2015. E non pensavo avrebbe mai avuto il seguito di questa sera. Perché questa sera ho battuto George.

Chi è George?

George è uno che corre forte e mi ha insegnato molto sulla corsa. E’ uno che impasta la farina per fare il pane, ogni notte. E insegna anche a preparare il pane. Ama sua moglie Gillian e i suoi due figli.

George mi ha insegnato la lealtà (“se uno è leale nella vita, cioè non ti racconta bugie e non ti lascia da solo, lo è anche nella corsa. Se non è così, tu cambia strada”) e ha contribuito ai movimenti delle mie braccia. E’ del Camerun e correva con la nazionale del suo Paese. Come ho incontrato George lo trovate qui.

Il martedì sera è tempo di allenamento collettivo al parco. Una di quelle cose non organizzate, che si replicano da anni, e diventano tradizione. Si parte, tutti insieme. Dieci chilometri. Ognuno con il suo passo. E si accende la gara. Nessuno vince nulla, nessuno perde nulla. E George stacca tutti. Sempre. Subito. Giusto così. Ha una corsa che incanta. Estetica, leggerezza, potenza. Resta dietro persino il vento.

“Come fai George?”, gli ho chiesto una volta.

“Ho sempre corso piano, quando non dovevo correre veloce.”

Anche ora George è già lontano. Gli altri, cioè noi, ci guardiamo per capire come siamo messi questa sera. Io parto lento, ma mi sento bene. Il respiro è calmo, le braccia fanno il loro lavoro. Le gambe scorrono fluide. Ho in testa un nuovo mantra che è già diventato musicale. E mi lascio trasportare. Cerco il ritmo. Il mio ritmo. L’unica cosa che ricordo è che mi sorprendo ad accorgermi che ho la mente libera. Il resto segue, sereno. E agile. Potente. Sì, provo la sensazione di potenza. Sento il piede che spinge indietro il terreno e l’altro segue. Il corpo segue la ritmica della leggerezza. L’altro giorno ero stanco, adesso mi diverto.

Il mio orologio dice che siamo a metà corsa e un po’ di più. George è lì davanti, puntino verde e nero, con i pantaloni lunghi, sempre. Dietro un buon numero del gruppetto di corridori. Attorno ne ho meno del solito. Strano. Non ho sete, non ho fame. Ho solo voglia di ascoltare le Blushield suonare il parco in un tam tam da tamburo africano

E nell’ultimo chilometro e mezzo accade qualcosa che non mi aspettavo.

Ecco Gianni, il dentista. Provo a stargli dietro. Lui corre veloce. Raggiungiamo una ragazza in bicicletta, la affianchiamo io a sinistra, Gianni a destra. Però non lo vedo più quando superiamo la bici. Mi volto e Gianni è dietro. Proseguo. C’è una curva che si perde tra gli alberi, con un breve salita di terra battuta. E c’è Luciano, capelli bianchi, occhi azzurri, pochi anni più di me. Non si accorge che arrivo e lo supero in discesa. “Ma cosa ti hanno dato a Trento?”, ride.

Mancano trecento metri ai dieci chilometri. E sono secondo della garetta improvvisata del martedì. E George? Sarà già arrivato. Un’altra curva e vedo il panettiere del Camerun ad una manciata di metri.

Cosa?

Ma che succede? A quanto stiamo andando? Piedi ma che fate? Non mi ascoltano e proseguono. Voglio prendere George. E tiro le labbra indietro. Scopro i denti e aumento ancora. Curva secca a destra, da un lato il parco, dall’altro le mura del palazzo ducale. 

Rettilineo. George ti prendo. 

Aspetta, Alberto, aspetta

Mancano ancora cento metri. Manca ancora un sacco. Resto un po’ all’interno della curva e pesto il piede sinistro sul terreno, alzando il ghiaino. E pesto il piede destro come un leone, portando “avanti il bacino e verso l’alto” come mi ha insegnato George, come corrono in Africa. Altra curva a destra, l’ultima e non vedo più George dove la coda dell’occhio può arrivare.

La linea del traguardo passa tra un lampione e una statua. E la tocco per primo. 

Arriva George e mi abbraccia “Fratello”, urla. “Te l’ho insegnato io quello scatto.” Ridiamo. “Frequenti troppo gli africani, hai imparato il nostro ritmo. Adesso te li puoi sbranare tutti. E questo non te lo toglie nessuno. Sguardo in avanti e ridi quando perdi e quando vinci.”
Sarà anche la corsa al parco, ma questa sera ho battuto un africano, che quando si alza sui piedi fa qualcosa di diverso dalla corsa. George usa la corsa per scrivere danze potenti.


Sono contento e vado dove tutto è iniziato. Nella parte del parco con un laghetto. Sta arrivando il tramonto e il martedì se ne va. Qui è nata la mia corsa, il blog, i sogni. Gli incontri, i progetti, sempre più grandi, potenti. Qui sono rinato io, qui vorrei portarti, prima o poi. La superficie del lago sembra ridere per il solletico del vento.

E questa storia finisce così con le mie mani nell’erba, i piedi nudi sulla terra battuta.

Vorrei bere una birra, abbracciarti e raccontarti questa storia. E mi affido a questo tramonto mica male e al ritmo che ho nei piedi e nelle mani.

Alberto

(@per4piedi)

I muri vanno presi a spallate.

Ammetto che non avrei voluto scrivere un post sulla 30 Trentina. Non perché non sia stata una bella gara o una bella giornata, anzi, ma perché, semplicemente, per una volta non avevo voglia di scrivere.
I 30 chilometri attorno ai laghi di Levico e Caldonazzo li vedevo più come un allenamento intenso, di quelli che ti dicono a che punto del percorso sei arrivato e quanta strada ancora c’è da fare per arrivare a correre una Maratona nelle prossime settimane.


E poi capitano alcune storie che fanno la differenza e, credo, meritino di essere raccontate qui. Sono storie che non c’entrano nulla l’una con l’altra, sono proprio slegate, quindi è anche difficile trovare un filo per collegarle. Però mi dispiaceva non raccontarle e tenerle per me. Come tre fotografie belle, che finiscono nel buio di un cassetto. Ho deciso di non pensarci e scrivere. Punto.

Colazione. La colazione è importante per qualunque corsa, specie per una corsa di 30 chilometri a ritmo lento, lungo la quale non bisogna arrivare a bruciare gli zuccheri, ma usare solamente i grassi. Dove l’acido folico è importante e quindi bisognerebbe evitare il caffè ed il tè, come dicono i coach più bravi. Io al tè non rinuncio. E poi vedo che al buffet dell’albergo di Levico c’è una meravigliosa ciotola piena di nocciolata. Penso che l’abbinata perfetta siano dei toast. Faccio scorrere due fette di pane nel fornetto elettrico. A me quel momento ricorda sempre chi corre sul tapis roulant. 

Mi si avvicina un uomo, su una carrozzina. Noto che indossa la maglia della Maratona di Berlino 2017, che si è svolta nella stessa domenica della Trentina. E questo particolare mi colpisce. Non resisto e gli chiedo come mai abbia quella maglietta. Sono domande da runner, queste.

Mentre ascolto la sua storia, faccio scorrere altre due fette di pane nella tostiera per lui. Lo faccio perché il fornetto è troppo in alto, troppo scomodo per lui. Questo uomo, di cui purtroppo non conosco il nome, mi racconta che era un triatleta, di quelli forti. Poi un giorno il mondo va in testa coda e lui si sveglia in carrozzina. 

Un muro davanti. 

E ora? E lui decide di non lasciare il triathlon e di diventare allenatore. Alla Trentina sta accompagnando alcuni ragazzi che correranno per la prima volta la distanza di 30 chilometri. Scalare un muro per aiutare ad abbattere un muro. I toast sono pronti e ci salutiamo.

Torno al tavolo e vedo che qualcuno aveva già pensato a me e mi aveva preparato dei toast.

La seconda storia avviene lungo una salita di un chilometro esatto, poco dopo metà corsa.

Qualche passo dietro di me, sulla destra c’è Romina e sulla sinistra Daniela. Entrambe stanno correndo per la prima volta i 30 chilometri, tappa fondamentale verso la loro prima Maratona: una a New York, l’altra a Venezia.

Le ammiro tanto, davvero. Perché ad ogni passo, da mesi, si stanno mettendo in gioco.

Tutti e tre odiamo le salite. Anche se le salite sono quelle che fanno rimanere nella storia e allenano mente e corpo. 

E allora decido di fare una cosa, solo per il gusto di aggiungere sfida alla sfida e ingannare quel chilometro di asfalto. 

Allungo il braccio destro verso Romina. Tre passi e sento che lei mi prende la mano. Corriamo insieme. Prima ci teniamo per le dita, temo di perdere il contatto e allora allungo la dita verso il suo polso e lei fa lo stesso con il mio. Ora il contatto è più stabile. Allungo il braccio sinistro e Daniela lo afferra. E via, ridendo. Forte. E’ una risata collettiva e contagiosa. E’ una risata in faccia alla salita. Ho il cuore che sale tanto quanto la pendenza.

Alla fine della salita, le due ragazze mi lasciano e io mi sento come spinto in avanti. Le risate continuano e credo che ora abbiamo capito che la salita può essere ingannata. Che i limiti sono spesso solo nella testa. Che se sorridi mentre combatti e metti passione nelle scarpe e intelligenza nelle mani, ogni nemico può essere abbattuto.

La terza storia si svolge in curva.

 Sono seduto a guardare il lago di Levico ripensando alla corsa. Mi giro a destra e, in lontananza, vedo un punto biondo che si sta avvicinando. 

E’ Federica. Ha un sorriso grande come la luna che c’è in cielo in questi giorni e sta correndo verso il traguardo dei suoi primi 30 chilometri. Anche lei sta preparando la sua prima Maratona, anche lei a New York, nel giorno del compleanno numero 40.

Affronta l’ultima curva sciolta, stanca, sicura. “I miei primi 30 chilometri”, urla, amplificando il suono delle parole con le mani al cielo, quasi a dire: “E ora questo non me lo toglie più nessuno.”.

Federica sta preparando la sua prima Maratona, ma ha già vinto una gara che a confronto l’Ironman di Kona è un giro di una pista di atletica.

Seguo la scena con lo sguardo e la riprendo con il telefonino perché quel momento va ricordato. E in quella curva urlata, scalciata, vedo tutta la vita che c’è dietro alle mura che la vita ti può mettere davanti.

Nel viaggio di ritorno da Levico guardo le montagne in cui si specchia la sera. Continuo a dire che meno male che c’è la corsa, e tutto il mondo che mi sta facendo vivere, anche se non ho tanta voglia di correre ultimamente

Paradossale, vero? 

E, ti dico, che in certi giorni non è questione di ritmo, velocità, chilometri da coprire. Anzi, queste sono tutte cazzate. 

Piuttosto, è questione di riscoprire il gusto di mettersi alla prova, di resistere a tutto per raggiungere ciò che si vuole, di capire quanto bello e importante sia prendersi cura di qualcosa e di qualcuno, e della dedizione che questo ti permette di avere.

Ed è questione di passione, quella che ti fa correre per trenta chilometri anche se davvero non ne hai voglia, quella che ti fa dire dammi la mano che andiamo oltre quel muro, quella che mi fa dire “Io sono qui.” Punto.

Alberto

(@per4piedi)

Godetevi la stanchezza.

Ho aspettato che fossero le 16 e 16 del primo sabato di autunno. Poi ho iniziato a scrivere.

Non c’è un motivo, mi piace il suono che fa il numero 16 quando lo si pronuncia.

Benvenuto Autunno

Mi piace sempre più questa stagione. Parte malinconica e poi dà la carica alla forza rigenerante dell’inverno, dentro cui si schiude sempre una nuova primavera.

Vorrei parlare di due argomenti: la stanchezza che provo in questi giorni e l’importanza di passeggiare.

Mi rendo conto che quest’anno, e ogni suo giorno, per come li sto vivendo, mi hanno regalato moltissimo, il mondo intero, e ancora non si fermano. Ma in cambio, hanno preteso e pretendono tante energie.

È normale, naturale, perché sono un essere umano.
Sono a Levico, domani c’è la Trentina, una gara di 30 chilometri lungo un tracciato stradale bellissimo, attorno ai laghi di Levico e Caldonazzo. 

E poi ci saranno alcune delle ragazze della squadra di #RuntoNYC di Diadora, c’è la SPA in albergo, 10 km corsi agilmente attorno al lago, birra ghiacchiata presa al chioschetto e bevuta con i piedi nell’acqua del lago. E c’è tutto il luna park delle gite fuori porta.

Io avrei dormito tutta la mattina perché sono stanco. 

Per vari motivi, più un anno.

E almeno fino a metà novembre devo tirare come un bufalo.

Perchè bisogna averne di energia per stare sulle montagne russe.

L’altra questione è passeggiare.

Ecco, ieri sera ho fatto una bella passeggiata, ho chiacchierato, ho bevuto qualcosa da una ciotola di rame, mi sono goduto la compagnia e la luna.

Sono stato bene. 

E anche se ero molto stanco, mi sono goduto il momento presente. 

Per andare oltre bisogna rallentare.

Il mio qui e ora ha tanti impegni e molta stanchezza, però credo che abbiamo un obbligo verso noi stessi: dare un senso alla nostra stanchezza.

Perché noi siamo vivi e siamo stanchi, ma siamo vivi e stanchi di cuore, per tutta la passione che pulsa dentro forte.

Dare un senso alla propria stanchezza significa riconoscerla, accettarla, accoglierla, capire che dietro a lei ci sono tanti meriti. 

La stanchezza ci permette di avanzare crediti nei confronti della Vita. Ma bisogna godersela e ogni tanto staccare.

Quindi vi auguro e mi auguro di goderci la stanchezza e di staccare la testa pur non abbandonando mai quei sogni e progetti che danno senso al cielo sopra queste parole.



Alberto

(@per4piedi)

Rewind: risparmia energia quando è possibile.

Romina ed io ci sorridiamo e ci guardiamo, sopra uno dei ponti di Bassano. Non quello famoso.Abbiamo percorso fianco a fianco dodici chilometri, ne rimangono otto davanti. Abbiamo corso lentamente, come da piano di allenamento. E siamo fluidi come due api.

“Te la senti?”

“Sai che è tosta. Non pensavo così tanto”, dice lei, guardando la strada dall’altra parte del ponte.

“Possiamo scegliere.”

“Per una volta voglio essere obbediente”.

Bevo un sorso d’acqua e le passo la bottiglietta. Beve anche lei.

Anche per me è tosta rinunciare, perché ci sono tutte le famose condizioni ideali per correre oggi.

Sbuffiamo e sorridiamo ancora.

“Dai facciamolo”.

E con uno strano sorriso negli occhi, tutto dedicato alla strada che rinunciamo a percorrere, giriamo le Blushield e i nostri quattro piedi tornano sui passi appena percorsi.

Rewind


La strategia di avvicinamento alla Maratona di New York oggi prevede di correre un’ora e mezza, a passo lento. Oggi questo è il mantra. Mettendolo in azione, la nostra strada ci ha portati fino a quel ponte.

Percorrendo la strada al contrario, da quel punto alla linea del traguardo ci sono 2 chilometri. Le sfide piacciono a Romina, non molla di un centimetro e, anche quando procede lentamente, è inesorabile. Una goccia frantuma intere montagne. Ed è insofferente alle regole. Specie quelle che limitano la strada. 

Ma oggi no. 

Oggi la scelta corretta è rinunciare a proseguire la Mezza del Brenta e ritornare all’arrivo. Così avevamo deciso, così siamo riusciti a fare.

Ma ci vuole un pizzico di coraggio, a volte, per rinunciare ad avanzare. Uno dei tanti consigli che ho sentito su come prepararsi a correre la distanza della Maratona, mi sembra applicabile ad ogni ambito della vita attiva: “Risparmia energia quando è possibile”.

Le settimane che mancano alla Maratona si contano su due mani, questo consiglio bisogna urlarselo dentro ogni volta che possiamo.

Mentre stiamo ritornando indietro, non ci parliamo per duecento metri.

Duecento metri di pensieri.

Forse in quello spazio condiviso in silenzio, Romina ha capito la stessa cosa che mi sono ricordato io. Prepararsi a correre una Maratona ti cambia il modo di pensare, di alimentarti, di bere, di dormire

Di gestire le giornate. 

Di approcciare le cose. 

Mai e poi mai io e Romina ci saremo fermati su quel ponte se non ci fosse un ponte più grande ad aspettarci, dall’altra parte del mondo.

E’ una questione di stile. Tutto il resto non c’entra nulla, oggi.

La differenza tra una Maratona esaltante ed una infernale sta in due chilometri di strada. A volte anche molto meno. 

Migliaia di chilometri di allenamento, mesi e mesi di dedizione. E tutto può essere mandato all’aria da piccoli errori in un fazzoletto di asfalto. E’ questo il fascino del non ritorno di quella distanza.

Finito quel tratto di duecento metri per le strade di Bassano del Grappa, riprendiamo a parlare e a correre sciolti. 

Nel chilometro e poco più che ci manca riusciamo a discutere e litigare, a ridere, a giocare, a stare in silenzio. Le insegno a bere mentre si corre e lei riesce a non soffocare. Diamo il cinque a due bambini e riusciamo a rispondere con una battuta alla domanda stupita di una volontaria:“Ma avete sbagliato strada?”

Riusciamo persino a sprintare sulla passerella che porta all’arrivo. 

Oggi quel traguardo non è il nostro, ma rappresenta qualcosa di importante. La Mezza del Brenta è una tappa fondamentale della corsa verso New York City. 

Il ponte di Verrazzano e quello di Brooklyn sono iniziati dal ponte di Bassano dove ci siamo fermati, abbiamo sorriso e, per una volta, abbiamo deciso di fare i bravi.

La complicità è anche sapersi fermare, con il traguardo già vicinissimo, per centrare un traguardo più grande.

Alberto

(@per4piedi)

#RuntoNYC: New York nei brividi di chi l’ha corsa.

Alessandro è un runner che definisco “d’impatto”. E spesso da come si vive la corsa, così si vive punto

Mi ha mostrato una fotografia della Maratona di New York che ha corso anni fa con Deborah. Eccola. 


E gli ho chiesto di raccontarmi il resto. Eccolo.
Boomm!

Deborah spalanca gli occhi e salta un metro a sinistra, spaventata dal colpo di cannone della partenza.

Sorrido, si riprende. Ci siamo.

Prima.

La sveglia è suonata alle 4,30.

Freddo, corriera, freddo, battello, corriera, attesa, the caldo, freddo, aria. Aria gelida.

Siamo a Staten Island, il primo dei cinque quartieri di New York, dovremmo toccarli tutti.

Ci muoviamo. Sono già le 10.

Intorno, urlano, fischiano come solo gli americani sanno fare.

 

Frankie canta New York New York e tutti si uniscono al coro fino alla linea di partenza, è una gioia collettiva, una liberazione dopo quattro ore di vento gelido che ha costretto gli organizzatori a togliere tende e ripari. 

Wave 2, corral E: dichiarano tutti un tempo sotto le 3h50, ma non faremo altro che superare altri corridori.

Qui qualcuno bara. Tanti, troppi. Siamo partiti coperti come per andar a sciare e sul Ponte dì Verrazzano è come stare in seggiovia. Aria, freddissima che taglia viso e gambe. Folate improvvise talmente forti da spostarti i piedi.

Vento che fischia e fa sbattere il pettorale come fosse una vela lasca. Volano teli, guanti, antivento e tutto quel che prima non si aveva avuto il coraggio di togliere.

Il sole finalmente si presenta. E scalda.

La discesa dal Ponte dà ritmo e respiro. 

Sembra che la giornata sia ideale. Maledettamente ventosa, ma sarà ideale.

 

Finita la rampa che ci fa scendere dal ponte si entra a Brooklin. Giriamo l’ultima curva del cavalcavia ed esplodono due muri di folla: urlano e ti incitano come fossi a lottare per il podio.

A  occhio e croce siamo intorno al 25.000 posto, ma per loro sei tu il top runner.

Lascio il mio antivento ad un bambino che sorride dandomi il cinque. Finiremo che il muscolo più indolenzito sarà il braccio sinistro, a causa di tutti i five che devi regalare a grandi e piccoli lunga la strada. Sono colorati, festosi, pieni di cartelli che incitano il papà “Go Daddy Go“, che ti regalano abbracci “Free Hug For Runners“, che ti fan sorridere “No Beer in Central Park, Stop Here!“… 

Sono commoventi. Roba da sorridere e buttar qualche lacrima. 

Guarda il cronometro solo al 10 km.

 

Stiamo bene ed andiamo bene. Abbiamo programmato una gara tranquilla sulle 4 ore, per goderla tutta.

Ad ogni strada poliziotti e pompieri. Nei primi chilometri sono seri, sorvegliano e forse sono preoccupati. Dal passaggio della mezza Maratona in poi applaudono, sanno che sta andando tutto bene e anche loro partecipano.


Le canotte hanno la scritta Italia ed il nostro nome. Chi le legge ti chiama, ti incita “Go Italia Go”, “Deborah looking good”, “Alessandro you are my hero…”. Sono folli, eccitanti, più intensi di una RedBull.

La strada è tutta un leggero saliscendi, manteniamo il ritmo dove sale e allunghiamo in discesa.

Go Italia Go, Ittallia Maccheroni, Brava Ittallia Bella Ittallia. Sembra di stare in un film di Scorsese.

Ristori ogni miglio: ogni 1600 metri ci sono decine di volontari pronti con acqua e sali, una postazione medica e migliaia di bicchieri di carta per terra.

Welcome to Queens, leggo nell’enorme cartello retto da un altrettanto enorme donna di colore.

Qui la passione contagia anche chi non corre.

Alla mezza c’è uno dei temutissimi ponti, tanti già camminano. Rallentiamo sì, ma passiamo con leggerezza.

Sul ponte silenzio, stranissimo. Non parla nessuno. Poi discesa, brusio in lontananza. La rampa scende veloce ora, curva a sinistra e si entra a Manhattan: il rumore che aumenta. Sembra un temporale in arrivo, invece appena torni in piano è di nuovo un’esplosione di colori e urla.

Sono in decine migliaia lungo un rettilineo che sembra infinito. Siamo circondati da grattaceli vetrati enormi che finiscono in un blu purissimo. Spettacolare ed intenso il passaggio sulla Seconda Avenue.

In fondo c’è il Bronx, di nuovo strade larghe, mattoni rosso passione.

Giriamo intorno e giù verso l’eleganza della Quinta Strada.

Qui corri come in paradiso fino a metà e vai all’inferno nei quattro chilometri in cui sali a Central Park. Ma ormai ci siamo, due collinette che ti ricordano che te la devi ancora guadagnare e finalmente il cartello dei quaranta.

Lato corto del parco, diamo il cinque a tutti. Faccio foto e video. Salutiamo.

A destra per ancora cento metri in salita, ma chi la sente? Braccia e occhi al cielo. 16millesimo e qualcosa in quattro ore e qualcosa…

Applausi da tribune piene.


La ragazza mi mette al collo la medaglia sorride e dice “Well done Alessandro, good job“.

Non è un traguardo come gli altri.

Ci abbracciamo.

Che enorme emozione.

Well done New York,

thank you,

thank you,

thank you!

Alessandro 

La Mezza del Brenta.

A tutta birra verso Bassano del Grappa. Domenica 3 settembre si corre l’edizione 2017 della Mezza Maratona del Brenta. Ed è tutta una questione di numeri, quasi di cabala.


Edizione numero 12 della mezza che ha un tracciato a forma di 8, simbolo dell’infinito e figura base del tango. 21 chilometri, ma non solo: anche due circuiti per i diecimila metri e la possibilità della staffetta Lei&Lui. L’unità che diventa coppia.


Dunque, 4 modi per vivere una giornata di running, con la sponsorizzazione tecnica di Diadora, che funge quasi da passerella tra l’estate dei trail e delle corsa in montagna e l’autunno delle grandi Maratone, in Italia e nel mondo.

E come sempre Bassano del Grappa sarà la cornice della Mezza del Brenta, con un occhio alla storia che di qui è passata ed è rimasta.

Partenza ed arrivo sono previsti nella centralissima piazza Libertà. Il tracciato a forma di 8 strizza l’occhio alla gestione tecnica della distanza della mezza Maratona, anche per la distribuzione dell’altimetria. Il primo anello di 10 km, comune a mezza, 10mila e frazione in rosa della staffetta, è un continuo sali scendi, con alcuni strappi brevi, ma nervosi, per caricare le gambe e affrontare con stile fluido le seconda parte di gara. Il secondo anello, di 11 km, teatro della frazione maschile della staffetta,  è dolce e veloce, per tentare, perché no, di fissare il proprio personale sulla distanza. 

I 21 chilometri e 97 metri toccheranno le principali bellezze che caratterizzano Bassano del Grappa: il notissimo Ponte degli Alpini, il centro storico, il lungo Brenta, title place della manifestazione, il Tempio Ossario con le spoglie di 5.405 caduti della Prima Guerra Mondiale, la villa Palladiana, la campagna e le verdi colline.

Quindi, ci vediamo sul Ponte di Bassano. 

Alberto

(@per4piedi)

#RuntoNYC: Sestriere Stories – The Day After.


Apri gli occhi e ci metti più tempo del solito a capire dove sei. Sai che la città si sta svegliando e tu sei già in ritardo. 

Ma dove sei stata?

Credo che il giorno dopo la fine del raduno a Sestriere, il risveglio delle ragazze della squadra di #RuntoNYC di Diadora sia stato più o meno questo. Magari hanno disfatto i trolley e trasformato la loro casa nella casa di un atleta, accumulando top, magliette, pantaloncini, fascette e Blushield sul pavimento. Guardando il numero di scarpe, forse iniziano a sentirsi dei millepiedi. 

Credo che il giorno dopo, al pronti via, ci sia un po’ di disorientamento, di gioia per i ricordi che sembrano ancora fuori della porta, lungo gli infiniti corridoi del Villaggio Olimpico o tra le montagne piemontesi, che hanno accolto il milione di passi che tutte insieme hanno accumulato. Credo che provino nostalgia, per ciò che è stato, e adrenalina, forte, per ciò che sarà. 

Le foto postate sui social raccontano la felicità di un attimo che si moltiplica, fa il giro del mondo, ritorna, seguendo una scia di hashtag lasciati in giro come in una lunga marcia. Come punti di riferimento per anticipare a casa che tutto è andato bene, e che ci sarà il tempo per raccontare dal vivo tutta questa collana di momenti unici. Inutile volerlo sapere prima, inutile voler entrare a tutti i costi dalla porta dei sogni, forzandone il senso. 

Ognuna di loro sta prendendo sempre più consapevolezza della propria corsa. New York sarà per tutte la meta, ma per tutte sarà un traguardo diverso. Perché ognuna è unica. Ma se sommi tutte le energie, la determinazione, le gocce di sudore, le ansie, la potenza della falcata, le bocche secche e le labbra bianche, i chilometri nelle gambe e gli orizzonti che brillano nella testa, se fai la somma di tutto questo ottieni individui che hanno scelto di farsi scegliere, che sono diventati gruppo, che è diventato squadra. 

Donne che parlano al singolare e corrono al plurale. 

E accettano tutta la fatica che la corsa pretende per la realizzazione di un sogno.

Tra poco più di due mesi, Regina Maratona darà loro 42 chilometri e 195 metri di possibilità per fare una cosa unica al mondo e nella storia.

Perché ogni anno nel mondo si corrono migliaia di Maratone, quella di New York si corre ogni anno, ma il 5 novembre del 2017 ci sarà la loro Maratona di New York e dopo tutto il percorso iniziato a marzo, una volta fatta, nessuno più gliela toglierà. E non scrivo solo di corsa. 

Make it bright.

Alberto

(@per4piedi)

#RuntoNYC: Sestriere Stories – Day 6.

Se è stata definita la Prova Masai un motivo c’era. 

Lo scenario lunare e selvaggio dell’altavia Gelindo Bordin ha riservato tanta, tanta fatica, alle ragazze di #RuntoNYC di Diadora, arrivate al quinto e ultimo giorno di allenamento tra le montagne attorno al Sestriere


La Prova Masai è stata qualcosa di gigantesco: 3 ore di corsa a 2.400 metri, con salita solida ed impietosa e il vento forte che trasforma il terreno in sbuffi di polvere che ti vengono contro. La gola si secca in fretta e quando la lingua si appiccica al palato, ormai è troppo tardi per bere. Di fronte ad un allenamento come questo bisogna arrivare nutriti e ben idratati. Bisogna arrivare pronti di testa per gestire il proprio corpo mentre passa tra chilometri che sembrano non voler finire mai. E se chiedi quanti ne mancano, l’unica risposta giusta è: “Ne mancano ancora abbastanza.”

La prima regola è partire piano. Ma talmente piano che, mentre corri, il mantra che rimbalza in testa deve essere “voglio avanzare lentamente”. Devi diventare tu stessa il suono che fa il vocabolo “lentamente”. Al di là dei chilometri corsi oggi, del tempo, delle vertigini che accetti e piano sconfiggi, della schiena sudata, bruciata dal sole. Al di là del fatto che oggi sia andata benissimo oppure sia stato l’inferno in altitudine, quello che sai di chiudere nello zaino, accanto alle Blushield impolverate e alla maglietta che più sudata non potrebbe essere, è l’esperienza

Mille pacchi gara non potrebbero mai contenere un’esperienza così. Ognuno deve trovare il proprio ritmo nel presente, passo per passo. Farsi prendere per mano dal momento che passa sotto le scarpe e ascoltare ciò che il viaggio ti sta dicendo. E quello che dice a te, non è la stessa cosa che dice a me. (Stiamo davvero parlando solo di corsa?). 


Questa esperienza chiamata Sestriere ha ricordato una cosa su tutte: la Maratona è un viaggio epico. 

#RuntoNYC è uno sforzo che diventa sogno, che diventa fatica, che brucia grassi e zuccheri, e fibre muscolari, che diventano sudore e battiti, che diventano bile e sudore, che diventeranno le strade del Bronx e di Manhattan, e il su e giù di Central Park. Mancano ancora quattro chilometri al traguardo quando avrai finito Central Park. A quattro chilometri dalla fine la Maratona è ancora lunga. Più o meno come la salita per raggiungere il capolinea della corsa a 2.400 metri sul livello del mare. Non so se la Prova Masai abbia simulato completamente la Maratona dall’altra parte dell’Oceano, ma ha insegnato che per sentire al collo il peso della medaglia di New York, per sentire dentro di te l’adrenalina e i brividi di quel momento, per riempire il corpo all’altezza del cuore, non bisogna avere fretta, bisogna godersi il percorso e volersi bene davvero. E ricercare dentro la fatica quella cosa chiamata Felicità.

Alberto

(@per4piedi)

#RuntoNYC: Sestriere Stories – Day 5.


Nel 1989 Gelindo Bordin ha fatto due cose: ha pubblicato il libro “L’anello rosso”, per i tipi di Rizzoli, un romanzo di ambientazione sportiva, e ha finito di costruire il sentiero Bordin.

Oggi, Bordin ha detto alle ragazze di #RuntoNYC di Diadora:”Vi porto a fare una passeggiata su al sentiero. Andiamo e torniamo.” 

Oggi ho capito che quando un campione olimpico di Maratona ti invita a fare una passeggiata, significa correre. Lentamente, certo. Tutti in gruppo, ritagliando qualche spazio per una foto o un aneddoto del dietro le quinte di un campione. 

Ma significa anche provare la fatica che dà correre davvero vicino al cielo. 


Il sentiero Bordin è un percorso di quasi 6 km in sali scendi continuo, a 2.200 metri di altitudine, sopra Sestriere. Lì l’aria inizia ad essere davvero rarefatta. Tradotto: quando parti hai già il fiatone. Però la vista da lassù fa dire che la Terra è un luogo meraviglioso.

E mentre ti lasci rapire dalle invenzioni di Madre Natura, da tutta la dolcezza selvaggia che ha accolto quattro giorni di allenamento consecutivi, ti rendi conto che stai correndo con i tuoi polmoni. 

Un passo dopo l’altro. E non ci sono tabelle da seguire o indicazioni di ritmo da eseguire. La corsa oggi assomiglia tanto alla prima volta che hai corso. Magari hai iniziato per ribellione, per portare te stessa da un’altra parte, durante un’ora sacra. Hai iniziato perché un giorno non sapevi cosa fare. Hai cercato delle scarpe che ti sembravano adatte a correre e sei partita. O hai iniziato per seguire qualcuno. Andava più veloce di te, non ti ha aspettato e adesso tu sei così davanti che voltarsi non ha più nemmeno senso. O hai iniziato per gioco, per provare uno sport diverso, perché la palestra era diventata troppo stretta e l’aria aperta aveva tutte le risposte che cercavi. O hai iniziato quando eri piccola piccola e adesso hai uno stile raffinato e potente, che sembri poesia. 

Cerchi con lo sguardo la traiettoria migliore per affrontate le sinuosità del sentiero Bordin e ti viene in mente quella domanda:“Hai mai fatto una pazzia per la corsa?”. Che è come dire: Quanta passione c’è dentro ciò che fai? E c’è chi per passione si inventa ogni giorno. 

Domani il programma di allenamento in quota prevede qualcosa di enorme, una prova Masai: 3 ore di corsa a 2.400 metri, dove la gola si secca in fretta e bisogna arrivare nutriti e ben idratati. Sarà durissima. La bellezza che nutre gli occhi e tutto da giorni potrà farti vedere il suo lato più duro. 

Qualcuno ha detto che bisogna difendere il sorriso. Quando il volto è rilassato e sorride, i muscoli del collo sono distesi e distese sono le spalle. Allora la respirazione è facile e la calma spiana le montagne. Del resto, le stelle non brilleranno certo senza la notte

Lo hai letto da qualche parte, forse era su una maglietta da corsa. Poi il sudore ha preso quelle parole e te le ha messe dentro la pelle, nello spazio tra cuore, polmoni e testa. Come un tatuaggio che ti ha illuminato l’anima.

Alberto

(@per4piedi)